Il recente arrivo del film del 2022 MKULTRA nel catalogo streaming di RaiPlay offre l’occasione per tornare su una delle manovre più controverse della Guerra Fredda. La pellicola è diretta dall’americano Joseph Sorrentino, regista indipendente al suo primo lungometraggio, che è soltanto un omonimo del più noto regista italiano Paolo Sorrentino.
In un articolo precedente abbiamo rimarcato come, già agli albori della Guerra Fredda emersa poco dopo la fine della Seconda guera mondiale, gli Stati Uniti abbiano dato vita a programmi segreti dedicati allo studio delle sostanze psicoattive, degli agenti incapacitanti e delle tecniche di interrogatorio e manipolazione del comportamento: prima BLUEBIRD e ARTICHOKE, poi, dal 1953, il famigerato MKULTRA.
Dopo le inchieste del Congresso statunitense avviate fin dal 1966 e la progressiva declassificazione dei documenti della CIA, sappiamo che tra gli anni Cinquanta e Sessanta vennero finanziati numerosi programmi di ricerca sul controllo del comportamento umano, coinvolgendo università, ospedali, carceri e istituti di ricerca. Tra le pratiche documentate figurano la somministrazione inconsapevole di LSD e di altre sostanze psicoattive, esperimenti su pazienti psichiatrici, detenuti e altri soggetti vulnerabili, oltre a tecniche di deprivazione sensoriale, ipnosi e interrogatorio. Negli ultimi anni l’intera faccenda è stata ampiamente documentata in vari nterventi e libri, fino a motivare svariate “ipotesi di complotto”, come abbiamo già segnalato.

Il film prende questa vicenda come punto di partenza, ma sceglie una strada diversa da quella della ricostruzione storica. Al centro della narrazione c’è uno psichiatra che entra progressivamente in contatto con il programma in corso e scopre, insieme allo spettatore, la natura delle attività alle quali sta partecipando.
È una scelta narrativa comprensibile. Il cinema ha bisogno di personaggi, conflitti e trasformazioni. Una rete burocratica composta da finanziamenti occulti, protocolli amministrativi, compartimentazione delle informazioni e responsabilità distribuite difficilmente può sostenere un racconto destinato al grande pubblico. Il protagonista diventa così la porta d’ingresso attraverso la quale osservare una vicenda immensamente più complessa.
Ma proprio qui emerge la questione più interessante. La storia documentata di MKULTRA non è quella di uno psichiatra che scopre un vero e proprio complotto in atto. È quella di un apparato istituzionale che, nel clima della Guerra Fredda, sviluppa e finanzia per anni decine di programmi di ricerca senza un controllo pubblico effettivo. Le responsabilità non appartengono a pochi individui eccezionali, ma sono disperse all’interno di organizzazioni nelle quali ciascuno conosce soltanto una parte del quadro complessivo.
Pur se non mancano veloci flash su Timothy Leary, sulla nascita della cultura psichedelica né spezzoni di telegiornali dell’epoca sull’argomento, il film concentra la complessità della vicenda nella coscienza di un singolo. Il sistema diventa sfondo; il dramma morale del protagonista occupa il centro della scena. Non è un dettaglio secondario. È uno dei modi attraverso i quali il cinema costruisce la memoria collettiva.
Quando una responsabilità sistemica viene trasformata in una vicenda personale, cambia anche il significato politico della storia. L’attenzione si sposta dall’organizzazione che ha reso possibili gli abusi agli individui che li hanno compiuti o denunciati. Lo spettatore segue una crisi di coscienza, non il funzionamento di un apparato.
Il risultato non è necessariamente una falsificazione. Può però produrre una rilettura più rassicurante del passato. Se esistono protagonisti positivi, significa che il sistema possedeva al proprio interno gli anticorpi necessari per correggersi. Se gli abusi sono attribuiti a pochi responsabili, diventa più semplice considerarli una deviazione anziché una caratteristica prodotta da un determinato contesto politico e istituzionale.
Non occorre immaginare un’operazione deliberata di riscrittura della storia. È sufficiente osservare che ogni racconto seleziona, organizza e attribuisce significato ai fatti. Anche quando i dati storici sono corretti, il contesto e il modo in cui vengono messi in scena modifica inevitabilmente la memoria che ne conserveremo.
Per questo il film può essere considerato non soltanto come un thriller ispirato a fatti reali, ma come un esempio di come il cinema contemporaneo affronta eventi ancora scomodi. I fatti non vengono negati. Vengono resi narrabili. La violenza di Stato rimane presente, ma assume una forma più familiare: quella del percorso morale di un protagonista, anziché quella di una macchina amministrativa e operativa capace di funzionare per anni quasi senza opposizione.
Forse è proprio questa la questione finale che la pellicola vuole suggerire e lasciare aperta. Non se il programma MKULTRA sia realmente esistito — un fatto storico inoppugnabile — bensì quale forma debba assumere il suo racconto affinché una società possa continuare a ricordarlo senza esserne troppo disturbata.
