Le sfide del World Ayahuasca Forum, dall’autodeterminazione indigena al dialogo globale

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Il World Ayahuasca Forum, in programma a Girona (cento kilometri a nordest di Barcellona, Spagna) dall’11 al 13 settembre p.v., prevede 18 sessioni tematiche su temi che spaziano dall’antropologia, all’arte e alla spiritualità, fino alle neuroscienze, alla farmacologia, alla pratica clinica, al territorio, all’epistemologia, ai diritti delle popolazioni indigene, al genere, alla storia orale, all’ambiente, all’etica e al diritto. Nel corso di tre giorni, si alterneranno le presentazioni di ricercatori, terapeuti, rappresentanti delle popolazioni indigene e vari esperti. Le sessioni plenarie saranno dedicate soprattutto all’esame delle “radici dei futuri viventi” e alla “conversazione globale sull’ayahuasca in un mondo in trasformazione”.

Un aspetto è tuttavia ancora più importante: l’incontro si pone in maniera assai diversa dall’ennesimo convegno internazionale sulle sostanze psicotrope. Pur affrontando temi d’interesse generale in questo contesto, per la prima volta al centro ci sono un centinaio di leader spirituali indigeni che daranno vita a un evento costruito attorno alle loro istanze, e non semplicemente invitati come testimonianze “esotiche” all’interno di un programma deciso altrove.

Il World Ayahuasca Forum è il risultato di nove anni di organizzazione autonoma, durante i quali le comunità hanno progressivamente definito una propria agenda. Un percorso avviato nel dicembre 2017, con il primo incontro Yubaka Hayrá, la Conferenza Indigena sull’Ayahuasca, nella terra indigena di Puyanawa (Acre, Brasile). Dove fra l’altro si chiedeva già alle singole comunità se, come e entro quali limiti i propri saperi ancestrali dovessero essere condivisi con il mondo esterno. Nel 2018 la seconda conferenza portò queste istanze anche alle Nazioni Unite. L’anno successivo venne ribadita l’idea che canti e rituali non siano semplici elementi ornamentali che accompagnano il “vero” sapere tradizionale: sono stessi parte integrante della conoscenza.

Nel 2022 la quarta conferenza, finanziata autonomamente e con la partecipazione di 35 popolazioni autoctone, definì l’ayahuasca come un filo conduttore della vita e affermò un principio ancora più netto: la spiritualità indigena non è in vendita, anche se può essere condivisa all’interno di un’etica profonda della relazione. Infine, nel gennaio 2025 la quinta conferenza riunì 34 popoli provenienti da Brasile, Colombia, Perù, Messico, Guatemala e altri territori. Fu anche l’occasione per riaffermare l’autorità delle donne indigene come leader spirituali e per consolidare un Consiglio dei Leader Spirituali Indigeni.

World Ayahuasca Forum 2026

A partire dalla fine degli anni Ottanta, grazie all’avvento del turismo sciamanico e del relativo business globale, per molti occidentali l’ayahuasca è diventata una “medicina”, uno strumento di guarigione psicologica o un’esperienza trasformativa. Tutte definizioni che tuttavia rischiano di ridurre a un prodotto o a una tecnica qualcosa che per i popoli che ne custodiscono le tradizioni è invece inserito in un sistema ben più ampio fatto di relazioni tra persone, comunità, territori, piante, antenati e dimensioni spirituali. È proprio questo l’aspetto più interessante dell’evento: affermare l’autodeterminazione dei popoli indigeni di fronte all’appropriazione, alla commercializzazione e alla reinterpretazione occidentale dei loro saperi.

Non a caso gli stessi organizzatori – ICEERS (International Center for Ethnobotanical Education, Research and Service), l’istituto Yorenka Tasorentsi dedito alla riforestazione, l’istituto culturale Nixiwaka  – parlano di “epistemicidio” per indicare proprio l’ampia dimensione della colonizzazione: non soltanto la conquista della terra e dei corpi, ma anche il tentativo di cancellare i modi attraverso i quali quelle società comprendono e trasmettono il mondo. Ne consegue che la sopravvivenza delle tradizioni legate all’ayahuasca non può essere separata dalla capacità delle comunità di proteggere e tramandare il proprio sapere nonostante secoli di pressione esterna. Si tratta di sistemi concepiti come “scienze viventi”: conoscenze sviluppate attraverso generazioni di osservazione delle relazioni tra esseri umani, piante, ambiente e dimensione spirituale.

Da qui l’urgenza di un dialogo tra sistemi di conoscenza differenti, evitando facili contrapposizioni ma integrando al meglio le indagini scientifiche e le voci delle comunità indigene, alleanza necessaria sia per superare le norme proibizioniste sia per validare l’intelligenza e la conoscenza ancestrale.

Questo World Ayahuasca Forum rappresenta perciò un passaggio simbolico e politico: il viaggio dell’ayahuasca verso l’Occidente non viene più raccontato soltanto da chi l’ha scoperta, studiata, venduta o trasformata in esperienza turistica. A parlare sono soprattutto coloro che affermano di averla custodita attraverso i secoli. Ribadendo che il futuro condiviso passa attraverso l’ascolto, la reciprocità, il rispetto dei territori e, soprattutto, il riconoscimento dell’autodeterminazione di chi quelle tradizioni le mantiene vive.

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