La firma dell’ordine esecutivo da parte di Donald Trump di aprire una “corsia preferenziale” per l’uso e la ricerca sugli psichedelici terapeutici negli Stati Uniti ha generato una reazione quasi automatica: sorpresa, talvolta entusiasmo e spesso disorientamento. Pur se in realtà la mossa era prevista da tempo, va ad alimentare ulteriormente lo scenario trumpiano a dir poco caotico e casual, tra guerre multifronti e pesanti critiche (a livello globale), approvazione ai minimi storici, rincari e fratture del fronte MAGA (internamente). L’idea che un Presidente USA di posizioni ultra-conservatrici potesse intervenire — anche indirettamente — in un ambito storicamente progressista e dai connotati finanche trasgressivi sembra produrre una frizione non solo narrativa. Frizione che però si attenua rapidamente considerando il contenuto effettivo del documento stesso e il contesto dell’odierna corsa alla medicalizzazione degli psichedelici.
Non esiste alcuna apertura generalizzata. Nessuna riforma delle attuali norme proibizioniste, comunque aggirate dalla direttiva con disposizioni ad hoc e ignorate persino dalle corporation medico-psichedeliche. Né tantomeno c’è alcun riconoscimento della psichedelia come fenomeno culturale o cognitivo. Si tratta soltanto ti un’indicazione operativa alle autorità sanitare per accelerare i processi di valutazione e, dove possibile, facilitare l’accesso a trattamenti sperimentali basati su sostanze come psilocibina, MDMA e ibogaina. Con l’obiettivo dichiarato di curare in primis i reduci di guerra e il personale militare, afflitti da malattie mentali quali PTSD, depressione, ansia e da frequenti suicidi. Scopo di quest’ordine esecutivo – una scorciatoia per evitare la discussione in aula e conseguente dibattito pubblico, come per la gran parte delle decisioni prese finora dall’amministrazione Trump – non è intervenire sulla sostanza del contesto “droghe”, bensì la semplice possibile abbreviazione dei tempi burocratici.
Non siamo di fronte a una destra che “abbraccia gli psichedelici”, pur se di certo nel recente passato non ne mancano i segnali, bensì a una destra che interviene su un collo di bottiglia regolatorio in presenza di una domanda clinica crescente, in particolare legata al PTSD, alla depressione e alle dipendenze soprattutto nell’ambito militare. Una mossa coerente alla tipica logica pragmatica: ridurre attriti amministrativi quando esiste una pressione sociale forte e organizzata, com’è quella dei reduci di guerra in USA, e quando il sistema terapeutico esistente mostra limiti evidenti.
Ancora; lungi dall’essere un salto di qualità nella politica sanitaria, ciò ribadisce qualcosa di preciso sul modo in cui gli psichedelici sono entrati nell’attuale politica iper-conservatrice statunitense. Non attraverso la ricerca accademica, ma attraverso una rete di soggetti con alta visibilità pubblica — reduci di guerra, podcaster, influencer, politici della galassia MAGA — per i quali queste sostanze hanno avuto effetti positivi a livello personale. Oppure tramite entità semi-private che ora riceveranno cospicui fondi per la ricerca, è il caso del Texas per l’ibogaina. La scienza e la relativa conferma (o meno) viene dopo, come validazione di qualcosa già politicamente sostenibile. Gli psichedelici vengono ricodificati, rendendoli compatibili con un impianto che altrimenti li avrebbe esclusi.
Un’accelerazione regolatoria a conferma del passaggio dal cosiddetto rinascimento al business psichedelico, preceduta e promessa negli ultimi anni da una Big Pharma di tipo nuovo, tra aziende farmaceutiche specializzate, grossi fondi di investimento, ricerca clinica privata – con alcune riforme statali e interessi di mercato che operanti in parallelo ben prima di questo ordine esecutivo.
Non è necessario ipotizzare un coordinamento diretto tra politica e capitale per osservare una convergenza di fatto. La politica agisce sui vincoli; il capitale risponde alle opportunità. Il risultato è un circuito in cui la legittimazione scientifica, l’apertura regolatoria e l’investimento economico si rafforzano a vicenda — un processo che dalla ricerca di base porta verso qualcosa che assomiglia sempre più a un comparto industriale.
La traiettoria era già leggibile prima di questo ordine. La progressiva separazione tra effetto terapeutico ed esperienza soggettiva — fino all’ipotesi dei cosiddetti neuroplastogeni, sostanze capaci di promuovere plasticità neurale senza indurre stati non ordinari di coscienza — rappresenta il punto di arrivo coerente di questa logica: trattenere ciò che è clinicamente utile, eliminare ciò che è difficile o impossibile da standardizzare.
La decisione di Trump si colloca esattamente in questa linea, oltre aderire alla politica MAGA in senso stretto. Non apre alla psichedelia come fenomeno complesso, né tantomeno accenna alla revisione delle sostanze “tabellate”, punto primario dell’impegno trasversale degli attivisti locali – inclusi coloro che avrebbero preferito che la Casa Bianca restasse del tutto lontana dagli psichedelici, sottolineando il rischio di politicizzare sostanze il cui bagaglio socio-culturale è già cospicuo e diversificato. Puntare invece ad accelerare la normalizzazione (o presunta tale) in una forma specifica — controllata, misurabile, compatibile con il sistema esistente – non fa altro che ridefinire i termini entro cui qualcosa può essere accettato.
Le sostanze restano illegali, mentre sembra cambiare la velocità con cui una loro versione clinicamente addomesticata possa attraversare le maglie regolatorie. Il condizionale è d’obbligo perché l’ordine esecutivo non garantisce che ne seguiranno azioni sostanziali. E come già per analoghi interventi sulla cannabis (nonostante l’ordine esecutivo di dicembre per il passaggio dalla Tabella I alla III, rimane ancora nella prima, cioè nella stessa categoria di sostanze ritenute prive di uso medico accettato, ad alto potenziale di abuso e con pene draconiane) quello di Trump è il tipico prodotto dell’attuale caos politico orchestrato ad arte e resta tutto da vedere se e come avrà effetti concreti.
Sul piano della ricerca, l’accelerazione regolatoria non equivale a chiarezza scientifica: gli attestati di priorità FDA riducono i tempi di revisione, non l’incertezza sui dati. La pressione politica e quella scientifica si muovono su scale temporali diverse, e forzarne la convergenza produce approvazioni rapide, non necessariamente solide.
Sul piano dell’accesso, la pseudo-normalizzazione istituzionale non ridistribuisce l’accesso: lo sposta. Chi oggi si tratta in cliniche private a quindicimila dollari a persona continuerà a farlo. Chi aspetta un sistema regolato si troverà dentro un percorso medicalizzato con indicazioni precise, contesti sorvegliati, operatori certificati — non a caso la questione dell’accesso equo e paritario alle terapie psichedeliche resta questione cruciale per le stesse strutture mediche statunitensi.
Sul piano culturale, infine, la normalizzazione produce un effetto di restringimento del campo: ciò che è integrabile viene legittimato; ciò che non lo è viene progressivamente spinto fuori dalla conversazione pubblica. Non per censura, ma per irrilevanza istituzionale, preferendo una scorciatoia che “fa scena” al necessario dibattito pubblico. Fra l’altro viene così nascosta, almeno gli occhi dei meno attenti, la dimensione esperienziale, la variabilità dei contesti d’uso, l’autonomia soggettiva — tutto ciò che non produce un esito misurabile in uno studio clinico controllato. Andando al di là di questa notizia in sé, si tratta di una perdita silenziosa, strutturale, che riguarda non solo le sostanze ma il modo in cui una cultura elabora il proprio rapporto con gli stati non ordinari di coscienza.
In definitiva, un ordine esecutivo utile per conquistare i titoloni di testate e social media del mondo intero (e distrarre), ma che non intende né affrontare né tantomeno risolvere le questioni-chiave sul tappeto. È questo il (voluto) limite strutturale di un processo presentato invece come apertura. Ignora del tutto le riforme legislative e amplia l’accesso a una versione predefinita delle sostanze, restringendo al contempo lo spazio di ciò che, di queste sostanze, viene riconosciuto come valido.

Magari un po meno vena di sinistra e meno politica per me sarebbe assai meglio Pare scritto da un collettivo giovanile sinistra che ignora deliberatamente una metà della visuale. Joe Rogan ha scritto a trump e questi gli ha dato un buon riscontro, fine delle speculazioni critiche
Davvero interessante, e importante, seguire le commistioni (e manipolazioni) di una certa politica con la salute, la scienza, la cultura, la finanza e il resto che ci riguarda come singoli cittadini; non è difficile vedere come uesto “dirottamento” della psichedelia in corso oltreoceano stia avvenendo un po’ ovunque, peccato che non se ne parli abbastanza, soprattuto da noi…grazie!!