Vino e rospi nella tradizione italiana: alcune considerazioni farmacologiche

Nella zona di Frascati (RM), almeno fino agli inizi del ’900, esisteva l’usanza, confermata dalla maggioranza dei produttori del tipico vino bianco locale, di porre nelle botti dei rospi essiccati, in modo da attribuire un sapore amarognolo al prodotto finale, o “aumentarne il grado alcolico”. D’altra parte, secondo alcune testimonianze, sembrerebbe che varie famiglie storiche di produttori del frascati non conoscano tale pratica. Due testimonianze isolate, una per la zona di Viterbo (Gallese e Corchiano) e l’altra per Frosinone, ne confermerebbero l’esistenza, mentre secondo un’altra, ancora isolata, l’usanza non sarebbe nota per il comune di Marino, di tradizione vitivinicola, sempre in provincia di Roma

L’uso di additivi al vino ha origini antiche. Nel periodo classico, Greci e Romani erano soliti diluire il vino con diverse parti d’acqua, prima di berlo. Poiché il contenuto di alcool derivava solo dalla fermentazione naturale e non superava i 13-14 gradi, la diluizione in 3-4 parti di acqua rendeva il vino scarsamente o per nulla inebriante. Ciò significa che, in realtà, si addizionavano al vino determinati ingredienti che lo rendevano così potente da rendere necessarie differenti diluizioni. Il vino non diluito poteva causare seri danni alla salute e si riporta che quattro piccole coppe di vino diluito erano sufficienti a provocare una grave intossicazione.

Le fonti antiche più importanti circa gli additivi al vino sono l’Historia naturalis di Plinio Il Vecchio e il De materia medica di Dioscoride. Questi additivi avevano la funzione di conferire al vino specifiche proprietà, soprattutto medicinali, o di ravvivarne e rinvigorirne il sapore. Considerando solo gli additivi citati da Plinio Il Vecchio, ricordiamo quelli più significativi: appio (Apium graveolens), assenzio (Artemisia absinthium), calamo aromatico (Acorus calamus), ciclamino (Cyclamen sp.), cinnamomo (Cinnamomum sp.), elelisfaco (Salvia sp.), elleboro nero (Helleborus niger), giunco (Juncus sp.), mandragola (Mandragora autumnalis, Mandragora officinarum), mentastro (Mentha sp.), mirra (Commiphora sp.), mirto (Myrtus communis), nardo selvatico (forse Asarum europaeum), nepitella (forse Nepeta nepetella), oleandro (Nerium oleander), origano (Origanum vulgare), ruta (Ruta graveolens), scammonea (Convolvulus scammonia), serpillo (Thymus serpyllum) e zafferano (Crocus sativus), legno di alloro, cipresso, ginepro, olivo, pino e quercia, e i prodotti naturali bitume, pece e resina. Alcuni vini avevano proprietà particolari, quali rendere fertili le donne e rabbiosi gli uomini, rendere sterili, provocare l’aborto e conciliare o scacciare il sonno.

In Italia, sono presenti le specie Bufo bufo spinosus, Bufo viridis viridis e Bufo vulgaris. E proprio Bufo viridis viridis, data la diffusione territoriale, sembra essere la specie coinvolta nel caso del vino di Frascati.

Tra i diversi costituenti delle secrezioni dei rospi, troviamo, in particolare nelle specie sopra riportate (oltre che in Bufo alvarius, Bufo americanus, Bufo arenarum, Bufo bufo, Bufo calamita, Bufo chilensis, Bufo crucifer, Bufo formosus, Bufo fowleri, Bufo paracnemis, Bufo vulgaris e sembrerebbe anche Bufo marinus), la bufotenina, isolata per la prima volta come componente minore del veleno di Bufo vulgaris. Per i vegetali, la bufotenina è stata individuata in Anadenanthera colubrina, Anadenanthera colubrina var. cebil, Anadenanthera peregrina, Anadenanthera peregrina var. falcata, Anadenanthera peregrina var. peregrina, Arundo donax, Banisteriopsis rusbyana., Desmodium pulchellum, Lespedeza bicolor, Mucuna pruriens, Osteophleum platyspermum, Phalaris aquatica, Phalaris arundinacea, Phalaris tuberosa, Phragmites australis, Piptadenia excelsa e Urtica pilulifera, mentre per i funghi in Amanita citrina, Amanita porphyria e Amanita tomentella.

Fino a tempi relativamente recenti, la psicoattività della bufotenina non era ancora ben definita. Ne riportiamo alcuni tra i dati più significativi.

Bufotenina

Pagés Larraya (1959) inalò una polvere da semi tostati e macinati di Anadenanthera colubrina var. cebil e descrisse un senso di spersonalizzazione, mistero e coscienza del numinoso. Sempre inalando una polvere preparata dai semi della stessa specie, C. Rätsch (1996) ebbe un’esperienza visionaria con percezione di sinuosi motivi artistici precolombiani messicani e peruviani, mentre J. Ott (2001) vide sinuosi modelli arabescati multicolori, prima a occhi chiusi, poi su una parete in ambiente oscuro, e infine sopra della superfici. J. Castillo (1997) inalò una polvere offertagli in un contesto tradizionale, preparata presumibilmente da semi di Anadenanthera peregrina var. peregrina, dopo aver masticato un pezzo di Banisteriopsis caapi. L’autore sperimentò iperestesia, allucinazioni e la sensazione dell’emergere di un “sesto senso”.

Infine, Ott (2001) ha eseguito una serie di autosperimentazioni con bufotenina, riproducendo l’impiego di polveri da fiuto, contenenti appunto bufotenina, in contesti sciamanici. Il composto è stato assunto per via orale, sublinguale, intranasale, come vapore inalato e per via intrarettale, e i risultati avrebbero evidenziato che sarebbe psicoattiva per tutte le vie di somministrazione sperimentate, secondo certi dosaggi.

È stato anche proposto che la bufotenina si possa trasformare, nel nostro organismo, in un composto psicoattivo, il 5-MeO-DMT. La bufotenina potrebbe essere attiva per via orale in presenza di composti quali le β-carboline. Infatti, queste ultime agiscono come inibitori degli enzimi monoamminoossidasi (MAO), presenti nel sistema gastro-intestinale del nostro organismo, enzimi che metabolizzano, e quindi inattivano, la bufotenina.

La bufotenina, essendo solubile in alcool, si ritroverebbe nel vino a cui i rospi sono stati aggiunti. Inoltre, nel vino sono presenti composti β-carbolinici. In generale, la loro formazione è favorita più nelle bevande che negli alimenti solidi, oltre che da un ambiente acido e, in certe condizioni, da un lungo periodo di conservazione prima del consumo. Nel caso del vino, la loro concentrazione aumenterebbe durante la fermentazione, la conservazione e l’invecchiamento. Questi composti potrebbero attivare la bufotenina secondo il meccanismo sopra riportato.

Da quanto detto, il vino di Frascati, a cui sono stati addizionati rospi, avrebbe un potenziale effetto psicoattivo, forse testimoniato dal fatto che l’ “aumento del grado alcolico” della bevanda non significa altro che un aumento del potere inebriante dovuto alla bufotenina. In pratica, il rospo (e in generale gli additivi vegetali e fungini psicoattivi sopra riportati) “fortificherebbero” la bevanda fermentata. Nello specifico, la bufotenina potrebbe avrebbe un effetto additivo o sinergico a quello dell’alcool.

È possibile che la pratica fosse nata dall’osservazione di un fatto casuale. Dalla semplice osservazione di una supposta “affinità” dei rospi con il vino, essi sarebbero stati aggiunti alla bevanda senza consapevolezza dei possibili effetti psicoattivi. Dopo avere sperimentato un maggiore effetto inebriante del vino, si sarebbe passati a un loro uso consapevole.

 

Bibliografia

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– Gianluca Toro

 

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