In questa sezione proponiamo vere e proprie recensioni di libri pertinenti alle nostre tematiche: un invito a leggere, discutere e far circolare idee. I testi sono letti e valutati da persone con esperienza nei campi di riferimento, e rappresentano quindi un filtro di lettura e di interpretazione, non neutro ma dichiarato. L’obiettivo è offrire analisi motivate e aprire un dialogo con autori, editori e lettori, mettendo in discussione anche le nostre stesse letture.
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Riccardo Costantini
LE FARMACOTECNOLOGIE DEL SÉ. Droghe e potere nel tardo capitalismo
Edizioni AlboVersorio, 2024
Riccardo Costantini: libero ricercatore di filosofia e storia del pensiero; tra i suoi maggiori argomenti d’interesse, studiati utilizzando le lenti della filosofia estetica e politica, figurano i movimenti controculturali e l’utilizzo di sostanze psicotrope.
Questo testo di Riccardo Costantini, esplora il ruolo della tecnologia, inclusi i farmaci, nella formazione della soggettività umana. Attraverso un’analisi interdisciplinare che spazia dalle scienze cognitive alla filosofia, il libro esamina come le interazioni tra individui e il loro ambiente, mediate da tecnologie materiali e discorsive, plasmino l’esperienza e la coscienza. L’opera analizza come i confini dell’identità personale si estendano oltre l’organismo biologico, includendo interazioni con oggetti esterni e tecnologie. Si sofferma in particolare sulle farmacologie, analizzando il modo in cui le sostanze psicoattive e gli ormoni si inseriscono in dinamiche di potere e possano rappresentare sia strumenti di assoggettamento che potenziali vie di trasformazione e conoscenza di sé. L’autore indaga il ruolo ambivalente delle farmaco-tecnologie, capaci sia di assoggettamento che di auto-costituzione, esaminando criticamente il potere esercitato attraverso i farmaci e le droghe, nonché le loro implicazioni estetiche e politiche. Infine, il saggio considera le possibilità di resistenza e di riappropriazione della soggettività attraverso un uso consapevole di queste tecnologie.
Il testo attinge a un ampio ventaglio di autori: Francisco Varela, Evan Thompson, Eleanor Rosch, Andy Clark, David Chalmers, Alva Noë, Francesco Parisi, Karen Barad, Donna Haraway, Michel Foucault, Pietro Montani, Jacques Derrida, Paul B. Preciado, Laurent de Sutter, Candice Shelby e Mark Fisher. Si tratta di un lavoro ammirevole perché conduce con chiarezza e agilità a una visione panoramica su questo vasto insieme di autori, tanto importante nella definizione dello “stato dell’arte” contemporaneo sui temi della filosofia e delle neuroscienze. Molto utile anche per chi si occupa di psicologia, medicina, tossicodipendenze, arte e scienze politiche. In particolare è apprezzabile la sensibilità critica, etica e politica che lo attraversa: “una boccata d’aria fresca” considerando l’attualità. Ma non si tratta solo di un manuale ben fatto, in realtà è un libro a tesi.

Si parte dal libro The Embodied Mind (1991) di Francisco Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch, manifesto dell’enattivismo. Costantini propone una espansione e superamento dell’approccio enattivo, attraverso le “protesi” di Alva Noë, le “identità cyborg” di Donna Haraway e i “dispositivi” di Foucault, verso la definizione di un concetto di mente, o coscienza, “iper-estesa”, oltre i confini biologici. Certo, l’accento sulla soggettività non sconfina nell’astrazione della “coscienza artificiale” ma vi si avvicina.
Sull’argomento, in un precedente articolo-intervista (si veda Oltre n.1) ho chiesto al neuroscienziato cileno Francisco Parada se Varela avrebbe approvato l’idea di una possibile “coscienza artificiale”. Parada lo ha escluso, ma dopo la lettura del libro di Costantini non sono convinto della correttezza della sua risposta. Per un motivo essenziale: il buddhismo di Varela. Per comprendere Varela non basta leggere The Embodied Mind, occorre considerare il contesto in cui è vissuto (a tal proposito consiglio il docu-film Monte Grande (2005), ambientato nella sua casa natale nella mistica Valle dell’Elqui. Sullo sfondo generale c’è il trauma determinato del passaggio dalla festa di persone e idee del Cile di Allende al “volo della morte” seguito all’11 settembre 1973. Nella successiva complessa diaspora cilena, tra le risposte reattive della variegata tribù intellettuale e artistica c’è anche stata la “fuga in oriente”.
Ma l’orientamento di Varela non va confuso con tale approccio. La sua mente razionale, ironica e rigorosamente scientifica ha colto nel buddhismo, al di là degli aspetti religiosi e devozionali noti ai più, il suo nucleo filosofico simmetrico alla critica kantiana. Con la differenza che Kant ha detto “noumeno” ed è fuggito, mentre i buddhisti lo considerano la somma meta. La filosofia buddhista si regge su due pilastri: la dottrina della “co-produzione condizionata”, e la dottrina del “vuoto”. Una senza l’altra perdono di senso. Da un punto di vista buddhista l’approccio enattivista ne è uno sviluppo moderno in chiave occidentale, è il Dalai Lama a certificarlo. Pertanto la proposta di Costantini di un “pan-enattivismo” può anche essere letta come una brillante esposizione attualizzata della co-produzione condizionata.
La “coscienza artificiale” è dunque possibile? Intendendo per “coscienza” l’organizzazione di oggetti provvisti di progressione, nome e forma, per il buddhismo certamente la risposta è sì, perché tutta la coscienza è artificiale: l’uomo è un robot senza saperlo, e le protesi non sono che degli aggiornamenti. Allora Varela, che stava sempre meditando, cosa faceva? Si dava una posa, o coltivava una consolazione anti-stress? No, coltivava il “vuoto” come consapevolezza, che in questa chiave è da intendersi come sacrificio di sé.
Abbiamo dunque due concetti contrapposti: co-produzione e vuoto, traducibili con “coscienza” e “consapevolezza” (termini del tutto provvisori perché variano nel significato secondo come usati, data la pochezza e imprecisione del vocabolario occidentale su questi argomenti). Possono fondersi tra loro? Questo è il tema del mistero e dell’iniziazione che si dibatte nelle pagine del libro. Nella cui conclusione, che volge agli psichedelici, concordo con le citazioni politiche di Fisher e Marcuse, elegantemente “vintage”. Dissento invece dall’omologazione strumentale degli psicofarmaci con gli psichedelici che Costantini delinea, dove la differenza è posta solo nei termini d’uso, come “an-estetizzanti” parte del controllo sociale gli uni, e protesi “estetizzanti” gli altri, facilitatori di autopoiesi di soggettività liberate, o “cura di sé”.
L’approccio estetico alla psichedelia è gratificante a bassi dosaggi, ma andando oltre, per i motivi sopra accennati, produce una ribellione caotica degli oggetti, gli scopettoni non cessano di portare acqua e l’apprendista stregone si trova in difficoltà. Il problema dell’anima persiste, ovvero della “consapevolezza”, è necessario il contrappeso di un cuore svuotato da nome e forma. Cambiando il punto di vista cambia la natura della “sostanza”. Queste mie riflessioni accessorie vanno tuttavia prese senza malizia e con simpatia per l’autore, che è al suo esordio letterario. E sicuramente Le farmacotecnologie del Sé: Droghe e potere nel tardo capitalismo è un testo molto ricco di informazioni, intenso, organizzato da una mente acuta.
–Andrea Orsini (collaboratore esterno)
Gianluca Toro
IL RETICOLO IRRADIANTE. Droghe e psiconautica in Ernst Jünger
Avvicinamenti Autoproduzioni, 2023
Gianluca Toro: chimico in campo ambientale e ricercatore indipendente nel campo dei composti psicoattivi naturali e sintetici, con particolare riguardo all’aspetto etnobotanico, etnomicologico, chimico e farmacologico. Ha pubblicato articoli su questi temi per riviste italiane e internazionali, oltre a diversi volumi monografici.
Questo testo rappresenta una “singolarità” saggistica-letteraria-scientifica per approcciare la figura e l’opera di Ernst Jünger, e insieme la psichedelia come “filosofia dell’avvenire”. Un libro denso ma non difficile nella lettura, musicale nella sua scorrevolezza, il cui autore ha all’attivo un’ampia produzione di testi e libri su psiconautica e sostanze. Lo accompagna la puntuale introduzione di Federico Battistutta, ricca di chiavi di lettura e intensi rimandi, che catalizza intorno a quattro parole emblematiche: “jahad”, “an-archia”, “trip” e “téchne” – sforzo, anarchia, viaggio e tecnica. Segue il saggio di Toro diviso in due sezioni. La prima dispone una attenta selezione di testi jüngeriani sulla prospettiva del loro slancio conoscitivo. Potremmo dire che è una sezione “filosofica”, se tale definizione non fosse limitante. La seconda sezione “operativa” e del tutto coerente alla prima, appare come una “guida alle droghe” attraverso Jünger, che ha anticipato i concetti di set e setting, e nel confronto con molti altri autori a partire da Huxley, Hofmann e Michaux.
Si tratta di un lavoro importante, ampiamente corredato da note storiche, bibliografiche e tecnico-scientifiche, un impegno gravoso che l’autore ha portato a compimento con garbo e sapienza. Avvantaggiato dalla sua formazione scientifica, Toro maneggia erudizione letteraria e filosofica sulla sponda dell’oggettività, creando un effetto “stereoscopico” rispetto ai passi jüngeriani.

In tal modo il libro evade totalmente dai canoni della critica letteraria o filosofica, è l’opera di uno psiconauta su un altro psiconauta nel contesto della massima elevazione, una vera guida iniziatica. Il tema della collocazione politico-filosofica di Jünger, appena sfiorato nell’introduzione, in realtà viene risolto, su un piano distinto, dalla stessa progressione del testo, ovvero dall’emersione del nucleo esperienziale e conoscitivo dello scrittore. Se prima avevo una stima di Jünger come esteta eccentrico, eccellente scrittore con qualche eccessivo entusiasmo giovanile, ora grazie a questo libro mi sono fatto un’idea diversa. La sua amicizia con Heidegger è fuorviante, si parlavano ma non credo si capissero veramente.
Più importante vedo quella con Eliade, da cui ha preso l’intuizione dell’interiorizzazione del “fuoco sacrificale” nelle pratiche dello yoga, inteso come ascesi, ardore o sforzo. Rilevo una lontananza assoluta dai tradizionalisti come Guenon ed Evola per via del suo anti-concettualismo appoggiato sulla totale enfasi del contatto diretto, dell’arte del vedere o dell’arte della percezione, da cui l’amore per la “morfologia” degli oggetti naturali. L’irradiazione dell’evidente non lascia spazio alle speculazioni sull’occulto. Temi che a partire dalla “profondità delle superfici” attraversano con mille spunti il libro.
Se dobbiamo rintracciare un’influenza filosofica importante su Jünger occorre risalire a Ludwig Klages, con la sua radicale “filosofia della vita” (Eros cosmogonico, 1926), un altro rifugiato in Svizzera che verrà attaccato nel 1936 da parte delle autorità naziste per la sua mancanza di supporto al regime. Ma se sugli indirizzi filosofici rischiamo di confonderci, è lo “spartiacque” del 19 aprile del 1949, il giorno-bicicletta della scoperta degli effetti dell’LSD, a determinare il salto di qualità per Jünger e non solo. Rilevante, ad esempio, in Huxley tra La filosofia perenne (1945) e Le porte della percezione (1954). Una rivoluzione che ha consentito a molti sperimentatori volenterosi di rompere gli argini dei concetti per accedere a nuove forme di sensibilità e conoscenza basate sull’esperienza immediata. Ernst, come dimostra il libro, si è totalmente immerso in questo processo cogliendo risultati straordinari.
Gianluca Toro ci accompagna nell’escursione sui testi come uno sherpa che guida ai campi-base, rendendo seccamente tutte le informazioni essenziali utili, anche fisiologiche e farmacologiche, per poi lasciare alla scrittura di Jünger l’arrampicata sulle vette, dove possiamo animarci a seguirlo. Vedo in questo una maturità ammirevole, non viene compressa o sovrapposta da gabbie interpretative la forma nella quale Jünger si esprime. Una forma cristallina, apollinea, la forma dell’attraversamento costante e biunivoco della linea. Ma l’apollineo in Jünger è strettamente connesso al dionisiaco.
Il Reticolo Irradiante è un libro su Dioniso, ci avvicina ai temi del “tessuto cosmico” e dei principi di prossimità e continuità, lo xinón dei Presocratici. Da qui una “sapienza” che collega apollineo e dionisiaco nello slancio del contatto autentico, fuori dagli equivoci e dalle banalizzazioni critico-letterarie alla moda, e che trova risonanza e connessione con il pensiero di Giorgio Colli (1919-1979). Forma e contenuto non sono scindibili nel dionisiaco individuale. Interiorità ed espressione sostanziano la vera arte. Non a caso Colli viene più volte citato in questo “singolare” libro, di cui consiglio vivamente la lettura.
–Andrea Orsini (collaboratore esterno)
Andrea Orsini: dopo aver studiato antropologia teatrale e filosofie orientali (Università La Sapienza di Roma), ha lavorato con il Teatro IRAA come associato e con Alessandro Fersen come assistente, ambiti dove focalizza i suoi studi sulle tecniche del corpo e gli stati di coscienza. Dal 1990 si dedica al rapporto tra arte, design e filosofia. Vive tra Italia e Cile.
