Anatomia del flow: per dare il massimo dobbiamo pensare di meno (prima parte)

Reading Time: 7 minutesIl flow è uno stato di assorbimento nel compito, studiato in arte, sport e altre attività. Questa prima parte presenta la storia del concetto e i modelli neurobiologici proposti, inclusa l’ipofrontalità transitoria, per interpretare attenzione, prestazione ed esperienza soggettiva.

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Per affrontare un compito al massimo delle nostre capacità, pensiamo che serva adoperare il cervello a pieno regime, con tutti i circuiti accesi e pronti a elaborare informazioni. In realtà, le indagini radiologiche condotte a partire dagli anni 2000 hanno mostrato l’esatto opposto: nei momenti di massima brillantezza, la parte più evoluta e moderna del nostro cervello riduce al minimo la sua attività.

Il neuroscienziato Arne Dietrich, docente di psicologia presso la American University di Beirut (Libano), ha battezzato questa modalità di massimo funzionamento cerebrale con un termine che sembra quasi un controsenso: ipofrontalità transitoria. Tradotto dal gergo specialistico, “ipo-” indica una marcata riduzione di attività; “frontalità” si riferisce alla corteccia prefrontale, sede delle funzioni cognitive superiori; “transitoria” perché dura solo il tempo dell’immersione nel compito. Gli artisti si riferiscono a questa condizione come “being in the zone” (essere nella zona); nel gergo sportivo, gli atleti la conoscono come “trance agonistica”; in psicologia cognitiva ha invece assunto un nome preciso: “stato di flow”. Quale che sia l’espressione con cui viene indicata, si tratta di un’esperienza vissuta, almeno una volta nella vita, dalla maggioranza delle persone.

Chi lascia la stanza quando entri nella “zona”

A Chicago, alla fine degli anni Sessanta, un giovane psicologo restava per ore in uno studio di pittura. Osservava alcuni artisti che dimenticavano di mangiare. Il caffè diventava freddo. Il pranzo saltava. Questo gruppo di pittori non si alzava neanche per andare in bagno. Quando il quadro era finito, però, succedeva una cosa strana: il loro interesse crollava. Voltavano la tela contro il muro e volevano subito ricominciare. Non era il dipinto ad averli rapiti: era il dipingere.

Quello psicologo era l’ungherese-americano Mihály Csíkszentmihályi (1934-2021) e fu lui a coniare il termine flow. I soggetti che aveva selezionato descrivevano sempre la stessa sensazione: essere trascinati da una corrente. Da quella metafora nacque il nome di flow, uno stato in cui l’attenzione è interamente assorbita da un compito al limite delle proprie capacità, in cui l’azione e la coscienza coincidono, il tempo si deforma e l’attività diventa intrinsecamente gratificante, fine a se stessa.

Anziché un’intuizione poetica, era l’inizio di un programma di ricerca durato decenni, poi esteso ad atleti, chirurghi, musicisti, programmatori e studenti. Oltre cinquant’anni dopo, la questione interessante non è più descrittiva, ma pratica: quali condizioni lo rendono più probabile e quali lo spezzano?

Per rendere l’idea, essere nel flow è come guidare un’automobile che corre più veloce quando si allenta il piede dall’acceleratore. L’efficienza del flow non deriva dunque da un cervello che attiva circuiti aggiuntivi, bensì da un cervello che attenua selettivamente quelli che intralciano l’azione. Capire come funziona il flow significa smettere di entrare in conflitto con la propria mente, imparando semplicemente a lasciarla libera di agire.

Se la mente smette di farsi lo sgambetto da sola

«È come se provassi una strana calma… una specie di euforia. Sentivo che potevo correre per tutto il giorno senza stancarmi, che potevo “dribblare” qualunque giocatore della squadra avversaria e quasi passare fisicamente attraverso loro.»

Così il noto calciatore Pelé (pseudonimo di Edson Arantes do Nascimento, 1940-2022) descrisse la sua esperienza di flow il 9 aprile 1989. La trance agonistica è comune anche negli sport in cui è richiesta soprattutto un’attenzione mentale sostenuta. A seguito dello sforzo necessario per mantenere massima e prolungata la concentrazione, a un certo punto l’io dell’atleta si dissolve e la sua prestazione diviene perfetta.

Ero già in pole e continuavo ad andare sempre più forte… Improvvisamente ero quasi due secondi più veloce di chiunque altro, compreso il mio compagno di squadra con la stessa macchina. E improvvisamente mi sono reso conto che non stavo più guidando la macchina coscientemente. La stavo guidando attraverso una specie di istinto, solo che ero in una dimensione differente. Era come se fossi in un tunnel.

 

A raccontarci questa esperienza fu invece il pilota brasiliano di Formula Uno Ayrton Senna (1960-1994), al termine del leggendario Gran Premio di Monaco del 1988, sei anni prima della sua scomparsa dovuta a un incidente causato da un guasto alla vettura sul circuito di Imola.

Ma il flow non appartiene solo ai campioni dello sport. Anche se visse un secolo prima che il termine venisse coniato, Van Gogh ha fornito una delle descrizioni più accurate di questo stato di coscienza. In una lettera del 1888 inviata al fratello Theo, descrivendo il suo processo creativo sotto il sole del sud della Francia, scrisse:

«Questi colori mi danno una straordinaria esaltazione. Non ho alcun pensiero di stanchezza; farò un altro quadro questa notte stessa e lo porterò a termine. Ho una lucidità terribile in certi momenti in cui la natura è così bella; non sono più cosciente di me stesso, e i quadri mi vengono come in un sogno.»

La scrittrice irlandese Edna O’Brien ha descritto l’esperienza del flow come una sorta di cortocircuito benefico della mente razionale a favore di un automatismo creativo: «La mia mano fa il lavoro e io non devo pensare. Anzi, se dovessi pensare, questo fermerebbe la corrente. È come una diga nel cervello che si rompe.»

Il flow può riguardare qualsiasi processo creativo intenso. Il celebre produttore hip-hop statunitense Dr. Dre ha descritto l’aspetto totalizzante — e talvolta fisicamente estremo — del restare agganciati a questo stato mentale: «Ho passato anche 79 ore senza dormire, creando musica. Quando il flow parte, è quasi come un’estasi. Non vuoi che si fermi. Non vuoi andare a dormire per paura di perderti qualcosa»

Ipofrontalità transitoria e immersione nel compito

La corteccia prefrontale può essere descritta come la cabina di pilotaggio della mente. È qui che risiedono le funzioni esecutive, la pianificazione a lungo termine, il controllo inibitorio sulle emozioni e la condotta sociale. Soprattutto, nell’area specifica nota come corteccia prefrontale dorsolaterale risiede il nostro severissimo critico interiore, quella voce interna che ci parla costantemente: «Sto facendo bene? Cosa penseranno gli altri di me? Ricordati di pagare la bolletta. E se prendo la decisione sbagliata?»

In un giorno qualunque, il nostro monologo interiore genera tra i sessanta e gli ottanta pensieri al minuto: dubbi, scadenze, autocritica. Questo monitoraggio continuo è essenziale per la sopravvivenza e la vita sociale, ma ha un costo cognitivo altissimo: consuma glucosio, introduce micro-esitazioni e genera attrito tra ciò che pensi e ciò che fai.

Esiste tuttavia un interruttore biologico capace di affievolire quel rumore all’istante, lasciando spazio a una lucidità quasi chirurgica in cui non c’è più esitazione. Il confine tra chi compie l’azione e l’azione stessa svanisce: questa zona grigia è il flow, uno stato neurochimico preciso. Quando subentra il flow, l’apporto energetico alla corteccia prefrontale si riduce drasticamente e accadono tre cose straordinarie:

Il critico interiore tace. Scompare la paura del giudizio e dell’errore; le decisioni non passano più dal filtro del dubbio, diventando istintive, rapide e precise.

Il tempo perde consistenza. La percezione della durata temporale è un calcolo attivo della corteccia prefrontale: quando rallenta, il presente si dilata. Quattro ore possono sembrare minuti, oppure una frazione di secondo può apparire abbastanza lunga da consentire manovre millimetriche.

Il senso dell’io svanisce. Non c’è più distinzione tra chi compie il gesto e il gesto stesso: il chirurgo diventa l’incisione, il musicista diventa il ritmo, il programmatore diventa la logica del codice.

La chimica segreta del flow: un cocktail da cinque stelle

In condizioni ordinarie, il cervello rilascia neurotrasmettitori e ormoni uno o due alla volta: ricevi una gratifica e scatta una micro-dose di dopamina; affronti un pericolo improvviso ed entra in circolo la noradrenalina. Nello stato di flow accade un evento biologico eccezionale: il cervello rilascia contemporaneamente cinque potenti neurochimici — dopamina, noradrenalina, endorfine, anandamide e serotonina [1]. È una miscela sinergica che nessuna sostanza sintetica al mondo è in grado di replicare senza effetti collaterali disastrosi. Mentre l’attività della corteccia prefrontale riduce il suo rumore di fondo, nelle profondità del sistema mesolimbico si accende un laboratorio chimico d’élite [2]. Questa combinazione non è un accumulo casuale, ma una coreografia ben calibrata.

Il binomio dopamina + noradrenalina. Insieme aumentano il rapporto segnale/rumore del sistema nervoso: la noradrenalina fornisce l’energia per la vigilanza prolungata e aumenta la velocità di calcolo e risoluzione dei problemi [3]; la dopamina fa scattare un senso di curiosità vorace e aiuta a unire i puntini tra informazioni apparentemente slegate [4]. Tutto ciò che si trova fuori dal raggio operativo scompare semplicemente dalla consapevolezza e il campo visivo si restringe sul compito, rendendo ogni dettaglio eccitante.

La coppia endorfine + anandamide. Le endorfine, fino a cento volte più potenti della morfina su base molecolare, eliminano la frizione fisica. Durante le prestazioni prolungate del flow, svolgono il ruolo di analgesico naturale che sopprime la fatica, mascherando la stanchezza fisica e lo sforzo muscolare [5]: è il motivo per cui un atleta non si accorge di una contusione fino alla fine della gara, o per cui non si avverte il mal di schiena dopo ore trascorse alla scrivania. L’immersione prolungata nel compito genera inoltre un picco di anandamide [6] (il cui nome deriva dal sanscrito ananda, “beatitudine”), che agisce sui recettori dei cannabinoidi: connette idee distanti tra loro, potenzia il pensiero laterale [7] e neutralizza la risposta alla minaccia dell’amigdala, smorzando così la sensazione di ansia anticipatoria [8].

La serotonina finale. Arriva verso la fase calante del processo. Mentre le prime quattro molecole consumano energia ad alta intensità per sostenere l’azione, la serotonina subentra per stabilizzare l’umore, consolidare l’apprendimento per rinforzo positivo e restituire quella sensazione di quiete profonda che accompagna chi guarda un lavoro ben fatto [9]. È responsabile della tipica sensazione di calma appagata a fine sessione [vedi nota metodologica].

Il corridoio di fuoco: come raggiungere il flow

Il risultato pratico di questa miscela neurochimica non è un’eccitazione caotica, ma una calma iper-focalizzata: un’esperienza talmente gratificante da trasformare l’attività stessa nella propria ricompensa. Ma in quali condizioni il cervello entra nello stato di flow? E come si può aumentare la probabilità che ciò accada?

Se l’ipofrontalità transitoria è l’interruttore e il cocktail neurochimico è il carburante, ciò che ancora manca è una mappa che conduca nella “zona”. Quella mappa la dobbiamo allo psicologo ungherese-americano Mihály Csíkszentmihályi, l’uomo che negli anni Settanta ha codificato per primo lo stato di flow studiando artisti, atleti, chirurghi e scacchisti. Nel prossimo articolo descriveremo i “trucchi” per accedere al flow — con una precisazione: gli stati alterati di coscienza, come tutte le cose umane, non sono una scienza esatta. Sebbene siano stati validati sperimentalmente, i protocolli pubblicati nella seconda parte dell’articolo non garantiscono un risultato empirico, ma rappresentano piuttosto strumenti utili a creare le condizioni affinché il flow insorga spontaneamente durante il compito desiderato.

Riferimenti

  • [1] Kotler, S. (2014). The Rise of Superman: Decoding the Science of Ultimate Human Performance. New Harvest / Houghton Mifflin Harcourt.
  • [2] Dietrich, A. (2004). Neurocognitive mechanisms of states of consciousness. Consciousness and Cognition, 13(4), 746-761
  • [3] Aston-Jones, G., & Cohen, J. D. (2005). An integrative theory of locus coeruleus-norepinephrine function: adaptive gain and optimal performance. Annual Review of Neuroscience, 28, 403-450.
  • [4] de Manzano, Ö., et al. (2013). The role of dopamine in the physiological and subjective experience of flow. Frontiers in Human Neuroscience, 7, 725.
  • [5] Boecker, H., et al. (2008). The runner’s high: opioidergic mechanisms in the human brain.
  • [6] Dietrich, A., & McDaniel, W. F. (2004). Endocannabinoids and exercise. British Journal of Sports Medicine, 38(5), 536-541.
  • [7] Ritter, S. M., et al. (2012). Diversifying experiences enhance cognitive flexibility. Journal of Experimental Social Psychology, 48(4), 961-964.
  • [8] Marsicano, G., et al. (2002). The endogenous cannabinoid system controls extinction of aversive memories. Nature, 418(6897), 530-534. [9] Cools, R., Nakamura, K., & Daw, N. D. (2011). Serotonin and dopamine: unifying affective, activational, and decision functions. Neuropsychopharmacology, 36(1), 98-113.

Nota metodologica

Mentre il ruolo di dopamina, noradrenalina, endorfine e anandamide è ampiamente convalidato da neuroimaging e saggi biochimici diretti, l’interazione contemporanea a cinque componenti (con inclusa la serotonina post-task) rappresenta il modello teorico integrato proposto da Kotler per spiegare la poliedricità fenomenologica del flow, supportato dal Flow Research Collective e integrato dai modelli neurobiologici di Arne Dietrich.

– Gabriele Gugliotta (collaboratore esterno)

 

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