Da vent’anni circola la formula secondo cui il cervello innamorato somiglierebbe a quello di chi assume cocaina e la “tempesta chimica” durerebbe tra i diciotto mesi e i tre anni. È una frase efficace, ma i dati raccontano qualcosa di più preciso e meno spettacolare.
Nel 2005 Helen Fisher, Arthur Aron e Lucy Brown mostrarono con la risonanza magnetica funzionale che, davanti alla fotografia della persona amata, si attivano regioni come l’area tegmentale ventrale e il nucleo caudato, coinvolte nei circuiti della motivazione e della ricompensa. Sono però sistemi che partecipano a molte altre esperienze gratificanti. La somiglianza con la cocaina riguarda quindi alcuni circuiti, non un’identità tra i due stati.
Anche la famosa durata della passione ha basi meno solide di quanto sembri. Donatella Marazziti e Domenico Canale trovarono nei neo-innamorati alcune differenze ormonali che non erano più presenti dopo 12-24 mesi. Emanuele e colleghi osservarono qualcosa di simile per il fattore di crescita nervoso, NGF. Erano però marcatori misurati nel sangue, su campioni limitati: non un cronometro capace di stabilire quando finisca l’innamoramento.
Sempre a Pisa, Marazziti e colleghi avevano rilevato nel 1999 una riduzione del trasportatore piastrinico della serotonina in persone da poco innamorate, con valori simili a quelli osservati in pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo. Il risultato non permette di equiparare i due stati, ma richiama un tratto facilmente riconoscibile dell’innamoramento: la forte concentrazione dell’attenzione sulla persona amata e la tendenza del pensiero a tornarvi continuamente.
Gli studi di Andreas Bartels e Semir Zeki hanno aggiunto un altro elemento, mostrando, accanto alle attivazioni, una riduzione dell’attività in alcune regioni coinvolte nella valutazione sociale e affettiva. Non significa semplicemente che l’amore “spegna il senso critico”, ma suggerisce che anche l’idealizzazione possa avere una componente neurobiologica.
Presi insieme, questi risultati descrivono soltanto una parte del fenomeno. Nell’esperienza vissuta cambiano il peso attribuito agli stimoli, la percezione del tempo, talvolta il sonno e l’appetito. Un volto, una voce, un messaggio o un’assenza acquistano una rilevanza sproporzionata rispetto a ciò che avrebbero nello stato ordinario.
Ma l’aspetto forse più interessante riguarda il sé. In psicologia delle relazioni si parla di inclusion of other in the self, inclusione dell’altro nel sé: desideri, progetti ed emozioni della persona amata cominciano a entrare nella rappresentazione che costruiamo di noi stessi.
Non è necessariamente una vera ego dissolution, come quella descritta in alcune esperienze psichedeliche. Il confine tra “io” e “noi” diventa però più permeabile. Negli psichedelici questa modificazione può estendersi al mondo, alla natura o all’esperienza nel suo insieme; nell’innamoramento rimane invece orientata verso qualcuno.
Ed è forse questa la sua caratteristica più singolare: non modifica il sé in astratto, ma lo riorganizza attorno a una persona specifica. Non serve che una sostanza entri nell’organismo. Può bastare un volto, una voce, uno sguardo. Una volta avviato, il processo dispone della propria farmacologia endogena, ma continua a essere modulato dalla reciprocità, dall’incertezza e dal comportamento dell’altro. Non esiste quindi una semplice curva con dose, picco e discesa: una parte dello stato dipende da un’altra persona.
Vista così, l’intuizione di Francesco Alberoni appare meno distante da questi dati di quanto potrebbe sembrare. In Innamoramento e amore del 1979 parlava di “stato nascente”: una fase di discontinuità nella quale l’organizzazione precedente dell’esistenza viene rimessa in gioco prima di potersi stabilizzare in una nuova forma. Era sociologia, non neuroscienza, ma l’innamoramento veniva già descritto come una condizione qualitativamente diversa dall’ordinario.
Se si vuole cercare un confronto farmacologico, il caso più interessante non sembra allora la cocaina, ma l’MDMA. Il suo impiego psicoterapeutico si sviluppò soprattutto tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, anche nel lavoro con le coppie. Greer e Tolbert descrissero maggiore apertura emotiva, comunicazione e vicinanza interpersonale; nel 1986 David Nichols propose il termine entactogeni per l’MDMA e sostanze affini.
Da qui nasce facilmente l’immagine della “love drug”, ma la differenza è sostanziale. L’MDMA può favorire temporaneamente apertura, fiducia e prossimità emotiva senza determinare verso chi debbano essere dirette. L’innamoramento, invece, possiede un oggetto fortemente selezionato e difficilmente intercambiabile. Nel lavoro con una coppia, quindi, l’MDMA non crea necessariamente il legame: può modificare il modo in cui un legame già esistente viene percepito e comunicato.
La ricerca recente sta cominciando a esplorare proprio questa zona di confine tra esperienza individuale e relazione. Uno studio di Talea Cornelius e Tommaso Barba del gennaio 2026 ha trovato un’associazione tra l’uso condiviso di psichedelici classici e una maggiore realtà condivisa, vicinanza emotiva e soddisfazione relazionale. Il disegno dello studio è però trasversale e osservazionale: consente di rilevare associazioni, non di stabilire che siano gli psichedelici a produrre quei cambiamenti.
Rimane poi una questione che nessuna scansione cerebrale risolve davvero: perché proprio quella persona? Gli studi sull’attrazione indicano il ruolo della reciprocità, del contesto, delle caratteristiche individuali e della dinamica concreta dell’incontro. Ma i criteri che dichiariamo in anticipo di desiderare in un partner predicono soltanto in parte chi finirà realmente per attrarci. La selezione esiste, ma non sembra riducibile a un elenco di caratteristiche.
Lacan definiva l’amore come “dare ciò che non si ha”. Al di là della formula, l’idea introduce una dimensione che la neurochimica descrive con difficoltà: l’altro non è soltanto uno stimolo particolarmente potente, ma può venire a occupare uno spazio già predisposto nella rappresentazione di noi stessi, dei nostri desideri e di ciò che avvertiamo come mancante. Possiamo studiare i meccanismi attraverso i quali un volto acquista una salienza eccezionale. È molto più difficile spiegare perché sia proprio quel volto.
Da qui emerge anche un possibile parallelo con un concetto abituale nella cultura psichedelica: l’integrazione. Nei contesti psichedelici, ciò che accade durante uno stato non viene considerato necessariamente concluso quando quello stato termina. L’esperienza può produrre conseguenze soltanto nella misura in cui trova un posto nella vita ordinaria.
Dell’innamoramento si parla invece spesso in termini di “fine della passione”, come se il passaggio successivo consistesse soprattutto in una diminuzione d’intensità. Ma se durante quella fase sono cambiate priorità, rappresentazione di sé e rapporto con un’altra persona, il problema non è soltanto quanto dello stato iniziale sopravviva.
È anche che cosa ne viene fatto. In questo senso, il passaggio dall’innamoramento a una relazione stabile — oppure alla sua conclusione — può essere letto non soltanto come la fine di uno stato di coscienza, ma come il problema della sua integrazione.
Bibliografia essenziale
- Fisher H., Aron A., Brown L.L. (2005), Romantic love: an fMRI study of a neural mechanism for mate choice. Studio sui circuiti motivazionali e della ricompensa coinvolti nell’amore romantico.
- Marazziti D., Canale D. (2004), Hormonal changes when falling in love. Piccolo studio sui cambiamenti ormonali nelle prime fasi dell’innamoramento.
- Emanuele E. et al. (2006), Raised plasma nerve growth factor levels associated with early-stage romantic love. Studio sul rapporto tra innamoramento iniziale e NGF plasmatico.
- Marazziti D. et al. (1999), Alteration of the platelet serotonin transporter in romantic love. Studio esplorativo sul trasportatore piastrinico della serotonina.
- Bartels A., Zeki S. (2000; 2004), The neural correlates of maternal and romantic love. Studi sulle basi neurali dell’amore romantico e materno.
- Greer G., Tolbert R. (1986), Subjective reports of the effects of MDMA in a clinical setting. Documento storico sull’impiego clinico dell’MDMA.
- Nichols D.E. (1986), Differences between the mechanism of action of MDMA, MBDB, and the classic hallucinogens: Identification of a new therapeutic class: Entactogens. Qui viene proposta la categoria degli entactogens.
- Cornelius T., Barba T. (2026), Associations of Couples’ Psychedelic Use with Shared Reality and Relational Well-Being. Studio osservazionale sull’uso di psichedelici nelle coppie, la realtà condivisa e il benessere relazionale.
Nota terminologica
fMRI indica la risonanza magnetica funzionale. NGF è il fattore di crescita nervoso. Ego dissolution indica una temporanea riduzione o perdita dei normali confini del sé. Entactogeno è il termine utilizzato per sostanze come l’MDMA, associate ad apertura emotiva e affiliazione sociale.
Nota redazionale
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