Le esperienze extracorporee, out-of-body experiences (OBE), sono uno di quei fenomeni nei quali esperienza soggettiva, interpretazione neurobiologica e verifica sperimentale tendono facilmente a sovrapporsi. Chi vive una OBE può provare la sensazione molto netta di trovarsi fuori dal proprio corpo, osservare l’ambiente da una prospettiva diversa e, in alcuni casi, riferire informazioni su ciò che sarebbe accaduto altrove.
Tuttavia, una cosa è stabilire che l’esperienza sia realmente vissuta dal soggetto, un’altra è capire quali processi neurocognitivi possano produrla. Un’altra ancora è verificare se durante quell’esperienza siano state effettivamente acquisite informazioni non disponibili attraverso i normali canali sensoriali. La descrizione di un esperimento condotto da Marina Weiler e colleghi presso l’University of Virginia Health System di Charlottesville, Virginia (USA), riporta la questione direttamente sul terreno sperimentale.
Ventuno partecipanti affiliati istituti specializzati nella formazione sulle OBE hanno tentato di percepire un target visivo scelto casualmente e collocato in una stanza separata e inaccessibile. Le descrizioni utilizzabili sono state 13 e, confrontate con i target mediante un sistema computazionale di similarità semantica, non hanno mostrato una corrispondenza superiore al caso. Fin qui il risultato è stato negativo.
Durante le sessioni è però accaduto qualcosa a cui il protocollo non era interessato: due partecipanti hanno descritto spontaneamente e correttamente alcuni dettagli riguardanti la posizione e le attività dei ricercatori presenti in una stanza adiacente. Il punto interessante è proprio questo.
I due volontari non hanno identificato il target predisposto dall’esperimento, ma sono emerse alcune corrispondenze riguardanti elementi al di fuori del target stesso. Gli stessi autori della paper non considerano queste osservazioni una dimostrazione di cognizione anomala. Le presentano come un risultato inatteso che potrebbe avere interesse metodologico e che richiede una verifica specificamente progettata. Per comprendere esattamente protocollo, controlli, analisi e limiti dello studio è preferibile leggere direttamente la paper originale.
Davanti a un risultato del genere sono possibili due scorciatoie opposte. La prima consiste nel considerare quelle descrizioni una prova di percezione extracorporea. La seconda consiste nell’attribuirle immediatamente a qualche spiegazione ordinaria: rumori, movimenti, informazioni involontariamente disponibili o altri indizi ambientali. Nessuna delle due conclusioni deriva dai dati disponibili.
La cosiddetta fuga sensoriale (sensory leakage) è certamente una delle variabili da controllare in qualsiasi esperimento di questo genere. Prima di ipotizzare una modalità non convenzionale di acquisizione dell’informazione bisogna escludere, per quanto possibile, vista, udito, vibrazioni, conoscenze precedenti e qualsiasi altro indizio accessibile al soggetto.
Se vogliamo sapere se le osservazioni emerse nello studio di Weiler dipendano da informazioni sensoriali, dal caso, dalle caratteristiche del protocollo o da qualcos’altro, occorre costruire un nuovo esperimento nel quale proprio quelle possibilità siano definite e controllate in anticipo.
Le neuroscienze dispongono già di modelli plausibili per spiegare almeno alcuni aspetti delle OBE. La nostra sensazione di essere collocati dentro un corpo e di osservare il mondo da una determinata posizione dipende dall’integrazione continua di informazioni visive, vestibolari, propriocettive e somatosensoriali.
L’indagine classica dei neuroscienziati svizzeri Olaf Blanke e Shahar Arzy (2005) ha collegato le OBE a perturbazioni dell’integrazione multisensoriale nella regione temporo-parietale, mostrando come possano modificarsi autolocalizzazione e prospettiva soggettiva. Ciò consente di comprendere come una persona possa avere una sensazione estremamente convincente di trovarsi fuori dal proprio corpo. Non risponde però automaticamente a un’altra domanda: se quella persona riferisce correttamente qualcosa che si trova altrove, da dove proviene quell’informazione?
Si tratta di due livelli diversi. Una spiegazione neurobiologica della fenomenologia di un’OBE non costituisce, da sola, né una prova né una confutazione dell’eventuale percezione veridica.
Il team di Marina Weiler aveva già affrontato un problema metodologico più generale: forse i tradizionali esperimenti con immagini, numeri o simboli nascosti non rappresentano adeguatamente ciò che le persone riferiscono di percepire durante un’OBE. Gli autori propongono quindi di aumentare la validità ecologica degli studi, avvicinando le condizioni sperimentali alle caratteristiche delle esperienze spontanee senza rinunciare alla possibilità di falsificare le ipotesi. È una proposta interessante proprio alla luce dell’ultimo esperimento.
Se il target artificiale non viene individuato mentre emergono spontaneamente descrizioni di persone e attività reali, potrebbe essere ragionevole chiedersi se il problema risieda anche nel tipo di target utilizzato. Trattasi tuttavia solo di una nuova ipotesi, non la spiegazione del risultato. Se decidessimo dopo ogni esperimento fallito di cercare qualche altra corrispondenza nelle descrizioni dei partecipanti, potremmo facilmente trovare coincidenze significative solo in apparenza.
Il passaggio metodologicamente corretto è diverso. Se l’ipotesi diventa che durante un’OBE siano più facilmente percepiti esseri umani, azioni o situazioni dinamiche rispetto a immagini statiche, allora persone e azioni devono diventare il target prestabilito del prossimo esperimento. Solo a quel punto potremo verificare se il fenomeno si ripresenta.
Anche sul piano neurobiologico conviene evitare equivalenze troppo rapide. Le OBE spontanee, come anche meditazione, esperienze dissociative, ketamina e psichedelici possono presentare modificazioni della percezione corporea, dello spazio o del senso del sé. Ciò non significa siano fenomeni analoghi. Una somiglianza fenomenologica non implica automaticamente l’identità dei meccanismi che la producono.
Ciò ale anche per modelli come REBUS (Relaxed beliefs under psychedelics) sviluppato da Robin Carhart-Harris e Karl Friston per interpretare l’azione degli psichedelici classici. È un riferimento importante nel quadro del predictive processing, ma non può essere utilizzato come spiegazione generale delle OBE o, più in generale, di tutti gli altri stati di coscienza.
Che cosa sappiamo di preciso, allora? Per ora relativamente poco, ma abbastanza per evitare conclusioni premature. Il target predisposto nell’esperimento non è stato identificato oltre il caso. Due partecipanti hanno però riferito spontaneamente informazioni corrette relative agli sperimentatori in una stanza adiacente. Il dato non era un outcome previsto e quindi non costituisce una verifica dell’ipotesi di percezione extracorporea.
Non sappiamo il motivo di quelle corrispondenze. Possono dipendere dal caso, da informazioni accessibili attraverso canali ordinari, da caratteristiche non considerate del protocollo o da qualcosa che merita una diversa spiegazione. La ricerca dovrebbe cominciare precisamente da quel «non sappiamo». Il punto non è stabilire in anticipo se le esperienze extracorporee dimostrino che la coscienza possa separarsi dal corpo, né decidere in anticipo che ogni elemento dell’esperienza debba essere necessariamente ricondotto a un’illusione percettiva.
Il problema interessante è molto più circoscritto: progettare un esperimento capace di stabilire se una persona possa acquisire informazioni verificabili che, nelle condizioni definite dal protocollo, non erano disponibili attraverso i canali sensoriali conosciuti.
Se il risultato sarà negativo avremo imparato qualcosa. Se sarà positivo, dovrà essere replicato. In entrambi i casi avremo fatto un passo avanti rispetto al semplice confronto tra chi crede e chi non crede.
Riferimenti
[1] Weiler, M., Abraham, D., Acunzo, D. J. P., & Hermansson, N. (2026). Assessing correspondence between subjective reports and visual targets during attempted out-of-body experiences. Explore, 22(6), 103506.
È l’esperimento discusso nell’articolo: nessuna corrispondenza significativa con i target prestabiliti e due osservazioni spontanee relative agli sperimentatori che gli autori indicano come possibile tema per ulteriori verifiche.
[2] Weiler, M., Pehlivanova, M., & Cozzolino, P. J. (2026). From laboratory targets to experiential authenticity: reframing the study of veridicality in OBEs. Frontiers in Psychology, 17, 1720998.
Analizza criticamente i paradigmi tradizionali basati su target artificiali e propone di aumentare la validità ecologica mantenendo falsificabilità e controllo sperimentale.
[3] Blanke, O., & Arzy, S. (2005). The Out-of-Body Experience: Disturbed Self-Processing at the Temporo-Parietal Junction. The Neuroscientist, 11(1), 16–24.
Riferimento fondamentale sul ruolo dell’integrazione multisensoriale temporo-parietale nella costruzione dell’autolocalizzazione e della prospettiva corporea.
Nota editoriale
Le OBE sono qui considerate come fenomeni dell’esperienza cosciente. Il termine non implica, di per sé, alcuna conclusione sulla loro natura o sul rapporto tra coscienza e corpo.
Strumenti di intelligenza artificiale sono stati utilizzati come supporto alla ricerca, alla verifica delle fonti e alla revisione editoriale. Impostazione e responsabilità del testo restano a carico della redazione.
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