Quella che segue è la traduzione di un articolo pubblicato lo scorso aprile sul magazine USA DoubleBlind, che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione. Vi si affrontano, a partire da un’intervista con Erica Rex (giornalista e autrice di Seeing What Is There: My Search for Sanity in the Psychedelic Era), le lacune e i rischi legati alla terapia psichedelica per come viene intesa o prevista oggi. Si tratta di una conversazione sul trauma, sul potere e sulle problematiche relative alla fiducia riposta (anzi a volte malriposta) in certi sistemi teoricamente pensati per guarire.
Erica Rex è cresciuta in una famiglia in cui la realtà era sempre soggetta a revisione. Con il padre psichiatra e la madre psicologa, c’era sempre una spiegazione per ciò che lei provava, perché lo provava, su cosa significasse o meno. Col passare del tempo, quel tipo di ambiente le ha insegnato che l’esperienza personale non era necessariamente l’ultima parola e che la versione degli eventi proposta da qualcun altro potesse, in qualche modo, avere più peso.
A vent’anni visse una serie di problemi di salute riproduttiva che la lasciarono disorientata e diffidente nei confronti del sistema sanitario. A trent’anni i sintomi, anzichè risolversi, si erano fatti cronici e difficili da definire, costringendola a recarsi ripetutamente negli studi medici senza ottenere risposte chiare. A quarant’anni le venne diagnosticato un tumore al seno.
Quando nel 2012 partecipò a uno studio sulla psilocibina alla Johns Hopkins University, stava cercando di capire perché, nonostante tutto, la vita le sembrasse ancora instabile. L’esperienza non risolse la questione. Semmai, la rese ancora più complicata. Ciò che ne emerse, invece, è stata l’influenza dei sistemi che la circondavano – medici, psichiatrici, culturali – e una domanda a cui non è facile rispondere. Che aspetto ha realmente la guarigione all’interno di strutture costruite per gestire i sintomi piuttosto che per prendersi cura delle persone?
Negli anni successivi Rex si è fatta strada nei vari livelli del mondo psichedelico. Ha partecipato a sperimentazioni cliniche, ha preso parte a sedute terapeutiche clandestine e ha osservato un settore desideroso di proporsi al grande pubblico. I contesti cambiavano, ma gli schemi si ripetevano: il potere era incontrollato, i confini si confondevano e la fiducia veniva data per scontata invece che guadagnata. Rex ha notato quanto spesso riapparissero le stesse figure carismatiche, che esercitavano il loro potere in ambienti in cui gli individui erano al massimo della loro vulnerabilità.
«Man mano mi sono resa conto – scrive nel libro – che la promessa di guarigione può diventare solo un altro strumento di controllo se non si sta attenti». In contesti in cui la cura avrebbe dovuto essere il fondamento, si è ritrovata a chiedersi, più e più volte: «Chi controlla il controllore?».
Seeing What Is There non offre risposte facili. Intreccia narrazioni personali e reportage incisivi, mettendo in luce la tensione tra le esperienze individuali vissute e i sistemi destinati a dar loro un senso, tra cui la psichiatria, la medicina e l’industria della terapia psichedelica che ora si propone come soluzione.
«Circola questa convinzione che gli psichedelici guariscano, ma in realtà non è così che funzionano», prosegue Rex. «Tali sostanze aprono nuove prospettive. E se la struttura che le circonda non è solida, se le persone coinvolte non sanno cosa stanno facendo, allora le cose possono andare molto male».
L’intervista che segue riprende questi temi, sviluppati più ampiamente del libro, per poi concentrarsi su ciò che chiunque dovrebbe comprendere prima di entrare in questi spazi, specialmente chi si trova ad affrontare traumi, malattie e sistemi che spesso non riescono a coglierne appieno la realtà.
DoubleBlind: Il libro ripercorre le lunghe ripercussioni del trauma: il terrore infantile, l’abbandono medico, il disorientamento degli stati psichedelici. Guardando indietro all’intero arco della tua vita, cosa capisci ora dell’onda lunga trauma che non riuscivi a vedere mentre ci vivevi dentro?
Erica Rex: Ora mi rendo conto di quanto profondamente il trauma abbia plasmato la mia vita. Ho provato ogni tipo di terapia e, alla fine, anche le sostanze psichedeliche, che mi hanno aiutato a smantellare le difese che mi impedivano di vedere il quadro completo. Mi hanno permesso di guardarmi dentro senza essere sopraffatta dall’enormità di ciò che era accaduto. Ora c’è accettazione. Chiarezza. Continuano ad arrivare nuove rivelazioni, anche a distanza di decenni, ma non mi destabilizzano più come un tempo. Fanno parte della stessa storia. Non posso cancellarla, ma posso rapportarmici in modo diverso.
DB: Una delle parti più inquietanti del libro è la tua esperienza con l’MDMA a Zurigo. Come distingui tra la vulnerabilità autentica e quel tipo di permeabilità che rende una persona esposta a dinamiche predatorie?
ER: Questo è il problema centrale. Gli stati psichedelici rendono il soggetto estremamente permeabile, e se chi ti circonda non è con i piedi per terra o non ha un senso etico, quell’apertura può essere sfruttata, a volte senza che nessuno abbia consapevolmente intenzione di fare del male. A Zurigo, ho percepito quasi immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Ero entrata in un sistema familiare già consolidato, ed io ero l’estranea. Già questo avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. La verità è che spesso è impossibile sapere come stanno le cose. Ecco perché la struttura, la fiducia e la comunità sono essenziali. Non assumerei mai più MDMA in un contesto in cui non conoscessi intimamente gli altri presenti.
DB: Qual è secondo te il mito più pericoloso che circola nel mondo psichedelico riguardo alle donne e, in particolare, alle donne sopravvissute ai traumi?
ER: L’idea che le sostanze psichedeliche siano intrinsecamente curative. Non lo sono. Sono potenti e destabilizzanti, e possono causare danni reali se il contesto non è sicuro. Le donne, specialmente se sopravvissute a dei traumi, devono stare estremamente attente a chi si affidano e in quali condizioni. Hai bisogno di una struttura che ti sostenga, anche e soprattutto se non comprendi ancora appieno il tuo trauma. La sicurezza non è facoltativa. È il fondamento generale.
DB: Hai parlato apertamente dei fallimenti della ricerca psichedelica nell’affrontare le questioni relative al potere, al genere e alla vulnerabilità. Cosa servirebbere per rendere effettivamente etica la scienza psichedelica?
ER: Richiederebbe lo smantellamento delle strutture patriarcali che hanno plasmato la psichiatria per oltre un secolo. Non sono stati gli psichedelici a creare queste dinamiche: le hanno ereditate. Il settore continua a proteggere i predatori, continua a incolpare le vittime e continua a rifiutarsi di esaminare il proprio potere. Una scienza psichedelica etica richiederebbe una ridistribuzione dell’autorità. Terapisti e ricercatori dovrebbero rendere conto alle persone che assistono, non il contrario. Non si può permettere che sia la psichiatria a gestire l’intero scenario.
DB: Con l’accelerarsi del processo di legalizzazione, quali sono le misure di salvaguardia imprescindibili per impedire che gli psichedelici diventino strumenti di sfruttamento?
ER: Servono misure di salvaguardia almeno altrettanto rigorose di quelle relative all’alcol, [come l’introduzione di] limiti di età. Lo screening delle persone con «tratti di personalità oscura» [come il narcisismo o la psicopatia]. Regole chiare su chi è autorizzato a somministrare queste sostanze. Ma la questione più profonda è di natura culturale. Abbiamo favorito un tipo di leadership, specialmente nel settore tecnologico e in quello degli psichedelici, che premia il narcisismo e lo sfruttamento. Senza affrontare questo cambiamento culturale, nessuna misura di salvaguardia sarà mai sufficiente.
DB: Molti lettori si avvicineranno al tuo libro sentendosi sconfitti, abbandonati o alla deriva, anche prima che entrino in gioco le sostanze psichedeliche. Cosa vorresti che capissero prima di rivolgersi a tali sostanze come percorso di guarigione?
ER: Quello che conta è il fatto di sentirsi al sicuro, la garanzia di non correre rischi. Le sostanze psichedeliche possono essere preziose, ma possono anche rivelarsi catastrofiche se non si è accompagnati da persone di fiducia, se non si assumono sostanze di cui si conoscono gli effetti e in dosi adeguate. È coraggioso, ma anche un po’ avventato, lanciarsi in questa esperienza senza un sostegno adeguato. Non tutti sono in grado di uscirne con resilienza. Le sostanze psichedeliche non sono scorciatoie. Amplificano ciò che è già presente. E per le donne, specialmente per chi ha subito traumi, il bisogno di sicurezza va moltiplicato più volte.
Questa è la traduzione italiana di un articolo pubblicato lo scorso aprile sul magazine USA DoubleBlind, che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione.

