Circola su TikTok e Instagram un testo sul nuoto che promette di spiegare «cosa succede al cervello quando nuoti». Il copione è ormai familiare: un titolo con emoji, alcuni punti dal tono scientifico, un finale vagamente poetico, una domanda che invita a commentare e, in coda, il rimando a un corso intitolato “L’Arte del Dominio Psicologico”.
Il problema non è stabilire se il nuoto faccia bene. Ci sono ottime ragioni fisiologiche per pensarlo e molti effetti dell’esercizio fisico sono ben documentati. La questione interessante è un’altra: che cosa succede quando nozioni scientifiche reali, ipotesi ancora discusse e immagini suggestive vengono montate insieme fino a sembrare la spiegazione neuroscientifica di un’esperienza?
Il primo passaggio riguarda il flow. Il termine indica uno stato di forte assorbimento in un’attività. L’attenzione è concentrata su ciò che si sta facendo, azione e consapevolezza sembrano procedere con particolare continuità, le distrazioni perdono importanza e può cambiare anche la percezione del tempo. Il concetto è legato soprattutto al lavoro dello psicologo Mihály Csíkszentmihályi, che lo studiò osservando persone profondamente coinvolte in attività sportive, artistiche e professionali.
Flow non equivale tuttavia a perdita di coscienza, passività o semplice rilassamento. È normalmente associato a un coinvolgimento attentivo molto elevato, spesso in situazioni nelle quali difficoltà del compito e capacità della persona risultano ben bilanciate. Quando si prova a stabilire che cosa accada nel cervello durante questa condizione, il quadro diventa meno semplice.
Una delle ipotesi più citate è quella della “ipofrontalità transitoria”, proposta da Arne Dietrich nei primi anni Duemila. Secondo questo modello, durante particolari forme di esercizio o di assorbimento alcune funzioni associate alla corteccia prefrontale potrebbero temporaneamente ridursi mentre le risorse dell’organismo vengono impegnate nelle richieste motorie, sensoriali e autonomiche dell’attività.
Da qui alla formula «la corteccia prefrontale si spegne quando nuoti», però, c’è parecchia strada. L’ipofrontalità transitoria rimane un modello discusso e i risultati sperimentali non sono uniformi. Anche gli studi specificamente dedicati al flow restituiscono un quadro eterogeneo: sembrano essere coinvolti circuiti attentivi, sistemi della ricompensa e diverse regioni corticali, ma non emerge un unico meccanismo che consenta di ridurre il fenomeno allo spegnimento di una parte del cervello.
Nemmeno è corretto sostenere che durante il nuoto non sia possibile studiare l’attività cerebrale. Una risonanza magnetica funzionale richiede naturalmente che il soggetto rimanga fermo, ma tecniche come EEG mobile e spettroscopia nel vicino infrarosso consentono ormai alcune misurazioni anche durante attività motorie e acquatiche.
Quello che manca è un’altra cosa: la dimostrazione che il nuoto produca esattamente il fenomeno descritto dal post e che quel fenomeno spieghi l’esperienza soggettiva raccontata. Lo stesso slittamento avviene quando si passa alla chimica cerebrale.
L’esercizio aerobico modifica numerosi sistemi neurochimici. Endorfine, dopamina, serotonina ed endocannabinoidi sono stati studiati in relazione all’attività fisica, ma attribuire a ciascuno un ruolo semplice e immediato nella sensazione soggettiva di benessere significa comprimere una fisiologia molto più complessa.
Il caso del cosiddetto “runner’s high” è istruttivo. Per molto tempo è stato quasi automaticamente associato alle endorfine. Negli ultimi anni gli endocannabinoidi sono diventati candidati particolarmente interessanti.
David Raichlen e colleghi hanno osservato nell’uomo un aumento degli endocannabinoidi circolanti dopo esercizio di corsa a determinate intensità. Johannes Fuss e collaboratori hanno successivamente mostrato, nel topo, che alcuni effetti comportamentali prodotti dalla corsa dipendono dai recettori cannabinoidi.
Sono risultati importanti. Ma un conto è osservare una correlazione nell’uomo, un altro dimostrare un rapporto causale nell’animale, un altro ancora trasformare questi dati nella descrizione dell’esperienza di chi nuota. Soprattutto, non esiste da questi risultati alcun passaggio automatico verso affermazioni come «ti disconnetti dalla realtà, come in una meditazione profonda».
Nuotare, entrare nel flow, sperimentare il benessere successivo a un esercizio e meditare possono certamente condividere alcuni elementi: concentrazione, modificazioni dell’attenzione, cambiamenti nella percezione del corpo o del tempo, variazioni dell’attività autonomica. Ma la presenza di caratteristiche comuni non rende queste esperienze equivalenti.
Anche la meditazione, del resto, non corrisponde a un unico stato cerebrale. Tecniche diverse coinvolgono processi attentivi e cognitivi diversi. Parlare genericamente di «meditazione profonda» aggiunge quindi una seconda semplificazione alla prima.
Poi compare il sistema vestibolare. Il post sostiene che ogni bracciata «confonde corpo e spazio, alto e basso». La frase funziona bene come immagine. Molto meno come spiegazione fisiologica. L’acqua modifica effettivamente il modo in cui il corpo riceve e integra informazioni. La spinta idrostatica riduce il carico gravitazionale percepito, cambiano gli input propriocettivi, il corpo può muoversi in più direzioni e l’ambiente visivo e acustico è diverso da quello terrestre. Tutto questo può contribuire a sensazioni di leggerezza, sospensione o momentaneo disorientamento.
Ma non significa che il sistema vestibolare venga semplicemente «confuso» a ogni bracciata. Ancora una volta, una situazione fisiologica complessa viene condensata in una frase sufficientemente suggestiva da sembrare un meccanismo.
A questo punto il registro cambia. La calma non sarebbe pace ma «resa». Il silenzio non «purifica». L’acqua «cancella il confine tra la coscienza e il vuoto». Qui non c’è più molto da verificare. Sono metafore. Le metafore non hanno naturalmente nulla di illegittimo. Il problema nasce quando arrivano subito dopo una serie di affermazioni sul cervello e finiscono per ereditarne implicitamente l’autorevolezza.
Il lettore viene accompagnato senza soluzione di continuità da una teoria neuroscientifica a una descrizione psicologica e poi a una rappresentazione quasi metafisica dell’esperienza. Anche il significato del flow, nel frattempo, cambia. All’inizio indica concentrazione, assorbimento e continuità tra percezione e azione. Poco dopo diventa resa, dissoluzione e quasi cancellazione della coscienza. Sono immagini molto diverse. Ma possono convivere perché non devono descrivere precisamente lo stesso fenomeno. Devono permettere al maggior numero possibile di persone di riconoscere qualcosa della propria esperienza.
Chi durante il nuoto si sente estremamente concentrato troverà il flow. Chi prova calma troverà la regolazione dello stress. Chi percepisce leggerezza troverà il sistema vestibolare. Chi vive un momento introspettivo troverà la meditazione. Chi prova una sensazione difficile da definire potrà riconoscersi nel «vuoto».
Il testo funziona quasi indipendentemente da ciò che il lettore abbia realmente sperimentato. È un meccanismo simile a quello che rende efficaci molte formulazioni dell’oroscopo: affermazioni abbastanza specifiche da sembrare personali, ma abbastanza elastiche da adattarsi a esperienze molto diverse. Eppure le cose realmente interessanti che accadono in acqua non hanno bisogno di essere trasformate in metafore neuroscientifiche.
Esiste per esempio la cosiddetta diving response, la risposta d’immersione. Quando il volto entra in contatto con l’acqua, soprattutto in associazione con l’apnea e in determinate condizioni di temperatura, possono verificarsi bradicardia e modificazioni della regolazione autonomica, con un aumento della componente vagale.
Non significa che questo meccanismo spieghi da solo la sensazione di calma durante il nuoto. Quando si nuota entra contemporaneamente in gioco l’esercizio fisico, che attiva anche la componente simpatica. La risposta finale dipende quindi dall’interazione di più processi.
Contano inoltre la respirazione. Nel nuoto non si respira liberamente in qualunque momento: l’atto respiratorio deve coordinarsi con il movimento. La respirazione diventa ritmica, prevedibile, vincolata alla sequenza motoria. Anche questo modifica l’esperienza dell’attività senza che sia necessario invocare una misteriosa disconnessione dalla realtà.
E conta la temperatura dell’acqua. Uno studio di Pavel Šrámek e colleghi del 2000 è diventato spesso un riferimento nelle discussioni sugli effetti fisiologici dell’immersione fredda. In soggetti immersi fino al collo per un’ora in acqua a 14 °C, i ricercatori registrarono un aumento molto marcato della noradrenalina plasmatica e un aumento della dopamina.
Il dato è reale. Ma dice qualcosa di molto diverso da «nuotare aumenta dopamina e noradrenalina». I partecipanti erano immersi in acqua molto fredda e non stavano semplicemente facendo una normale nuotata in piscina. Il fenomeno riguarda quindi soprattutto la risposta al freddo e all’immersione.
È un buon esempio di come nasce una mezza verità scientifica: si prende un risultato corretto, si elimina la condizione che lo rende corretto e lo si trasforma in una proprietà generale dell’attività di cui si vuole parlare.
Rimane infine la struttura commerciale. La parola «neuroscienze» negli hashtag. Le affermazioni sul cervello. Il passaggio alla meditazione e all’equilibrio interiore. La domanda finale che invita a raccontare la propria esperienza. Poi il link a un corso di “dominio psicologico”.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, dimostra che il contenuto sia falso o che chi lo pubblica voglia deliberatamente ingannare il lettore. È la concatenazione a meritare attenzione. La neuroscienza fornisce un’impressione di oggettività. Il linguaggio introspettivo permette al lettore di riconoscersi. Le metafore ampliano ulteriormente il numero delle esperienze compatibili con il racconto. La domanda finale genera commenti e interazioni. Il prodotto commerciale arriva al termine del percorso.
Il contenuto sul cervello, in questo schema, non deve necessariamente essere il prodotto. Può essere l’esca. È anche per questo che contenuti di questo tipo sono difficili da smentire con un semplice «vero» o «falso». Contengono spesso frammenti autentici di conoscenza scientifica, affermazioni plausibili, generalizzazioni, metafore e interpretazioni personali mescolate nello stesso testo.
Il problema non sta quindi soltanto nella presenza di errori. Sta nella scomparsa dei confini tra ciò che è stato osservato, ciò che viene ipotizzato, ciò che viene trasferito da un contesto sperimentale a un altro e ciò che appartiene semplicemente alla descrizione soggettiva.
Il nuoto fa bene. L’esercizio fisico modifica il cervello e il corpo. L’immersione produce effetti fisiologici reali. La respirazione ritmica cambia il modo in cui viviamo l’attività. Alcune persone durante il nuoto possono sperimentare uno stato di flow. Altre possono semplicemente sentirsi meglio. Non c’è bisogno di aggiungere una neuroscienza immaginaria perché tutto questo diventi interessante. Anzi, forse è vero il contrario. La fisiologia reale è molto più interessante quando smettiamo di costringerla a raccontare la storia che un algoritmo ha già deciso di raccontarci.
Bibliografia essenziale
Dietrich A. (2003), “Functional neuroanatomy of altered states of consciousness: the transient hypofrontality hypothesis”, Consciousness and Cognition, 12(2), 231–256. Il lavoro propone l’ipotesi dell’ipofrontalità transitoria come possibile modello interpretativo di alcuni stati associati all’esercizio e ad alterazioni della coscienza. È pertinente perché rappresenta una delle basi teoriche da cui derivano molte successive semplificazioni sul presunto “spegnimento” della corteccia prefrontale.
Jung M., Ryu S., Kang M., Javadi A.-H., Loprinzi P.D. (2022), “Evaluation of the transient hypofrontality theory in the context of exercise: A systematic review with meta-analysis”, Quarterly Journal of Experimental Psychology, 75(7), 1193–1214. La revisione valuta sistematicamente l’ipotesi di Dietrich nel contesto dell’esercizio. I risultati mostrano un quadro più articolato di quello suggerito dall’idea di una semplice disattivazione della corteccia prefrontale.
Alameda C., Sanabria D., Ciria L.F. (2022), “The brain in flow: A systematic review on the neural basis of the flow state”, Cortex, 154, 348–364. La revisione raccoglie gli studi sui correlati neurali del flow e mostra che non esiste ancora un unico modello cerebrale capace di spiegarlo. È utile per distinguere la definizione psicologica del flow dalle interpretazioni neuroscientifiche ancora in discussione.
Raichlen D.A. et al. (2012), “Wired to run: exercise-induced endocannabinoid signaling in humans and cursorial mammals with implications for the ‘runner’s high’”, Journal of Experimental Biology, 215, 1331–1336. Lo studio osserva variazioni degli endocannabinoidi circolanti associate alla corsa. È uno dei lavori che hanno contribuito a spostare l’attenzione dalle sole endorfine verso il sistema endocannabinoide nella ricerca sul runner’s high.
Fuss J. et al. (2015), “A runner’s high depends on cannabinoid receptors in mice”, Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(42), 13105–13108. Nel modello murino lo studio fornisce evidenze causali del coinvolgimento dei recettori cannabinoidi in alcuni effetti della corsa. È particolarmente utile perché permette di distinguere ciò che è stato osservato nell’uomo da ciò che è stato dimostrato sperimentalmente nell’animale.
Ackermann S.P. et al. (2023), “The diving response and cardiac vagal activity: A systematic review and meta-analysis”, Psychophysiology, 60(3), e14183. La revisione esamina la risposta autonomica all’immersione e documenta l’aumento dell’attività vagale cardiaca in diverse condizioni sperimentali. È pertinente perché consente di discutere la diving response senza trasformarla in una spiegazione universale della calma durante il nuoto.
Šrámek P. et al. (2000), “Human physiological responses to immersion into water of different temperatures”, European Journal of Applied Physiology, 81, 436–442. Lo studio confronta gli effetti dell’immersione a differenti temperature e mostra importanti variazioni delle catecolamine nell’acqua più fredda. È utile soprattutto per mostrare quanto sia determinante distinguere gli effetti del freddo da quelli del nuoto in quanto tale.
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