Dall’oggetto attivo all’oggetto attivante: una possibile teoria delle tecnologie della coscienza

Negli ultimi decenni lo studio degli stati non ordinari di coscienza ha attraversato una trasformazione significativa. Se in passato l’attenzione era rivolta soprattutto ai meccanismi neurobiologici, oggi appare sempre più evidente che nessuna esperienza può essere compresa facendo riferimento a un solo livello di analisi. Le proprietà di una sostanza, le caratteristiche di uno strumento o di una pratica rappresentano solo una parte del quadro. A concorrere alla costruzione dell’esperienza intervengono anche il contesto, le aspettative, le relazioni, la cultura, la storia personale e i significati condivisi.

Questa consapevolezza accomuna ambiti di ricerca molto diversi tra loro: neuroscienze, antropologia, psicologia, etnopsichiatria, psicoterapia e studi sui rituali. Pur utilizzando linguaggi differenti, tutti descrivono un fenomeno analogo: ciò che accade non dipende mai da un unico elemento, ma dall’interazione tra molteplici fattori.

Proprio da questa constatazione nasce una difficoltà teorica. Oggi disponiamo di una vasta letteratura dedicata a sostanze psicotrope, meditazione, ipnosi, rituali, tecnologie immersive, pratiche corporee e numerosi altri strumenti capaci di modificare l’esperienza cosciente. Manca però un modello generale che permetta di descriverli attraverso criteri comuni. La classificazione continua quasi sempre a seguire la natura degli strumenti — farmacologici, rituali, contemplativi, tecnologici — mentre rimane in secondo piano il modo in cui essi operano.

Una futura teoria delle tecnologie della coscienza potrebbe seguire un’altra strada. Più che chiedersi cosa siano questi strumenti, potrebbe diventare utile comprendere quali processi rendano possibili, attraverso quali meccanismi agiscano, in quali condizioni risultino efficaci e quali trasformazioni tendano a produrre.

In questa direzione si inserisce il concetto di oggetto attivo. Nel loro lavoro, Annalisa Valeri e Leonardo Montecchi (scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini) lo riconducono al pensiero di Tobie Nathan (1948-) e alla riflessione di Bruno Latour (1947-2022). Muovendo da questo quadro teorico, descrivono quegli oggetti, materiali o immateriali, che partecipano alla costruzione dell’esperienza all’interno di uno specifico sistema di relazioni.

Si tratta di un contributo di grande interesse perché sposta l’attenzione dall’idea di una causalità semplice a una visione nella quale gli effetti dipendono dall’incontro tra persone, oggetti, pratiche e contesti.

L’ipotesi proposta in queste pagine non intende sostituire questo concetto, ma svilupparne una possibile conseguenza. Più che di oggetto attivo, potrebbe essere utile parlare di oggetto attivante.

La differenza può sembrare minima, ma introduce uno spostamento di prospettiva. L’espressione oggetto attivante invita infatti a considerare l’oggetto non come il luogo nel quale risiederebbe un determinato potere, bensì come uno degli elementi che rendono possibile l’attivazione di specifici processi.

Una pianta rituale, uno psicofarmaco, un tamburo sciamanico, una reliquia religiosa, una maschera cerimoniale, un ambiente immersivo o perfino uno spazio architettonico possono contribuire a modificare l’esperienza. Ciò che accade, tuttavia, non dipende esclusivamente dalle loro caratteristiche materiali. Dipende anche dalla persona che li incontra, dalle aspettative, dalla preparazione, dal contesto, dalle relazioni presenti, dalla cultura di appartenenza e dai significati attribuiti all’esperienza.

L’efficacia non coincide quindi con una proprietà dell’oggetto. Nasce dall’interazione tra elementi differenti che, solo in determinate condizioni, danno origine a una particolare esperienza.

Questa precisazione diventa importante anche per evitare un possibile equivoco. Parlare di oggetto attivante non significa sostenere che ogni tecnologia della coscienza operi sempre nello stesso modo. Il peso relativo delle diverse componenti può cambiare profondamente.

Esistono strumenti che lasciano un ampio margine all’interazione tra soggetto, contesto e pratica. In altri casi, invece, i meccanismi fisiologici tendono a prevalere, riducendo la possibilità che gli aspetti simbolici e relazionali influenzino l’esito dell’esperienza. La dose di una sostanza rappresenta soltanto uno degli esempi possibili. Anche una stimolazione cerebrale, un’anestesia, una deprivazione sensoriale o altre procedure possono modificare radicalmente l’equilibrio tra le diverse componenti.

Più che mettere in discussione l’ipotesi dell’oggetto attivante, questa variabilità suggerisce la necessità di descrivere anche il diverso grado di apertura lasciato all’interazione tra i fattori che partecipano alla costruzione dell’esperienza.

Da questo punto di vista il contributo di Alfred Gell (1945-1997) offre un ulteriore elemento di riflessione. In Art and Agency (1998) mostra come gli oggetti possano produrre effetti sociali senza possedere un’intenzionalità propria. Attraverso il processo che definisce abduction, gli individui attribuiscono agli oggetti intenzioni, capacità o poteri che orientano concretamente il comportamento e le relazioni.

Ancora più interessante è un’altra osservazione proposta da Gell. La capacità di un oggetto di influenzare chi lo incontra sembra mantenersi finché conserva un certo grado di indeterminatezza. Quando tutto diventa perfettamente prevedibile e integralmente spiegabile, cambia anche il modo in cui quell’oggetto viene vissuto. Non mutano necessariamente le sue proprietà materiali; muta la relazione che esso rende possibile.

Questa osservazione acquista particolare interesse nel panorama contemporaneo della ricerca sugli stati non ordinari di coscienza. La crescente standardizzazione di molte pratiche attraverso protocolli clinici, procedure validate e condizioni sperimentali rigorosamente controllate rappresenta un passaggio essenziale per garantire sicurezza, qualità metodologica e confrontabilità dei risultati.

Resta tuttavia un aspetto che merita attenzione. Se parte dell’efficacia di alcune tecnologie dipende dall’interazione tra fattori biologici, psicologici, simbolici e relazionali, la progressiva trasformazione dei contesti potrebbe modificare non soltanto le procedure, ma anche alcuni dei processi che tali strumenti rendono possibili.

Non si tratta di contrapporre ricerca scientifica e pratiche tradizionali, né di attribuire un valore positivo all’incertezza. Il problema consiste nel comprendere quali variabili partecipino realmente alla costruzione dell’esperienza e quale peso assumano nelle diverse condizioni.

È proprio qui che l’ipotesi dell’oggetto attivante può risultare utile. Il suo obiettivo non è stabilire se un oggetto possieda oppure no un potere. L’interesse si sposta verso un’altra domanda: quali processi rende possibili? Attraverso quali meccanismi? In quali condizioni? Con quale grado di dipendenza dal contesto? Quali esiti tende a favorire?

Queste domande suggeriscono anche una possibile direzione per una futura tassonomia delle tecnologie della coscienza. Strumenti, sostanze, pratiche, rituali, ambienti e dispositivi potrebbero essere classificati non soltanto in base alla loro natura, ma anche secondo i processi che attivano, i meccanismi attraverso cui operano, il grado di partecipazione richiesto al soggetto, il peso assunto dal contesto e gli esiti che tendono a produrre.

L’ipotesi dell’oggetto attivante non costituisce quindi una semplice proposta terminologica. Rappresenta un tentativo di descrivere con maggiore precisione il funzionamento delle tecnologie della coscienza e di contribuire alla costruzione di un linguaggio comune capace di mettere in dialogo discipline che, pur occupandosi degli stessi fenomeni, continuano spesso a utilizzare categorie differenti.

 

Bibliografia minima

  • Alfred Gell, Art and Agency. An Anthropological Theory, Oxford University Press, 1998.
  • Bruno Latour, Reassembling the Social. An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, 2005.
  • Tobie Nathan, La folie des autres. Traité d’ethnopsychiatrie clinique, Dunod, 1986.
  • Annalisa Valeri, Leonardo Montecchi, Psicosi e ayahuasca, Takiwasi.
  • Annalisa Valeri, Leonardo Montecchi, La silenziosa attesa, Sensibili alle foglie, 2024.
  • Donald W. Winnicott, Playing and Reality, Tavistock Publications, 1971.

 

– Aldo Bergese, collaborare esterno, si occupa delle relazioni tra antropologia, psicologia, neuroscienze e tecnologie della coscienza, con particolare interesse per lo sviluppo di modelli interpretativi e di una futura tassonomia delle tecnologie della coscienza.

[Articolo realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale generativa, utilizzati sotto supervisione umana; la verifica delle fonti e la responsabilità editoriale sono sempre a cura della redazione]

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