Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo, all’età di 97 anni. L’annuncio è arrivato il 27 agosto, tredici giorni dopo. Se ne va una delle figure più riconoscibili dell’arte del secondo Novecento: la parrucca rosso fuoco, le zucche ricoperte di pois, le reti, le superfici proliferanti, le Infinity Mirror Rooms diventate negli ultimi anni anche un fenomeno globale della cultura visuale.
È difficile osservarne la produzione senza imbattersi, prima o poi, nella parola “psichedelico”. I colori saturi, la ripetizione ossessiva dei pattern, gli ambienti immersivi, la moltiplicazione dello spazio attraverso gli specchi, la dissoluzione apparente dei confini tra corpo e ambiente sembrano appartenere perfettamente alla grammatica visiva che siamo abituati ad associare alla psichedelia.
Persino il fungo compare ripetutamente nel suo vocabolario artistico. E l’accostamento più immediato, per uno spettatore occidentale, è quasi inevitabile: superfici rosse ricoperte di punti bianchi richiamano il cappello dell’Amanita muscaria, una delle icone più riconoscibili dell’immaginario contemporaneo legato alle sostanze psicoattive.
La somiglianza, però, non dimostra una genealogia. Ed è proprio qui che Kusama diventa un caso interessante. Fin dall’infanzia raccontò di essere soggetta a esperienze percettive intrusive: visioni e allucinazioni dalle quali sarebbero emersi precocemente proprio i motivi dei pois e delle reti. È la stessa biografia ufficiale dell’artista a collegare quelle esperienze infantili alla formazione del suo linguaggio visivo.

Kusama usava l’espressione self-obliteration, “auto-obliterazione”, per descrivere una parte centrale della sua ricerca: la progressiva scomparsa dell’individuo dentro la ripetizione dell’immagine, del colore e dello spazio. La sua biografia ufficiale parla esplicitamente di una filosofia artistica fondata sulla ripetizione ossessiva e sulla proliferazione dei motivi.
Il termine può sembrare sorprendentemente vicino al lessico contemporaneo dell’esperienza psichedelica. Dissoluzione dell’io, perdita dei confini del sé, fusione con l’ambiente, proliferazione dei pattern: le analogie fenomenologiche esistono e non è necessario negarle. Ma proprio queste analogie mostrano il limite di una definizione della psichedelia costruita esclusivamente sulla forma dell’esperienza.
La dissoluzione dei confini dell’io, per esempio, non appartiene esclusivamente agli stati prodotti dagli psichedelici. E anche nell’esperienza psichedelica non assume necessariamente un carattere positivo. Gli strumenti utilizzati nella ricerca sugli stati di coscienza distinguono da tempo tra dimensioni come Oceanic Boundlessness, associata agli aspetti positivi della perdita dei confini, e Dread of Ego Dissolution, che comprende invece paura, perdita di controllo e dissoluzione del sé vissuta negativamente.
Studi specificamente dedicati agli psichedelici confermano inoltre che la dissoluzione dell’io costituisce una componente importante dell’esperienza, ma non la esaurisce né possiede necessariamente un unico segno emotivo. Non è quindi sufficiente osservare una certa fenomenologia e concludere che che si tratti di “psichedelia”.
Nel caso di Kusama, le esperienze descritte erano involontarie, ricorrenti e intrusive. L’arte può allora essere letta, almeno in parte, come il tentativo di trasformare qualcosa che irrompe nella percezione in una forma ripetibile, controllabile e materialmente delimitata.
È qui che una vecchia intuizione della psicoanalisi può offrire una lente interessante, purché non venga trasformata in una diagnosi retrospettiva. Nel 1968 la psicoanalista Esther Bick propose un’ipotesi che attribuiva alla pelle una funzione primaria di contenimento delle parti ancora non integrate della personalità. Quando questa funzione di contenimento non riesce a stabilizzarsi adeguatamente, secondo Bick possono svilupparsi modalità difensive sostitutive, indicate attraverso il concetto di “seconda pelle”.
Non sappiamo, naturalmente, se questo modello descriva davvero il funzionamento psichico di Kusama. Applicarlo direttamente alla sua biografia sarebbe arbitrario. Ma come metafora interpretativa permette di osservare diversamente la proliferazione dei suoi pois. Il punto non sarebbe allora soltanto quello di dissolvere i confini. Potrebbe essere, al contrario, quello di produrne continuamente.
Il pois ripetuto migliaia di volte ricopre l’oggetto, il corpo, la parete, la stanza. La superficie viene saturata fino a non lasciare vuoti. Ciò che inizialmente appare come dissoluzione può essere letto anche come una forma di contenimento: la costruzione insistente di una superficie là dove la percezione tende invece a espandersi senza limite.
In questa prospettiva anche le Infinity Mirror Rooms cambiano significato. È facile interpretarle come simulazioni di un trip: luci che si moltiplicano, profondità apparentemente infinite, perdita dei riferimenti spaziali. Ma si possono leggere anche nel movimento opposto. Lo spazio illimitato viene costruito dentro una stanza perfettamente delimitata. L’infinito viene prodotto artificialmente entro un contenitore. L’effetto è paradossale: Kusama mette in scena la perdita del confine costruendo un confine ancora più preciso.
Qui emerge anche l’ambiguità del confronto con l’Amanita muscaria. L’associazione iconografica può essere immediata, ma non implica che il fungo sia la sorgente dell’immaginario di Kusama né che i suoi pattern derivino da esperienze enteogeniche. Le fonti biografiche riconducono invece direttamente pois e reti alle visioni e allucinazioni riferite dall’artista fin dall’infanzia.
È possibile quindi che immagini sorprendentemente simili emergano da condizioni molto diverse. Ed è un problema più generale per il modo in cui oggi utilizziamo il termine “psichedelico”. Nella cultura visuale contemporanea “psichedelico” è diventato spesso un aggettivo estetico: colori saturi, geometrie ripetitive, deformazioni, caleidoscopi, moltiplicazioni, immersione, illusioni ottiche. Ma questa estensione del termine rischia di trasformare una categoria storica e culturale complessa in un semplice repertorio grafico.
È la stessa produzione di Kusama a rivelare perché la somiglianza non basta. Una forma può ricordare l’esperienza psichedelica senza derivarne. Un’immagine può appartenere allo stesso repertorio fenomenologico senza condividere la stessa storia, la stessa funzione o lo stesso contesto. Persino la dissoluzione dell’io, uno degli elementi oggi più frequentemente associati agli psichedelici, non costituisce da sola un criterio sufficiente.
La psichedelia non coincide con tutto ciò che altera i confini della percezione. Nel caso di Kusama, forse, la differenza più interessante sta proprio nella direzione del movimento. L’immaginario psichedelico viene spesso raccontato come apertura: attraversamento di una soglia, espansione, esplorazione di ciò che si trova oltre i confini ordinari dell’esperienza. Nell’opera dell’artista giapponese possiamo intravedere anche il movimento contrario: prendere ciò che invade, prolifera e minaccia di non avere più confini e trasformarlo in una superficie, un pattern, una stanza.
Due fenomenologie possono produrre immagini sorprendentemente simili partendo da esigenze quasi opposte. Una cerca la soglia. L’altra, forse, cerca il muro.
Note e riferimenti
Yayoi Kusama Official Site, Biography. La biografia ufficiale riferisce le visioni e allucinazioni presenti fin dall’infanzia, collega a esse i primi disegni con pois e reti e descrive la successiva elaborazione della self-obliteration.
Yayoi Kusama Inc. e Yayoi Kusama Studio Inc., Announcement of the Passing of Yayoi Kusama, 27 agosto 2026. Comunicato ufficiale della morte dell’artista, avvenuta il 14 agosto 2026 in un ospedale di Tokyo.
Bick E., “The Experience of the Skin in Early Object-Relations”, The International Journal of Psycho-Analysis, 49, 1968, pp. 484–486. Testo nel quale Bick sviluppa l’ipotesi della funzione contenitiva primaria della pelle e introduce il fenomeno della “seconda pelle”.
Dittrich A., “The Standardized Psychometric Assessment of Altered States of Consciousness (ASCs) in Humans”, Pharmacopsychiatry, 31, 1998. Il modello distingue, tra le dimensioni fondamentali degli stati modificati di coscienza, Oceanic Boundlessness, Dread of Ego Dissolution e Visionary Restructuralization.
Studerus E., Gamma A., Vollenweider F.X., “Psychometric Evaluation of the Altered States of Consciousness Rating Scale (OAV)”, PLoS ONE, 5, 2010. Analisi psicometrica dell’OAV su stati indotti da psilocibina, ketamina e MDMA.
Nour M.M. et al., “Ego-Dissolution and Psychedelics: Validation of the Ego-Dissolution Inventory (EDI)”, Frontiers in Human Neuroscience, 10, 2016. Studio sulla dissoluzione dell’io e sulla sua relazione con l’esperienza indotta dagli psichedelici.
Nota redazionale
Questo articolo propone una lettura storico-culturale e interpretativa dell’opera di Yayoi Kusama. Il riferimento a concetti psicoanalitici non costituisce una diagnosi retrospettiva dell’artista né pretende di stabilire un rapporto causale tra la sua storia clinica e la produzione artistica. I confronti con l’esperienza psichedelica riguardano analogie e differenze fenomenologiche e culturali, non equivalenze cliniche.
Testo elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per ricerca, verifica delle fonti e revisione editoriale. Le fonti sono state controllate e il contenuto è stato sottoposto a revisione umana.
