Negli ultimi anni, la ricerca etnobotanica e fitochimica ha portato all’individuazione di un notevole numero di specie di piante e funghi psicoattivi, numero che appare in continuo aumento. Tali specie sono state (e sono ancora) impiegate) da diverse culture tradizionali e meno, in differenti parti del mondo, per lo più in contesti sciamanici, per indurre stati alterati di coscienza. La loro presenza numerica è nettamente maggiore nel Nuovo rispetto al Vecchio Mondo, in un rapporto di circa 7:1.
Ciò non è da ascriversi a un fattore botanico, quanto piuttosto a un fattore culturale. Infatti, nel Nuovo Mondo predominano strutture socio-religiose di tipo sciamanico, volte alla ricerca e all’uso di specie psicoattive secondo una certa “programmazione culturale”. Per quanto riguarda il Vecchio Mondo, sembra che non esistano dati certi riguardo all’impiego tradizionale di piante e funghi psicoattivi, o almeno sembra che siano scomparsi forse a causa di fenomeni repressivi come l’intolleranza religiosa.
Possibili indizi di una sopravvivenza di un uso tradizionale di questo tipo si possono incontrare durante indagini etnobotaniche svolte presso popolazioni rurali che hanno mantenuto nel tempo i loro usi e costumi, sulla base di informazioni offerte dalle persone anziane, depositarie della tradizione. È il caso della pianta Tragopogon pratensis.

Detta comunemente “barba di becco”, trattasi di una pianta erbacea perenne che fiorisce da maggio ad agosto in prati, pascoli e incolti fino a oltre 2.000 m di altitudine. È ampiamente distribuita in Europa (Italia compresa, soprattutto nelle regioni settentrionali) e nell’Asia dell’Est. Nota fin dall’antichità classica (è citata da Dioscoride e Plinio il Vecchio), questa pianta è impiegata come alimento (radici, fusti, foglie e boccioli) e ha proprietà depurative, diuretiche, espettoranti, sudorifere e astringenti. In particolare, la radice trova uso nella medicina popolare come depurativo, per stimolare la sudorazione, come calmante della tosse e in genere coadiuvante di tutte le affezioni dell’apparato respiratorio.
Sembrerebbe, inoltre, che questa specie sia stata utilizzata popolarmente anche come inebriante. Infatti, alcune informazioni orali raccolte recentemente in Francia nella regione dei Vosgi (in particolare nel cosiddetto Welsh Country) testimoniano che le persone anziane di questa zona erano solite fumarla in gioventù per “viaggiare sulla luna”.
Seguono alcune ipotesi farmacologiche circa il presunto potere psicoattivo di questa specie.
In T. pratensis sono stati isolati principalmente gli alcoli triterpenici a- e b-lattucerolo, le saponine triterpeniche tragopogonoside A-I, derivati dell’acido caffeico quali acido clorgenico e acido 3,5-dicaffeoilchinico, e alcool cerilico.
Il composto a-lattucerolo è presente anche nella specie Lactuca virosa della stessa famiglia botanica di T. pratensis. L’impiego della droga secca o di estratti di vario tipo (tra cui il lattucario) ottenuti da questa specie di lattuga era ed è noto in diverse farmacopee come analgesico, sedativo e blando ipnotico in sostituzione dell’oppio.
Per quanto riguarda le saponine triterpeniche, ricordiamo che questa classe di composti è stata proposta come principio attivo della pianta Silene capensis impiegata, sottoforma di radice polverizzata, come oneirogeno (induttore di sogni) tra gli indovini della popolazione degli Xhosa che vivono in Sud Africa (Eastern Cape).
Infine, T. patensis può essere infestato dal fungo parassita Ustilago tragopogonis-pratensis a livello di semi, fiori e frutti. Nel genere Ustilago troviamo specie che infestano per lo più avena, orzo e grano. Alcune specie sono impiegate come cibo (India e Messico), per usi terapeutici (come vasodilatatorio e utero-stimolante) o possono causare intossicazioni note sotto il nome di ustilaginismo. L’ustilaginismo è caratterizzato da insonnia, dolori brucianti, problemi alla circolazione periferica e da una sindrome psicotonica con alta irritabilità simile all’ergotismo (causato principalmente dal fungo parassita delle graminacee Claviceps purpurea o ergot), ma meno grave e definita come “pseudo-ergotica”.
Non sembra che questo tipo di infestazione sia ancora molto diffuso (forse lo era maggiormente nel passato), ma ipoteticamente si può supporre che l’effetto di possibili alcaloidi dell’ergot metabolizzati da U. tragopogonis pratensis si manifesti attraverso l’inalazione del fumo prodotto dalla combustione della pianta infestata.
In definitiva, si può supporre che T. pratensis sia stato impiegato nella regione dei Vosgi come sostituto della canapa (Cannabis sp.), in quanto era forse più facilmente reperibile e maggiormente disponibile, e in generale è possibile che nelle culture popolari europee fossero utilizzati altri sostituti.
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–Gianluca Toro

molto interessante