Un recente studio condotto a São Paulo, Brasile, e pubblicato su Frontiers in Neuroscience descrive un episodio insolito osservato in una donna nippo-americana di 80 anni affetta da malattia di Alzheimer in fase avanzata. Dopo l’assunzione di una singola alta dose di funghi contenenti psilocibina (5 gr.), la paziente – da anni caratterizzata da linguaggio fortemente compromesso, incontinenza e grave riduzione dell’autonomia – ha manifestato, a distanza di circa diciannove ore e fino a tre giorni dopo un recupero temporaneo di diverse funzioni.
Ha ripreso a conversare spontaneamente e mostrato ricordi autobiografici coerenti, una maggiore reattività emotiva e il temporaneo ripristino della continenza urinaria. Nella sessione successiva, a un mese di distanza, le sono stati somministrati 3 gr. di funghi psilocibinici, confermando i risultati precedenti e senza particolari effetti negativi. La paziente ha azi affermato: «È un piacere venire qui».
La reazione mediatica non si è fatta attendere. Nell’attuale corsa alla “pillola magica” basata sulle terapie psichedeliche, simili episodi suscitano un immediato entusiasmo. Gli stessi ricercatori brasiliani chiariscono però che i risultati non implicano una regressione della malattia di una guarigione ma suggeriscono la necessità di nuove, ampie indagini. Ancor più, il caso si pone come manifestazione di un fenomeno più ampio e ancora poco compreso. E acquista un significato diverso se viene collocato all’interno degli studi e della letteratura sceintifica che precede di molto il rinnovato interesse per gli psichedelici.
Negli ultimi anni neuroscienziati e geriatri hanno iniziato a studiare sistematicamente la cosiddetta “lucidità paradossa”: l’improvvisa ricomparsa di comunicazione significativa, riconoscimento dei familiari, orientamento e comportamento coerente in persone affette da demenze avanzate che sembrano aver perso stabilmente tali capacità. In alcuni casi questi episodi durano pochi minuti, in altri diverse ore. Fenomeni analoghi sono stati osservati anche nella cosiddetta lucidità terminale, quando pazienti con gravi patologie neurologiche recuperano temporaneamente memoria, linguaggio e consapevolezza nelle ore o nei giorni precedenti la morte.
Ciò che rende questi fenomeni particolarmente interessanti è il fatto che possono manifestarsi in condizioni assai diverse tra loro. Alcuni episodi sembrano emergere spontaneamente. Altri sono associati a stimoli autobiograficamente significativi come musica, fotografie, voci familiari, odori o contatto fisico. In altri casi ancora intervengono modificazioni farmacologiche della neurochimica cerebrale.

La storia della neurologia offre un esempio celebre. Il dottor Oliver Sacks, nel bestseller del 1973, Awakenings, descrive il temporaneo recupero di funzioni motorie e cognitive in pazienti immobilizzati da decenni a causa dell’encefalite letargica dopo la somministrazione dell’allora nuovo farmaco L-Dopa. Sebbene il meccanismo fosse completamente diverso da quello della psilocibina, il risultato appariva sorprendentemente simile: capacità considerate perdute tornavano improvvisamente accessibili.
In questa prospettiva, il caso riportato dai ricercatori brasiliani non rappresenta necessariamente una dimostrazione delle proprietà eccezionali di una particolare sostanza. Potrebbe invece costituire un ulteriore esempio di una categoria più generale di fenomeni nei quali sistemi neurologici gravemente compromessi mostrano, per brevi periodi, l’accesso a funzioni residue normalmente non disponibili.
Questa osservazione invita anche a una maggiore cautela nell’utilizzo delle metafore con cui vengono descritte le demenze avanzate. Il modello intuitivo di un cervello progressivamente distrutto spiega una parte importante della malattia, ma fatica a rendere conto di questi improvvisi ritorni di memoria, linguaggio e riconoscimento. La presenza di episodi di lucidità inattesa suggerisce infatti che, accanto alla perdita strutturale, possano esistere dinamiche di rete ancora capaci di sostenere temporaneamente forme complesse di funzionamento cognitivo.
I meccanismi responsabili di questi fenomeni rimangono largamente sconosciuti. Alcuni ricercatori ipotizzano processi di riorganizzazione dinamica delle reti neurali; altri chiamano in causa variazioni neurochimiche improvvise o forme di compensazione funzionale ancora poco comprese. Nessuna spiegazione ha finora raggiunto un consenso scientifico.
Per questo il valore principale di questo caso non consiste nell’aver mostrato una possibile cura dell’Alzheimer, ma nell’aver riportato l’attenzione su una domanda ancora aperta nelle neuroscienze contemporanee. Gli episodi di lucidità inattesa, spontanei o indotti, continuano infatti a suggerire che la relazione tra degenerazione cerebrale, memoria, identità e coscienza sia probabilmente più complessa di quanto le descrizioni cliniche tradizionali riescano a rappresentare.
Bibliografia e minima
- Lago, M., Cerveira, M., & Simonet, J. X. (2026). Transient multidomain functional improvement in advanced Alzheimer’s disease following high-dose psilocybin-containing mushroom administration: a case report. Frontiers in Neuroscience, 20, 1813281.
- Mashour, G. A., Frank, L., Batthyány, A., Kolanowski, A. M., Nahm, M., Greyson, B., et al. (2019). Paradoxical lucidity: A potential paradigm shift for the neurobiology and treatment of severe dementias. Alzheimer’s & Dementia, 15(8), 1107–1114.
- Peterson, A., Sikkema, K., & collaborators (2022). What is paradoxical lucidity? The answer begins with its definition. Alzheimer’s & Dementia, 18(3), 513–521.
- Ross, J. P., Post, S. G., & Scheinfeld, L. (2024). Lucidity in the Deeply Forgetful: A Scoping Review. Journal of Alzheimer’s Disease.
- Sacks, O. (1973). Awakenings. Duckworth. (Ed. it. Risvegli, Adelphi, 1995).
- Batthyány, A. (2018). Terminal Lucidity in Patients with Mental Illness and Other Mental Disability: An Integrative Literature Review. Journal of Near-Death Studies, 36(2), 70–94.
