Il ‘viaggio’ oltre il farmaco: la scissione tra medicina di massa e libertà cognitiva

In un contesto in cui il mercato della salute mentale, storicamente ancorato a protocolli farmacologici consolidati, cerca risposte a una crisi di efficacia globale, va emergendo una sorta di transizione verso le nuove frontiere della neuroplasticità. Crescono al contempo pratiche di riappropriazione degli psichedelici al di fuori della sfera terapeutica e verso una dimensione di lotta progressista per i diritti. Non a caso, secondo un sondaggio online di qualche anno fa, l’uso di psichedelici negli USA avviene in gran parte al di fuori del contesto clinico e in situazioni collettive.

​Il settore della medicina psichedelica sembra sull’orlo di un biforcazione: da una parte gli psichedelici classici, dall’altra gli psicoplastomeri di seconda generazione. Un’evoluzione non solo di taglio scientifico, bensì necessaria per garantire sostenibilità economica per la sanità pubblica. Le terapie tradizionali assistite dagli psichedelici impongono infatti costi insostenibili per il settore pubblico (e che quindi peseranno inevitabilmente sui pazienti e/o sulle eventuali assicurazioni sanitarie) a causa della complessità dei protocolli, della necessità di sorveglianza costante durante l’esperienza e della formazione specializzata per il personale medico.

Basti ricordare che nei soli Stati Uniti il mercato degli psichedelici terapeutici viene stimato a 8,8 miliardi di dollari nel 2031, con una crescita annuale del 13,3%. Riguardo invece alla sperimentazione avviata recentemente in Australia, il costo medio per un programma di terapia assistita con MDMA a tre dosi può arrivare a circa 30.000 dollari australiani (20.000 dollari USA, 17.000 euro) o fino a 10.000 dollari australiani (7.000 dollari USA, 6.000 euro) per una singola dose con sessioni di preparazione e integrazione. Pur se il quadro europeo, e soprattutto quello italiano, attualmente è piuttosto ridotto rispetto a questi dati, sembra si voglia procedere nella medesima direzione.

Psichedelia

Al contrario, gli psicoplastomeri allopatici, progettati per promuovere la riparazione dei circuiti neurali senza indurre alterazioni della coscienza, permettono una somministrazione scalabile, simile a quella dei comuni farmaci. Attualmente è anzi in pieno sviluppo una branchia clinica che punta alla creazione di molecole note come psicoplastogeni o neuroplastogeni: psichedelici privi dell’effetto psicotropo in grado di intervenire sul cervello piuttosto che sulla mente.  Lo confermano ricerche avviate in tal senso presso l’Università della California a Davis (vedasi l’analogo dell’LSD per il trattamenteo della schizofrenia sviluppato già un anno fa), oltre all’impegno di aziende biotech come Delix Therapeutics il cui obiettivo è quello di «ampliare i confini delle neuroscienze per curare le patologie cerebrali».

Sebbene tali sostanze siano ancora in fase di studio e lontani dalla commercializzazione su larga scala, rientrano comunque nella legalità con un vantaggio competitivo enorme nella gara in corso tra i nuovi colossi della Big Pharma psichedelica: possono essere studiate, trasportate e brevettate senza i vincoli penali che gravano sulle molecole illegali. Proprio l’assenza di stigma legale e la semplicità gestionale potrebbero decretarne la vittoria definitiva nel mercato sanitario.

L’adozione di queste nuove molecole risolve alla radice il problema dell’attuale regime proibizionista senza neppure bisogno di scomodare la politica. Questo passaggio convalida le critiche che evidenziavano come l’uso del termine “psicoterapia assistita” fosse spesso un’incongruenza: i valori di esplorazione e libertà degli psichedelici classici vengono inevitabilmente snaturati quando sono compressi in un setting clinico standardizzato. Con gli psicoplastomeri, questa forzatura viene meno, poiché l’obiettivo rimane puramente biochimico.

​Pur se alcuni ricercatori ritengono che la componente “mistica”  o comunque spirituale sia essenziale per la cura, senza tuttavia escludere possibili aggravi psicologici e finanche un “bad trip“, è già partita la validazione degli psicoplastogeni di seconda generazione, cercando di stabilire se la biologia cerebrale possa ripararsi autonomamente senza il coinvolgimento della coscienza soggettiva. Fatto forse ancora più importante, questa “medicina di massa” finisce per liberare le molecole psicotrope dall’obbligo della medicalizzazione forzata. Togliendo altresì spazio al mercato della terapia underground, tanto fiorente quanto mai esente da rischi e problematiche. Una volta garantita la riparazione neuronale da un farmaco allopatico, potenzialmente accessibile a tutti e a costi ridotti, gli psichedelici classici possono finalmente tornare alla loro dimensione originaria. Questo spostamento restituisce loro la caratteristica di lotta progressista: la frontiera non è più solo la cura della patologia, bensì la conquista di nuovi diritti attraverso la libertà cognitiva.

In questo scenario, l’uso spirituale, di ricerca e di ampliamento della coscienza esce dalla clinica per diventare un pilastro dell’autodeterminazione individuale e dei diritti civili fondamentali. In modo da riconsiderare anche l’attivismo e la riforma delle normative sugli psichedelici attraverso il prisma dei diritti umani. Dando spazio alle molteplici anime del movimento globale e privilegiando questa prospettiva collaborativa. È una visione che trasforma quella che poteva sembrare una semplice evoluzione farmaceutica, il motore del cosiddetto “rinascimento psicheledico” emerso circa un ventennio addietro e ormai cooptato dal filone terapeutico, in una vera e propria conquista sociale, umana e politica.

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