Ogni cultura ha i suoi luoghi percepiti come abitati. Cantine, rovine, santuari abbandonati — spazi che generano, in chi li attraversa, una sensazione difficile da nominare: inquietudine, presagio, la percezione di una presenza. Per secoli queste esperienze sono state spesso lette come contatto con l’aldilà, in altri contesti come superstizione, in altri ancora come manifestazioni patologiche. Uno studio della MacEwan University di Edmonton (Canada), pubblicato ad aprile 2026 su Frontiers in Behavioral Neuroscience, propone un possibile meccanismo fisiologico che può contribuire a queste esperienze: le vibrazioni sonore al di sotto dei 20 Hz — tipicamente impercettibili all’udito umano — possono modulare l’umore e la risposta allo stress anche in assenza di uno stimolo riconoscibile.
Lo studio ha coinvolto 36 partecipanti esposti a musica rilassante o inquietante, con o senza la presenza di infrasuoni a circa 18 Hz, secondo un disegno sperimentale a quattro condizioni. Campioni di saliva sono stati raccolti prima e venti minuti dopo l’esposizione per misurare i livelli di cortisolo. Nel campione osservato, i partecipanti esposti agli infrasuoni non riportavano consapevolezza dello stimolo, ma mostravano livelli di cortisolo salivare più elevati, riferivano maggiore irritabilità e valutavano la musica come più triste.
Un elemento metodologicamente rilevante è la doppia misura — soggettiva e biologica — insieme alla verifica che le credenze esplicite dei partecipanti circa la presenza o assenza degli infrasuoni non risultavano associate a variazioni nei livelli di cortisolo. Le risposte fisiologiche osservate non mostravano correlazione con quanto i partecipanti ritenevano stesse accadendo. L’aumento del cortisolo è generalmente associato a stati di attivazione e risposta allo stress, adattativi nel breve termine ma potenzialmente problematici se prolungati.
Questa linea di ricerca ha precedenti noti. Negli anni Novanta, l’ingegnere britannico Vic Tandy (1955-2005) descrisse un episodio in un laboratorio ritenuto infestato: provò ansia, sensazioni di freddo e riportò la percezione periferica di una figura. Indagando, individuò la presenza di un ventilatore che generava un’onda stazionaria attorno ai 19 Hz. Tandy ipotizzò che frequenze di questo tipo potessero interferire con il sistema visivo, proponendo un possibile legame con fenomeni percettivi anomali — un’ipotesi discussa ma non consolidata nella letteratura successiva. In indagini successive in altri ambienti, rilevò in alcuni casi la presenza di infrasuoni in contesti descritti come “infestati”, senza tuttavia una verifica sistematica.
Un esperimento condotto durante un concerto a Londra ha poi testato l’esposizione a infrasuoni su larga scala: circa il 22% dei partecipanti riportò sensazioni insolite — come brividi o disagio — durante i brani contenenti infrasuoni, pur senza esserne informato. Il recente studio della MacEwan University si colloca in questa traiettoria, introducendo misure fisiologiche in un contesto sperimentale più controllato. Data la dimensione limitata del campione, i risultati vanno considerati come indicativi e richiedono replicazione su popolazioni più ampie.
Il punto rilevante, sul piano teorico, riguarda il modo in cui il sistema nervoso elabora informazioni che non raggiungono la coscienza esplicita, producendo comunque effetti misurabili a livello emotivo e fisiologico. L’esperienza soggettiva — il brivido, la sensazione di presenza, l’urgenza di allontanarsi — è reale nei suoi effetti. Ciò che varia è l’interpretazione che viene costruita a partire da queste risposte. La ricerca sugli stati non ordinari di coscienza si muove da tempo su questo terreno: non si limita a chiedere se un’esperienza sia “reale”, ma analizza i processi attraverso cui emerge e le forme culturali che ne organizzano il significato.

Gli infrasuoni offrono un caso particolarmente chiaro: uno stimolo non consapevole può attivare risposte biologiche, a cui la mente attribuisce un senso utilizzando le categorie disponibili nel proprio contesto culturale. In un edificio abbandonato, questo senso può assumere la forma del soprannaturale; in un contesto tecnico, quella di un malfunzionamento; in un rituale, quella di un passaggio simbolico.
Questa prospettiva è presente nella letteratura sugli stati non ordinari di coscienza. Lo psichiatra ceco Stanislav Grof (1931) ha proposto che i contenuti di queste esperienze siano modellati da fattori biografici, culturali e contestuali. Il noto concetto di set and setting, introdotto da Timothy Leary (1920-1996) descrive proprio il ruolo di aspettative, contesto e ambiente nel modulare l’esperienza. Lo studio sugli infrasuoni suggerisce che dinamiche analoghe possano verificarsi anche al di fuori di contesti intenzionali: in assenza di una cornice esplicita, il sistema nervoso reagisce e la mente interpreta attingendo al repertorio culturale disponibile.
Il soprannaturale, in questa prospettiva, può essere considerato uno dei sistemi di significato storicamente utilizzati per organizzare e trasmettere esperienze che eccedono la percezione ordinaria, senza essere necessariamente riducibile a un semplice errore cognitivo. Visioni, presenze, attraversamenti di soglia compaiono in contesti culturali molto diversi, dalle tradizioni sciamaniche ai culti misterici, fino alle pratiche spiritiste e alle esperienze contemporanee in ambito psichedelico.
Gli infrasuoni non costituiscono una spiegazione generale di questi fenomeni. Non rendono conto, da soli, di esperienze complesse come le esperienze di morte imminente, le visioni in contesti rituali con sostanze o le esperienze di unità nella meditazione profonda. Rappresentano piuttosto un elemento specifico all’interno di un insieme più ampio di processi neurofisiologici e culturali. Il loro interesse risiede nel mostrare, in modo circoscritto, come il confine tra percezione e interpretazione possa essere meno netto di quanto comunemente si assume: risposte corporee possono emergere senza accesso consapevole diretto e venire successivamente organizzate in forma narrativa.
Come ha osservato il coordinatore dello studio canadese, Rodney Schmaltz, gli infrasuoni possono produrre reazioni misurabili in assenza di una fonte percepita. Questo dato apre una questione più ampia: in che misura alcune esperienze storicamente interpretate come presenze o forze invisibili possano essere state, almeno in parte, risposte del sistema nervoso a stimoli non riconosciuti, interpretate attraverso i codici culturali disponibili. È una domanda che non esaurisce il fenomeno, ma modifica il modo in cui può essere indagato.
Bibliografia ragionata
- Scattery K.R., VonStein D., Prichard L.B., Franczak B.F., Hamilton T.J., Schmaltz R.M. (2026). Infrasound Exposure is Linked to Aversive Responding, Negative Appraisal, and Elevated Salivary Cortisol in Humans. Frontiers in Behavioral Neuroscience, 20. doi: 10.3389/fnbeh.2026.1729876
- Tandy V., Lawrence T.R. (1998). The Ghost in the Machine. Journal of the Society for Psychical Research, 62(851), 360–364.
- Grof S. (1975). Realms of the Human Unconscious: Observations from LSD Research. Viking Press, New York.
- Leary T., Metzner R., Alpert R. (1964). The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead. University Books, New York.
