Amanita muscaria e suicidio: anatomia di un fattoide scientifico

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Negli ultimi 10 anni, diverse pubblicazioni accademiche hanno sostenuto che l’Amanita muscaria sia comunemente usata a scopo di suicidio, pur senza citarne le fonti primarie. Nonostante i progressi scientifici nella comprensione della farmacologia di A. muscaria, in questi ambiti la discussione continua a essere avvolta da pregiudizi e miti. Proprio per verificare queste affermazioni, recentemente i ricercatori Kevin Feeney (Stati Uniti) e Tristan Kallweit (Germania) hanno ricostruito la questione, individuando otto pubblicazioni, uscite tra il 2015 e il 2025, nelle quali il fungo viene associato all’uso suicidario. In alcuni casi si parla di possibilità, in altri di una modalità relativamente frequente di intossicazione, fino all’affermazione secondo cui A. muscaria verrebbe consumata «più comunemente per gli effetti psichedelici o suicidari». Dietro queste formulazioni, però, la casistica è sorprendentemente povera.

Il caso primario più chiaro risale al 1955. Un ventitreenne tedesco ingerì quattro esemplari freschi con l’intenzione dichiarata di togliersi la vita. Venne ricoverato, manifestò alterazioni neurologiche e psichiche, ma sopravvisse. Donalies e Völz pubblicarono il caso nel 1960 su Der Nervenarzt con un titolo inequivocabile: «Ein Selbstmordversuch mit Fliegenpilz», un tentativo di suicidio con agarico muscario.

Il dato più significativo è che, secondo la ricostruzione di Feeney e Kallweit, gli articoli contemporanei che presentano il suicidio come modalità d’impiego di A. muscaria non citano quel caso. La genealogia moderna dell’affermazione sembra dunque essersi sviluppata altrove.

Nel 2016 Mikaszewska-Sokolewicz e colleghi descrivono il caso di un giovane entrato in coma dopo avere ingerito A. muscaria per provarne gli effetti psicoattivi, non per tentare il suicidio. Nell’introduzione gli autori affermano tuttavia che le intossicazioni si verificano accidentalmente nei bambini, nei tentativi suicidari oppure per eccesso di dosaggio a scopo allucinogeno. Per questa classificazione non viene indicata una fonte. Nello stesso anno Padavala e Devaraj citano quel lavoro, ma la formulazione diventa più forte: il fungo sarebbe consumato soprattutto a scopo suicidario o per i suoi effetti psicoattivi.

Un secondo percorso rivela un fenomeno analogo. Nel 2017 Patocka e Kocandrlova scrivono che A. muscaria «can be consumed for suicidal purposes». Nel 2025 Stoeva-Grigorova e colleghi, citando quel lavoro, sostengono invece che le intossicazioni «often result» dall’ingestione intenzionale per finalità suicidarie o psicoattive. Da «può accadere» si passa a «accade spesso», senza che nel frattempo compaia una casistica corrispondente.

Esiste un secondo dato empirico reale. Moss e Hendrickson hanno esaminato 34 intossicazioni da funghi contenenti acido ibotenico e muscimolo registrate da un poison control center statunitense tra il 2002 e il 2016. Tra tutti i casi, uno solo risultava associato a un tentativo autolesivo. Ma il campione comprendeva A. muscaria, A. pantherina e A. aprica, e dalla pubblicazione non è possibile stabilire con certezza a quale specie appartenesse proprio quel caso.

In sostanza, dopo decenni di letteratura, emergono un tentativo suicidario storico chiaramente documentato e un secondo episodio molto meno definito. Tutt’altro che una pratica ricorrente. Trattasi cioè un meccanismo ben noto negli studi sulla comunicazione scientifica: il cosiddetto Woozle effect, o evidence by citation. Un’affermazione scarsamente supportata acquista autorevolezza perché viene ripetuta e citata. A ogni passaggio la presenza di una fonte bibliografica tende a sostituire la verifica del dato originario.

Il fenomeno può diventare ancora più forte quando interviene una selezione per salienza. Tra molte informazioni disponibili, quelle più sorprendenti e facilmente raccontabili hanno maggiori probabilità di essere riprese. Un raro tentativo di suicidio è comunicativamente più forte di decine o centinaia di intossicazioni risoltesi senza conseguenze. A ogni passaggio — paper, abstract, review, divulgazione, titolo, social network — la formulazione più netta dispone quindi di un vantaggio competitivo.

Questo non implica necessariamente malafede. Può bastare che un autore consideri affidabile una pubblicazione precedente e ne riprenda un’affermazione senza risalire alle fonti originarie. Nel caso di A. muscaria almeno due passaggi della genealogia mostrano esattamente questo schema: un articolo viene citato dal successivo e l’enunciato viene mantenuto o rafforzato senza che compaiano nuove osservazioni.

Feeney e Kallweit interpretano questo fenomeno attraverso il concetto di Amanitaphobia, introdotto da Jonathan Ott negli anni Settanta: la reputazione di A. muscaria come fungo velenoso per antonomasia renderebbe più facilmente accettabili affermazioni sulla sua pericolosità anche quando scarsamente documentate.

La vicinanza tassonomica con specie realmente responsabili di avvelenamenti letali, soprattutto Amanita phalloides, può certamente contribuire alla confusione. Ma non è necessario accettare integralmente l’interpretazione dell’“amanitafobia” per riconoscere il problema: la genealogia delle citazioni è verificabile indipendentemente dalla spiegazione culturale che le si voglia attribuire.

D’altra parte esistono decessi associati all’ingestione di A. muscaria, ma sono estremamente rari e diversi presentano problemi di attribuzione causale. Alcuni sono indiretti, per esempio conseguenti a ipotermia o aspirazione del vomito durante lo stato di incoscienza. In altri casi sono presenti comorbilità, farmaci concomitanti o incertezze sull’identificazione del fungo.

Almeno in un caso la morte è stata attribuita direttamente all’intossicazione. Nel 2022 Meisel e colleghi descrissero un uomo di 44 anni che, dopo avere ingerito A. muscaria essiccata per ricercarne gli effetti psicoattivi, ebbe un arresto cardiopolmonare. Morì alcuni giorni dopo e l’autopsia indicò come causa probabile l’avvelenamento da A. muscaria. La modalità della morte venne classificata come accidentale. Ciò non consente però di definire una dose letale affidabile o una soglia di “overdose” paragonabile a quella disponibile per molti farmaci o sostanze.

Feeney e Kallweit sottolineano inoltre una considerazione molto semplice: Amanita muscaria presenta caratteristiche poco compatibili con quelle normalmente ricercate in un mezzo suicidario. La letalità è bassa e imprevedibile, l’esito incerto e gli effetti possono protrarsi per ore comportando vomito, agitazione, delirium, perdita di coordinazione, convulsioni e alterazioni percettive anche molto spiacevoli. Non è quindi né un mezzo rapido, né affidabile, né relativamente indolore.

In definitiva, il caso di questo “fattoide scientifico” è interessante ben oltre la tossicologia del fungo. Rivela come una proposizione marginale possa acquistare consistenza attraverso la ripetizione, l’autorità formale delle fonti e la selezione delle informazioni più salienti. E contiene un paradosso quasi perfetto: il tentativo di suicidio realmente documentato era disponibile nella letteratura scientifica dal 1960. Eppure i testi successivi, in cui si sosteneva che A. muscaria fosse utilizzata per suicidarsi, non sembrano essersi accorti della sua esistenza.

 

Bibliografia essenziale

  • Donalies G., Völz G. (1960), “Ein Selbstmordversuch mit Fliegenpilz. Zur Toxikologie der Amanita muscaria. Zugleich ein Beitrag zur Psychologie der Selbstmordmittelwahl”, Der Nervenarzt, 31, 182–185.
  • Feeney K. (2010), “Revisiting Wasson’s Soma: Exploring the Effects of Preparation on the Chemistry of Amanita muscaria”, Journal of Psychoactive Drugs, 42(4), 499–506.
  • Feeney K., Kallweit T. (2026), “Amanitaphobia and the myth of suicide by fly agaric (Amanita muscaria) mushroom ingestion”, Journal of Psychedelic Studies.
  • Greenberg S.A. (2009), “How citation distortions create unfounded authority: analysis of a citation network”, BMJ, 339, b2680.
  • Meisel E.M. et al. (2022), “Two cases of severe Amanita muscaria poisoning including a fatality”, Wilderness & Environmental Medicine, 33(4), 412–416.
  • Mikaszewska-Sokolewicz M.A. et al. (2016), “Coma in the course of severe poisoning after consumption of red fly agaric (Amanita muscaria)”, Acta Biochimica Polonica, 63(1), 181–182.
  • Moss M.J., Hendrickson R.G. (2019), “Toxicity of muscimol and ibotenic acid containing mushrooms reported to a regional poison control center from 2002–2016”, Clinical Toxicology, 57(2), 99–103.
  • Patocka J., Kocandrlova B. (2017), “Pharmacologically and toxicologically relevant components of Amanita muscaria”, Military Medical Science Letters, 86(3), 122–134.

Nota redazionale

Strumenti di intelligenza artificiale sono stati utilizzati come supporto alla ricerca bibliografica, al controllo incrociato delle fonti e alla revisione redazionale. Le affermazioni fattuali e i riferimenti citati sono stati verificati sulle fonti indicate. Il testo ha finalità esclusivamente culturali e informative e non costituisce indicazione medica o tossicologica.

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