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INDICE
- Usi tradizionali di Psilocybe Maluti in Lesotho
- Eventi dal vivo in Italia
- USA: reazioni al decreto di Trump sulla terapia psichedelica
- La coscienza può persistere per ore dopo la morte clinica
- Conferenza interdisciplinare su scienza e ricerca psichedelica
- Sapremo riconoscere la coscienza emergente dell’IA?
- Biosintesi di triptamine psicoattive dalle piante
- Psichedelici diversi producono effetti analoghi sul cervello
- Il ‘trip sitter’ è utile solo nella terapia?
- L’esplorazione della coscienza proposta da Michael Pollan
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Usi tradizionali di Psilocybe Maluti nel Lesotho
È dimostrato che i funghi psilocibinici crescono su tutti i continenti abitati e se ne scoprono continuamente nuove specie (l’ultima riguarda l’Africa subsahariana). Ma pur con le numerose speculazioni sulle culture indigene che potrebbero averli consumati (o continuano a consumarli), finora gli etnografi ne hanno trovato dati concreti soltanto nelle regioni messicane, tra gli indiani mazatechi – a partire dal famoso articolo di Gordon Wasson su Maria Sabina pubblicato su LIFE Magazine nel 1957. Ora uno studio (in pre-print) condotto da un team internazionale, coordinato dall’antropologo Eli Stark-Elster dell’Università della California a Davis, rivela le prove dell’uso tradizionale e spiritualistico in Lesotho. Grazie a interviste semi-strutturate con 26 guaritori tradizionali e ad altre testimonianze sul campo, si conferma come la P. Maluti, specie identificata nel 2024 nell’Africa meridionale, venisse comunemente usata (e lo è tuttora) in ambiti quali: iniziazione psicoattiva, trattamento di disturbi fisici, mentali e spirituali, scopo ricreativo e protezione magica. A differenza delle (alte) dosi di funghi tipiche dei rituali mesoamericani, i guaritori locali ne mescolano piccole dosi con altre piante psicoattive, in particolare al bulbo allucinogeno Boophone disticha. Molteplici evidenze suggeriscono che queste pratiche precedano la diffusione dei funghi psilocibinici emersa verso la metà del XX secolo, pur se i Basotho li considerano come soltanto come uno dei numerosi strumenti spirituali e medici presenti nel loro arsenale di erboristi.
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Eventi dal vivo in Italia
Ecco alcune segnalazioni utili, in ordine cronologico. Giovedì 7 maggio ore 18: Piante e tecniche di modificazione della coscienza fra le popolazioni tradizionali. Relazione di Giorgio Samorini. Museo di Scienze e Archeologia, Borgo Santa Caterina 1, Rovereto (TN).
Sabato 9 maggio, ore 17: Presentazione del numero 25 di Altrove, la rivista cartacea della SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza). Partecipano Gilberto Camilla (Presidente SISSC) con gli autori Luca Isabella, Riccardo Costantini, Vittorio Biancardi; modera Tobia D’Onofrio. Cascina Torchiera, Piazzale Cimitero Maggiore 18, Milano.
Venerdì e sabato 15-16 maggio 2026, a Trento, Palazzo Paolo Prodi, si terrà il convegno Rosmini, la coscienza e le neuroscienze: due giornate tra filosofia, neuroscienze, psicologia, neuroetica, embodiment e rapporto mente-cervello-corpo-mondo. Un’occasione di dialogo interdisciplinare su coscienza, persona e trascendenza, coordinato dal Prof. Nicola De Pisapia.
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USA: reazioni al decreto di Trump sulla terapia psichedelica
Nell’arcobaleno psichedelico USA non mancano commenti e ricadute a seguito dell’ordine esecutivo con cui Trump ha avviato una “corsia preferenziale” per ricerca e applicazione di alcuni psichedelici terapeutici per i reduci di guerra. Secondo gli attivisti di Psymposia la “mossa rappresenta una cristallizzazione dell’interesse dell’estrema destra nell’industria psichedelica e un ulteriore passo verso la monopolizzazione oligarchica della medicina psichedelica da parte dei magnate della Silicon Valley”. La reporter del movimento Michelle Lhooq segnala l’arrivo dell’era della “psichedelia conservatrice” e si chiede “che fine faranno hippie, eretici, edonisti, cioè il resto di noi?”. Psychedelic Alpha informa che i primi tre voucher per la pre-approvazione della FDA sono andate a grosse aziende biotech, mentre è rimasto inaspettatamente fuori Resilient (ex Lykos/Maps), dopo tutto il gran lavoro collettivo e le centinaia di milioni raccolti per i positivi test clinici sull’Mdma, poi bocciato nell’estate 2024. The Microdose sottolinea che sarà probabilmente il Texas il primo ad usufruire di buona parte dei 50 milioni di dollari stanziati dal governo per la ricerca in ambito locale, avendo già approvato una normative per i trial clinici sull’uso di ibogaina per PTSD, ansia e depressione per i reduci di guerra.
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La coscienza può persistere per ore dopo la morte clinica
Dobbiamo ridefinire cosa significhi davvero morire? Si tratta forse di un processo graduale anziché istantaneo? È quanto sostengono alcuni esperti, tra cui Anna Fowler, ricercatrice presso l’Arizona State University, che ha analizzato articoli provenienti da oltre 20 riviste specializzate peer-reviewed, concentrandosi sulle esperienze di pre-morte (NDE) in pazienti in arresto cardiaco, integrandovi studi riguardo rianimazione e ipotermia, le attuali teorie della coscienza e sulla funzione cerebrale in pazienti in coma. Partendo da casi di fibrillazione atriale (aritmia cardiaca che porta a varie complicazioni) la sua indagine (attualmente in fase di revisione) conferma che il livello di coscienza, durante i casi di NDE, era simile a quello di
pazienti il cui cervello è vicino alla morte. Quando i medici segnalano un arresto cardiaco—oppure che un paziente non ha polso, non ha battito, non respira e manca di ossigeno al cervello—l’elettroencefalogramma (che misura l’attività elettrica nel cervello) appare simile a quello di individui in coma. Ciò suggerisce la persistenza di un certo livello di coscienza, come rilevato da studi precedenti. Tra questi, uno studio pubblicato nel 2023 su Resuscitation dimostrava che i pazienti colpiti da un attacco cardiaco o in fase di risuscitazione in seguito ricordavano in qualche modo gli eventi vissuti, ribadendo così che una certa attività cognitiva esiste anche durante le esperienze pre-morte. A volte, quindi, la coscienza rimane presente per un periodo considerevole dopo la morte clinica.
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La coscienza può persistere per ore dopo la morte clinica
Dobbiamo ridefinire cosa significhi davvero morire? Si tratta forse di un processo graduale anziché istantaneo? È quanto sostengono alcuni esperti, tra cui Anna Fowler, ricercatrice presso l’Arizona State University, che ha analizzato articoli provenienti da oltre 20 riviste specializzate peer-reviewed, concentrandosi sulle esperienze di pre-morte (NDE) in pazienti in arresto cardiaco, integrandovi studi riguardo rianimazione e ipotermia, le attuali teorie della coscienza e sulla funzione cerebrale in pazienti in coma. Partendo da casi di fibrillazione atriale (aritmia cardiaca che porta a varie complicazioni) la sua indagine (attualmente in fase di revisione) conferma che il livello di coscienza, durante i casi di NDE, era simile a quello di pazienti il cui cervello è vicino alla morte. Quando i medici segnalano un arresto cardiaco—oppure che un paziente non ha polso, non ha battito, non respira e manca di ossigeno al cervello—l’elettroencefalogramma (che misura l’attività elettrica nel cervello) appare simile a quello di individui in coma. Ciò suggerisce la persistenza di un certo livello di coscienza, come rilevato da studi precedenti. Tra questi, uno studio pubblicato nel 2023 su Resuscitation dimostrava che i pazienti colpiti da un attacco cardiaco o in fase di risuscitazione in seguito ricordavano in qualche modo gli eventi vissuti, ribadendo così che una certa attività cognitiva esiste anche durante le esperienze pre-morte. A volte, quindi, la coscienza rimane presente per un periodo considerevole dopo la morte clinica.
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Convegno interdisciplinare su scienza e ricerca psichedelica
La settima edizione della Interdisciplinary Conference on Psychedelic Research (ICPR 2026) della OPEN Foundation si svolge ad Haarlem, Paesi Bassi, dal 4 al 6 giugno. Si tratta del maggior evento europeo sulla scienza e la terapia psichedelica e include oltre 100 relatori da tutta Europa con un programma incentrato su scienza rigorosa, prospettive critiche e terapie innovative. Oltre ad organizzare simili eventi scientifici ed educativi, la OPEN Foundation opera come ente non-profit dal 2007 facilitando la ricerca rigorosa e interdisciplinare sugli psichedelici e le loro applicazioni terapeutiche, e promuovendo la formazione di personale clinico e ricercatori tramite workshop e corsi medici. Oltre agli interventi sui vari aspetti della ricerca e della medicina psichedelica, sono previsti una sessione di “sound meditation” dal vivo e alcuni documentari in tema.
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Sapremo riconoscere la coscienza emergente dell’IA?
“La definizione di coscienza deve essere applicabile non solo alle entità biologiche ma anche a quelle sintetiche, inclusa l’intelligenza artificiale. Dovrebbe trascendere specie, substrati e design, ed essere parimenti valida per il cervello umano, il sistema nervoso di un polpo o un’intelligenza artificiale avanzata”. Questa l’opinione di Marius Bodea, ingegnere presso l’Università di Cluj-Napoca in Romania, che ha messo a punto un apparato di Consciousness Score (CS) tramite cui, pur non definendo direttamente la coscienza, se ne può riconoscerne l’emergere in svariati sistemi, inclusa l’IA. Il framework CS impiega una scala logaritmica basati su cinque parametri: un quoziente di intelligenza equivalente, input sensoriali, parallelismo, complessità metacognitiva e capacità di elaborazione dati. La scala monitora poi una vasta gamma di stati di coscienza, e la somma per un adulto tipico si colloca tra 500 e 800 punti, mentre un bambino piccolo può arrivare a circa 100 – soglia a cui si avvicina anche ChatGPT-4. Con gli ulteriori sviluppi in corso (soprattutto per quanto riguarda il calcolo neuromorfico simile al cervello), Bodea sostiene che la coscienza dell’IA possa emergere entro 10-15 anni—impresa notoriamente ambiziosa. Ma se quel giorno dovesse davvero arrivare, si augura che il framework CS possa aiutarci a riconoscere questa “coscienza sintetica come uno specchio, un partner o un nemico”.
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Biosintesi di triptamine psicoattive dalle piante
Un team di ricercatori israeliani del Weizmann Institute of Science ha modificato una pianta di tabacco (Nicotiana benthamiana), riuscendo a produrre, dalla stessa, cinque triptamine psichedeliche (psilocina e psilocibina, DMT, bufotenina e 5-MeO-DMT), anche in maniera simultanea. Sono stati creati inoltre analoghi alogenati di tali molecole, che non si trovano in natura e che mostrano un potenziale terapeutico per alcune patologie psichiatriche. La ricerca dimostra la possibilità di mettere a punto una piattaforma versatile per la biosintesi e la diversificazione simultanea delle indoletilamine psicoattive, aprendo la strada alla loro produzione nelle piante. Ciò a sua volta potrà trovare diverse applicazioni, vista la crescente attenzione alle potenzialità cliniche degli psichedelici e delle relative terapie, traducendosi in produzioni scalabili e versatili e in prodotti con diversificazione strutturale.
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Psichedelici diversi producono effetti analoghi sul cervello
Centinaia di scansioni rivelano il modo in cui sostanze come psilocibina, LSD e ayahuasca alterano le connessioni tra aree chiave del cervello – agendo in modo sorprendentemente simile sulle nostre reti neurali. È questo il risultato dell’analisi più completa effettuata finora sul meccanismo operativo degli psicotropi. La ricerca ha preso in esame i risultati di quasi una dozzina di studi di imaging cerebrale provenienti da Stati Uniti, Europa e Sud America, confermando che gli psichedelici generano un alto grado di comunicazione tra le regioni del cervello coinvolte nella percezione sensoriale e quelle del pensiero. Spiega Manesh Girn, il neuroscienziato responsabile dello studio presso l’Università della California a San Francisco: «Ciò suggerisce che gli psichedelici siano in grado di colmare il tipico divario tra il modo in cui pensiamo e quello in cui percepiamo—tra il mondo esterno e quello interiore». L’indagine conferma che gli psichedelici trasformano in maniera fondamentale il modo in cui il cervello elabora le informazioni e si relaziona con il mondo, da cui deriva il cambiamento terapeutico che libera dalla routine e dai modi abituali di percepire. Lo studio tuttavia includeva immagini cerebrali di pochi minuti, mentre un’esperienza psichedelica di solito dura alcune ore: sarà necessaria una mappatura cerebrale più completa per rivelare l’intera gamma esperienziale di soggetti sotto gli effetti psicotropi.
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Il ‘trip sitter’ è utile solo nella terapia?
È noto come la presenza di un ‘trip sitter’ o facilitatore sia utile per supportare i partecipanti prima, durante e dopo un’esperienza psichedelica, e spesso costituiscono una parte importante del setting generale. Per saperne di più al riguardo, arriva un’indagine curata da ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimore (Maryland, USA). Sono stati analizzati i dati di 9 studi sulla somministrazione di psilocibina relativi a 298 partecipanti, 670 sessioni e 60 facilitatori unici—il maggior dataset di questo genere. Il campione clinico includeva 97 partecipanti, 211 sessioni e 39 facilitatori, mentre quello di volontari sani includeva 201 partecipanti, 459 sessioni di dosaggio e 45 facilitatori. Utilizzando modelli multilivello, è emerso che i ‘sitter’ hanno prodotto un effetto trascurabile (0,8%) nei volontari sani, a fronte di una maggiore varianza nei campioni clinici (13,6%). Sembra quindi che il loro ruolo significativo nel plasmare gli esiti del trattamento psichedelico sia limitato ai pazienti, rispetto invece chi fa uso di sostanze in ambito non terapeutico. Risultati questi con implicazioni dirette per la progettazione degli studi clinici, i protocolli di formazione e l’implementazione dei futuri trattamenti psichedelici.
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L’esplorazione della coscienza proposta da Michael Pollan
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