Un recente (lungo) articolo del New Yorker esplora la nuova frontiera della psichiatria che mira a separare gli effetti terapeutici degli psichedelici dalle loro proprietà psicotrope. Si dà ampio spazio alla figura di David Olson, co-fondatore nel 2019 della azienda biotech Delix Therapeutics con l’«unico obiettivo di ampliare i confini delle neuroscienze per curare le patologie cerebrali», partendo da ricerche avviate da tempo presso l’Università della California a Davis, sostenendo che i benefici per la salute mentale derivino dalla neuroplasticità, ovvero dalla capacità del cervello di far crescere nuovi collegamenti neurali, piuttosto che dall’esperienza del “viaggio”. In pratica si tratta di aggiungere o eliminare variamente le molecole, sull’esempio di quanto faceva Sasha Shulgin (1925-2014) fin dagli anni ’70-’80, inventando e testando nuove sintesi (psicoattive), per poi dettagliarne formule chimiche, effetti e procedure nei volumi-bibbia PiHKAL (1991) e TiKHAL (1997). Un esempio esplicitamente replicato nel modus operandi di Olson, pur se sostanzialmente con lo scopo opposto di eliminare ogni effetto mentale.
In tal modo i ricercatori hanno creato e testato su cavie animali vari neuroplastogeni, molecole capaci di stimolare il cervello senza alterare la percezione sensoria. E nel dicembre scorso, Delix Therapeutics ha presentato i risultati di quella che ha definito la prima sperimentazione clinica sull’uomo di un neuroplastogeno. Diciotto pazienti affetti da depressione maggiore sono stati trattati con zalsupindolo per una settimana in un ambiente controllato. Non sono emersi problemi significativi in termini di sicurezza e il team ha confermato che il farmaco non produce effetti soggettivi né allucinogeni. Quasi tutti i partecipanti hanno riportato miglioramenti sostanziali dei propri sintomi per almeno un mese e per due di loro la depressione è scomparsa del tutto. Secondo altri esperti si tratta invece di risultati incoraggianti ma inconcludenti, trattandosi di un test con dimensioni ridotte, privo del controllo con placebo e i cui partecipanti sapevano cosa stavano assumendo. Ma ciò è stato sufficiente per convincere la FDA (Food and Drug Administration) ad approvare uno studio più ampio, controllato con placebo, nei prossimi anni e a consentire ai partecipanti di assumere il farmaco a casa.
Un trend che va interessando perfino l’Italia: un team dell’università di Padova e del CNR ha appena diffuso i risultati di uno studio (su cavie di laboratorio) utilizzando una versione modificata della psilocina che ne offre i benefici terapeutici senza effetti psicotropi. La ricerca è stata sponsorizzata da MGGM, fresca Srl statunitense mirata ai “programmi plastogeni” di cui fanno alcuni degli stessi ricercatori e altri esperti per lo più italiani. Creando un derivato specifico denominato 4e, il team ha ottenuto un rilascio più lento e prolungato del composto nel cervello, attraversando efficacemente la barriera emato-encefalica e ha producendo un livello di psilocina inferiore ma più duraturo rispetto alla psilocibina classica.
Le osservazioni comportamentali hanno rivelato un’altra importante differenza. I topi trattati con 4e hanno mostrato un numero significativamente inferiore di contrazioni della testa, che gli scienziati utilizzano come indicatore affidabile dell’attività psicotropa nei roditori, rispetto ai topi trattati con psilocibina. Ciò si è verificato nonostante il 4e interagisse fortemente con i recettori della serotonina. I ricercatori ritengono che la differenza sia principalmente legata alla quantità di psilocina rilasciata nel cervello e alla rapidità con cui avviene tale rilascio.

Sebbene molti esperti ritengano che la componente “mistica” sia essenziale per la guarigione, l’industria farmaceutica sta investendo miliardi in questi preparati non psicotropi, che potrebbero rendere i trattamenti più accessibili e sicuri, eliminando la necessità di lunghe sessioni supervisionate e i rischi psichiatrici legati a “trip” intensi. Siamo cioè all’inizio del percorso di validazione dei psicoplastogeni di seconda generazione, dove si sta cercando di stabilire se la biologia cerebrale possa ripararsi autonomamente senza il coinvolgimento della coscienza soggettiva. La ricerca attuale sembra dunque propendere verso un cambio di quel paradigma che fungeva da motore trainante del cosiddetto “rinascimento psichedelico” all’inizio del nuovo secolo – spostando l’attenzione dalla psicologia dell’esperienza soggettiva alla pura biologia cellulare, eliminando altresì i rischi psicologici e i costi elevati della terapia coadiuvata dagli psichedelici. Con l’obiettivo finale di mettere a punto terapie sempre più sicure ed efficaci per la salute mentale.
