Studi scientifici e voci indigene per una nuova politica globale sulle “medicine proibite”

Uno studio recente pubblicato sulla rivista specializzata Contemporary Drug Problems sostiene che il rigoroso divieto globale imposto agli psichedelici dai primi anni ’70, nel contesto della famigerata war on drugs lanciata in USA da Richard Nixon, era guidato ben più dalle ideologie politiche e dal panico mediatico anziché da prove scientifiche sui pericoli alla salute pubblica. La ricerca – curata da Måns Bergkvist, Damon Barrett, Johan Edman e Björn Johnson (affiliati con le università svedesi di Uppsala, Gothenburg e Lund) – ha preso in esame migliaia di documenti provenienti dagli archivi generali di ONU, Svezia e USA. Ne emerge un quadro ben diverso dalla narrativa ufficiale: il divieto internazionale, sancito dalla Conferenza di Vienna del 1971 sulle Narcotics Drugs (che continua a svolgersi annualmente), si basava su istanze socio-culturali piuttosto che su rischi reali per la salute pubblica.

Il conseguente disastro per i diritti umani e per le minoranze oggi è ben documentato, insieme al blocco di ricerca e sperimentazioni su piante e sostanze enteogene e alle negative ricadute su culture e conoscenze indigene. Come sintetizza il Dr. Bergkvist, coordinatore dello studio svedese: «L’accordo sulla necessità delle misure di controllo più severe per gli psichedelici si rivelò talmente pressante che i loro rischi concreti, per non parlare delle potenzialità terapeutiche, non vennero mai seriamente presi in considerazione».

Questo il quadro in cui s’inserisce una riflessione dell’ICEERS (International Center for Ethnobotanical Education, Research and Service), ente senza fini di lucro fondata nel 2009 a Barcellona, dedita all’etnobotanica e alle piante psicoattive. Vi si legge fra l’altro:

Nelle stanze dove è stata decisa la classificazione internazionale di DMT, psilocibina e mescalina, non c’era la  rappresentanza dei popoli amazzonici che lavorano con l’ayahuasca da secoli, né quella delle comunità mesoamericane che curano cerimonie attorno ai funghi, né dei popoli andini che custodiscono la foglia di coca. Un’assenza tutt’altro che casuale: il sistema è stato costruito senza prevedere alcuno spazio per quel tipo di conoscenza.

Il documento procede a ricordare come la Convenzione di Vienna pretendesse di applicare pressoché all’intero pianeta restrizioni dovute esclusivamente a problematiche occidentali, spesso ignorando le voci di coloro che storicamente avevano salvaguardato gran parte di quelle piante e sostanze. Tra queste, l’Unione dei Medici Yagé Indigeni dell’Amazzonia Colombiana (UMIYAC), che riunisce le autorità spirituali dei popoli Siona, Inga, Cofán, Kamëntsa e Coreguaje, formulava nella Dichiarazione di Yurayaco di fine 2019 un avvertimento tutt’ora attuale: «C’è chi prende i nostri semi per brevettarli e per appropriarsene. Altri vogliono dichiarare lo yagé una pianta narcotica e vietarne l’uso per il bene dell’umanità». La stessa organizzazione ha denunciato negli ultimi anni come la colonizzazione fisica e culturale abbia cercato per secoli di «cancellare i nostri sacri legami con la natura, criminalizzare le nostre cerimonie spirituali e deridere la nostra scienza botanica».

World Ayahuasca Forum 2026

Saltando alla situazione odierna, l’analisi dell’ICEERS si chiede come sia possibile ricostruire un dibattito dal quale le popolazioni autoctone sono state escluse fin dall’inizio. La risposta non ammette scorciatoie diplomatiche, bensì tentativi concreti di aprire appositi spazi. Uno dei più significativi è in preparazione a Girona, dove all’11 al 13 settembre 2026si svolgerà il Forum Mondiale dell’Ayahuasca, organizzato dall’Istituto Yorenka Tasorentsi, dall’Istituto Nixiwaka e dall’ICEERS. Sarà il primo evento internazionale di questo tipo gestito e curato interamente dai popoli indigeni. Vi parteciperà anche una delegazione di autorità spirituali dai vari territori locali, per incontrare ricercatori, professionisti della sanità, giuristi, artisti e facilitatori in uno spazio di dialogo interculturale con reale capacità di influenzare il futuro delle loro medicine tradizionali.

Tutto ciò per ribadire come il sistema repressivo applicato oltre mezzo secolo fa non risponda né alla scienza, né alla salute pubblica, né ai diritti umani, bensì alla combinazione di interessi, timori e scenari tipicamente occidentali. Comprendere e sviscerare il modo in cui venne costruito quel regime è il primo passo verso la richiesta dei popoli indigeni di smettere di considerare tale sistema come un fatto naturale dell’ordine internazionale e iniziare finalmente a considerarlo come una decisione politica aperta a interventi di riforma e di revisione complessiva.

In questo contesto, va infine notato come il recente ordine esecutivo sulla pseudo-normalizzazione di alcuni psichedelici e la parziale riclassificazione della cannabis altro non siano che aperture di facciata dell’amministrazione Trump. Da una parte, tagli a servizi sanitari e di riduzione del danno quali programmi di overdose, ricerca, naloxone; dall’altro, piena conferma della strategia di “guerra alla droga”, il sostegno al vecchio proibizionismo con parole nuove. Nessuno spazio per la tutela della libertà cognitiva né tantomeno per la cultura e la conoscenza indigene. Rimane perciò prioritario non abboccare a queste presunte aperture e rimanere vigili su tutto il fronte, integrando al meglio indagini come quella degli accademici svedesi con le istanze e le voci delle comunità indigene.

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