La settimana scorsa, una sottocommissione della Camera statunitense ha tenuto una audizione sul programma MK-ULTRA della CIA, che negli anni Cinquanta e Sessanta ha coinvolto svariate università, ospedali e ricercatori ignari o complici per sperimentare illegalmente le sostanze psicoattive finalizzate al controllo mentale. Avviato nel contesto della Guerra Fredda, il programma è altresì legato ai finanziamenti CIA di iniziative culturali e scientifiche, come pure all’infiltrazione nei movimenti giovanili dell’epoca.
Obiettivo delle nuove audizioni, promosse dalla deputata repubblicana Anna Paulina Luna, è quello di farne emergere ulteriori dettagli, dopo che la stessa Luna ha accusato la CIA di aver sottratto documenti pertinenti dall’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale. Va notato che comunque che la maggior parte dei documenti originali vennero già distrutti dallo stesso direttore dell’MK-ULTRA, lo psichiatra e chimico Sidney Gottlieb (1918-1999).
In passato le attività segrete del programma erano state esaminate in particolare dalla Commissione Church (1975-76), oltre che man mano dettagliate in svariati libri tra cui The Search for the “Manchurian Candidate”: The CIA and Mind Control (John Marks, 1979) e Tripped: Nazi Germany, the CIA, and the Dawn of the Psychedelic Age. The Hidden Origins of MKUltra and the War on Drugs (Norman Ohler, 2024).
Il rinnovato interesse per simili questioni conferma l’attualità di un recente volume italiano: Ipotesi di complotto: dall’utopia nazista al transumanesimo. Breve storia della cospirazione acquariana (250 pagine, disponibile anche in formato Kindle, 25MB), auto-prodotto da Paolo Proietti e Laura Gabriella Nalin – fra l’altro animatori del Centro Yoga Citrā di Padova, sodalizio che unisce ricerca sul movimento, pratica contemplativa e indagine storica sulle tradizioni che insegnano.
C’è già qualcosa nel titolo che vale la pena notare. Non “il complotto” bensì “ipotesi di complotto”: una scelta che segnala una postura intellettuale precisa, e che distingue i due autori da quella letteratura — abbondante — che tratta le connessioni nascoste della storia come verità rivelate piuttosto che come oggetti di indagine. L’ipotesi è uno strumento epistemico legittimo: nominarla tale è un gesto di onestà che non sempre si trova in questo territorio.
Si parte dal mito della “New Age” con le teorie eugenetiche ad esso collegate e diffusesi soprattutto durante il periodo nazista e poi integratesi nella filosofia transumanista, oggi molto in voga trai manager della Silicon Valley. Un percorso che attraversa ambiti molteplici e diversi del Novecento, in modo meno lineare di quanto la narrazione ufficiale suggerisca. Dall’utopismo tedesco di inizio secolo — il mondo Lebensreform, le comunità alternative di Monte Verità, la ricerca di una trasformazione simultaneamente corporea e spirituale — fino alla controcultura psichedelica degli anni Sessanta e Settanta. Aspetto quest’ultimo che include i rapporti tra i servizi di intelligence occidentali e la sperimentazione psichedelica, a partire dagli Stati Uniti e con le successive ricadute globali. È una traiettoria che ha una sua coerenza, e che merita di essere presa sul serio come oggetto di indagine storica e culturale.
Ancor più legato all’ambito di pertinenza di questo spazio, il libro non manca di scavare nel suddetto programma MK-ULTRA: progetto reale e non certo ipotesi, le cui conseguenze riverberano ancor’oggi pur nell’impossibilità di accertarne definitivamente i dettagli, come menzionato in apertura. Fino a delineare le interconnessioni tra varie figure-chiave di quei periodi, tra cui quella di Aldous Huxley: cerniera tra intelligence, esoterismo e controcultura è una lettura storicamente plausibile e intellettualmente stimolante. O anche il ruolo di Gregory Bateson e Margaret Mead nell’intersezione tra antropologia, psichedelia e istituzioni fin dai primi anni Cinquanta, tema di cui si occupa in dettaglio un corposo volume del 2024, Tripping on Utopia (di prossima uscita in italiano).
Si tratta di argomenti che meriterebbero trattazioni monografiche autonome, e che questo libro di Proietti e Nalin ha il merito di portare all’attenzione di un pubblico italiano spesso troppo lontano da simili eventi. La forma del saggio divulgativo — necessariamente sintetica, necessariamente orientata verso una tesi — non consente di sostare abbastanza a lungo in quelle zone in cui la storia si fa davvero complessa: dove la strumentalizzazione e l’autonomia coesistono, dove i mandanti si confondono con i movimenti che credono di orientare, dove il confine tra ricerca genuina e progetto di controllo è più poroso di quanto qualsiasi narrazione lineare possa restituire.
È lì, in quelle zone d’ombra, che le domande più oneste restano aperte. E sono domande che vale la pena di continuare ad affrontare – qui e ora.
