Intervista a Gianluca Toro sul DMT

Proponiamo qui di seguito alcuni articoli di approfondimento relativi al DMT (N,N-dimetiltriptammina). Partiamo da un’intervista di Alessandro Novazio con Gianluca Toro, studioso eclettico e ricercatore indipendente sugli stati non ordinari di coscienza, probabilmente oggi una delle voci più autorevoli in Italia sul DMT e temi collegati. Le sue riflessioni offrono una panoramica estesa e competente, attraversando storia, meccanismi, esperienza soggettiva, neuroscienze e prospettive future della ricerca.

Gianluca Toro: chimico di professione in campo ambientale e ricercatore indipendente nel campo dei composti psicoattivi naturali e sintetici, con particolare riguardo all’aspetto etnobotanico, etnomicologico, chimico e farmacologico. Ha pubblicato articoli su questi temi per varie riviste internazionali, oltre a collaborazioni con il periodico tedesco “Lucy’s Rausch”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i testi sulla flora psicoattiva italiana, le Solanaceae psicoattive quali mandragora, belladonna e giusquiamo (quest’ultimo con G. Samorini), la Salvia divinorum, la lattuga, gli unguenti delle streghe, gli oneirogeni (in inglese, con B. Thomas), i terogeni, l’Amanita muscaria (riprendendo anche alcuni testi della letteratura medica del ’700), la Psilocybe semilanceata, gli animali psicoattivi (in particolare gli insetti), il DMT, la ketamina, le triptamine psichedeliche. Due i suoi libri specifici in tema, entrambi stampati in tiratura limitata, da richiedere direttamente all’autore (gianlucatoro@libero.it):

  • DMT: Costruzione di mondi. Avvicinamenti Autoproduzioni, 2025
  • DMT: Dimetiltriptamina. Usi, fenomenologia e ipotesi. Avvicinamenti Autoproduzioni, 2017

DMT, G. Toro

A.N.: Origini e storia. Puoi parlarci delle origini storiche e culturali del DMT? Come è stato utilizzato nelle tradizioni sciamaniche e quali le implicazioni spirituali? 

G.T.: L’origine storica si può far risalire al 1931 quando fu sintetizzato per la prima volta dal chimico tedesco Richard Manske in una serie di preparazioni a partire dalla triptamina, mentre nel 1946 fu isolato per la prima volta da una fonte naturale, la corteccia della radice di Mimosa tenuiflora, finchè nel 1956 il chimico e psichiatra Szára decise di indagarne i possibili effetti, prima per ingestione, senza successo, e poi iniettato, questa volta sperimentando effetti psicoattivi. In quegli anni la sostanza non era considerata di particolare interesse farmacologico, e nei laboratori di ricerca e al di fuori dell’ambito scientifico era considerata una sostanza che induceva effetti psicotici. Successivamente il DMT divenne oggetto di indagini nell’ambito della teoria delle psicosi endogene, valutando quanto i suoi effetti fossero compatibili con una condizione psicotica e il possibile ruolo nella genesi di quest’ultima. Il DMT emerse dalla sua relativa oscurità scientifica, specialmente rispetto all’LSD, quando fu identificato in animali di laboratorio, tuttavia in quel periodo l’atteggiamento repressivo nei confronti delle sostanze psicoattive portò i ricercatori ad abbandonare le indagini. Ed è a questo punto che inizia la storia culturale della sostanza. La controcultura statunitense degli anni ’60 e ’70 lo scoprì subito dopo l’interesse sviluppatosi nell’ambiente di ricerca. L’incertezza accumulatasi negli anni circa gli effetti del DMT ha fatto sì che rimanesse relativamente sconosciuto fino alla metà degli anni ’80, quando assunse una certa notorietà tra gli psiconauti a seguito dei resoconti delle sperimentazioni e delle interpretazioni più o meno speculative dell’esperienza da parte dei fratelli McKenna. Il DMT ha guadagnato ulteriore rinomanza a seguito delle ricerche condotte dallo psichiatra Rick Strassman tra il 1990 to 1995 [test approvati e finanziati dalle autorità USA e condotti all’Università del New Mexico ad Albuquerque su 60 volontari sani], culminate nel 2001 nella pubblicazione del libro DMT: The Spirit Molecule [in italiano presso Spazio Interiore, 2019] in cui l’autore riporta i risultati di una serie di studi farmacologici e valutazioni psicologiche su soggetti volontari a cui la sostanza è stata somministrata a varie dosi e in condizioni controllate. Per quanto riguarda le tradizioni sciamaniche, citerei essenzialmente l’ayahuasca, la tipica bevanda psicoattiva dell’Amazzonia, in cui il DMT è attivato oralmente dalla presenza di inibitori degli enzimi MAO. Essa ha un ruolo fondamentale nella vita spirituale delle popolazioni che la impiegano, ruolo che si esplica in contesti cerimoniali determinando esperienze psichiche tradizionalmente ben definite, permettendo di contattare il mondo soprannaturale e gli spiriti della foresta, ottenere poteri speciali, interpretare la realtà e curare le vittime di malefici.

A.N.: Meccanismo d’azione. Qual è il meccanismo attraverso il quale il DMT produce i suoi effetti? Ci sono ricerche recenti che hanno svelato nuovi aspetti di questo processo?

G.T.: Il DMT agisce ai recettori di diversi neurotrasmettitori, ma sostanzialmente è un agonista ai recettori della serotonina 5-HT2A, come i classici psichedelici serotoninergici LSD e psilocibina, agonista ai recettori σ1, di cui il DMT è l’unico legante endogeno finora noto, e si lega ai recettori delle ammine in tracce, TAR. Tra questi ultimi, i TA1 potrebbero essere coinvolti negli effetti comportamentali degli allucinogeni, mentre i TA6 potrebbero legare sostanze psicoattive endogene, tuttavia non tutti i tipi di TAR sono coinvolti nella percezione sensoriale e probabilmente non tutti sono recettori per gli allucinogeni endogeni, come non tutti gli allucinogeni endogeni sono direttamente coinvolti nella percezione sensoriale. Considerando anche il fatto che il DMT endogeno possa agire da neurotrasmettitore o neuromodulatore, è stato proposto che esista per il DMT un sistema recettoriale specifico il quale può essere influenzato dal meccanismo di biosintesi, accumulo, cattura e rilascio della sostanza.

A.N.: Esperienze soggettive. Hai notato delle somiglianze o delle differenze tra le esperienze indotte dal DMT e quelle provocate da altre sostanze psichedeliche, come l’LSD o la psilocibina?

G.T.: Credo che, di base, gli effetti del DMT siano simili a quelli degli psichedelici classici come LSD, psilocibina e mescalina, ovvero intensificazione delle percezioni sensoriali, modificazione della percezione di spazio e tempo, percezione di spazi multidimensionali, illusioni, stati visionari e oniroidi, modificazione della percezione del proprio corpo e dell’Io, stimolazione linguistica e semantica, maggiore tendenza all’associazione di idee e al pensiero analogico, e stati creativi, emotivi, introspettivi, meditativi, intuitivi, rivelatori, estatici e mistici, in dipendenza da set e setting. Tuttavia vi sono specifici effetti che sembrano caratteristici del DMT, o almeno con tale sostanza questi si presentano con una certa intensità e significatività. Mi riferisco all’estrema intensificazione delle percezioni visive, alla sensazione di entrare in realtà separate da quella ordinaria, all’esperienza dell’iperspazio e dell’iperrealtà, e agli incontri con entità senzienti e autonome. In definitiva, ho proposto di caratterizzare il DMT, oltre che come allucinogeno, psichedelico, oneirogeno, enteogeno e induttore di esperienze fuori del corpo (OBE) e prossime alla morte (NDE), anche come  “dimensionale”, “traslazionale”, “alienigeno” (da alienus, “altro”), “iper-reificante”, “neuromantico” e “ontosismico”. I termini si riferiscono alla caratteristica essenziale della sostanza di rivelare dimensioni spaziali oltre la terza dimensione e realtà alternative indipendenti, “traslandovi” lo sperimentatore, considerate “più reali del reale” (iperreali), di sperimentare un intenso afflusso di informazioni, il quale può essere confrontato con le caratteristiche del cyberspazio, e di mettere in discussione le normali categorie ontologiche.

A.N.: Aspetti neurobiologici. Quali sono le implicazioni neurobiologiche dell’uso del DMT? 

G.T.: L’aspetto più interessante mi sembra essere quello legato alla percezione sensoriale, il DMT endogeno agirebbe proprio sulle regioni del Sistema Nervoso Centrale coinvolte nella percezione sensoriale. Più in generale, la realtà dello stato ordinario di coscienza è determinata dalla condizione in cui il rilascio di composti psicoattivi endogeni è correlato agli eventi esterni, mentre il sogno, gli stati modificati di coscienza e gli eventi psicotici si manifestano quando questa correlazione manca. Di conseguenza, la realtà dello stato di veglia può essere considerata come un’esperienza psichedelica controllata, mentre gli altri stati si manifestano nei casi in cui questo controllo viene a mancare.

A.N.:Ricerche cliniche. Ci sono attualmente studi clinici in corso sull’uso del DMT in contesti terapeutici? Quali risultati sono emersi?

G.T.: Nell’ambito della cosiddetta “medicina psichedelica”, esistono studi clinici per verificare la possibile applicazione della sostanza come antidepressivo, per esempio in uno di questi sono stati somministrati 15 mg e poi 60 mg di DMT vaporizzati, con risultati positivi. In un altro caso, la sostanza è stata valutata nel topo relativamente alla patologia del morbo di Alzheimer, coinvolgente anche i recettori σ1 associati al DMT, somministrando cronicamente la sostanza alla concentrazione di 2 mg/kg. I risultati hanno mostrato che il danno cognitivo è stato ridotto e che l’accumulo del β-amiloide nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale era diminuito significativamente. Infine, il DMT ha mostrato nel ratto un’azione neuroprotettiva in casi di ischemia.

A.N.: Integrazione post-esperienza. Qual è l’importanza dell’integrazione nella vita quotidiana delle esperienze con il DMT?

G.T.: L’integrazione dell’esperienza è fondamentale con tutti gli psichedelici. Con il DMT l’assimilazione critica e consapevole dei contenuti dell’esperienza può essere difficoltosa, soprattutto nel caso di destrutturazione psichica, in quanto l’esperienza inizia in modo improvviso e imprevedibile con una sensazione di rapida accelerazione. Il DMT differisce dagli psichedelici classici in quanto per questi ultimi, dopo un intervallo di latenza, vi è un periodo di transizione graduale allo stato modificato di coscienza e gli effetti possono presentarsi a ondate. Al contrario, gli effetti del DMT è come se sopraggiungessero in un unico istante a un’intensità iniziale confrontabile con gli effetti degli psichedelici classici al loro picco di massima intensità. Le reazioni di tensione, ansia, paura e panico, fino al punto di pensare che il corpo non sia in grado di sostenerle, sono causate, specialmente a dosi alte, dalla rapida salita degli effetti; ci si sente privi di un aiuto, incapacitati in generale e di interagire con il mondo esterno in particolare, il che rende difficile mantenere il contatto con la realtà ordinaria e l’attenzione su compiti esterni, perdendo il controllo volitivo. Ansia, paura e panico possono anche nascere dalla sensazione che il respiro o il battito cardiaco si siano arrestati, senza una corrispondenza nella realtà poiché la respirazione rimane normale e il battito cardiaco, pur accelerato, non cessa.

A.N.: Futuro della ricerca. Quali direzioni future vedi per la ricerca sul DMT? Ci sono aree specifiche che ritieni meritino maggiore attenzione?

G.T.: Secondo me, l’aspetto più interessante legato all’esperienza con il DMT è quello ontologico, ricorrendo in particolare al concetto di modalità, ovvero esistenza-inesistenza, possibilità-impossibilità e necessità-contingenza, soprattutto in relazione ai cosiddetti “mondi possibili”. Nonostante il fatto che la realtà sia stata spesso trattata come un fatto non ambiguo dell’esistenza, i mezzi con cui la conosciamo e agiamo su di essa non sono del tutto chiariti. Nel tempo sono state sviluppate diverse teorie sulla percezione e l’esperienza della realtà, le quali considerano il senso di realtà e il giudizio di realtà; il primo rappresenta la coordinata libidica e definisce l’intensità dell’esperienza, mentre il secondo rappresenta la coordinata intellettuale e dà significato all’esperienza. Il senso di realtà e il giudizio di realtà si fondono nel “credere”, cioè nella fiducia che abbiamo nel nostro consenso e nella propensione a intraprendere un’azione sulla base delle nostre idee. I concetti di senso di realtà e giudizio di realtà, oltre a quello di iperrealtà, si possono applicare al caso del DMT ed essere espressi da un “operatore ontologico” di tipo cognitivo. Su questa base è possibile definire criteri di realtà che potrebbero teoricamente essere verificati per l’esperienza con il DMT, tenendo conto della sua interpretazione legata a un determinato contesto culturale e più in generale a fattori cognitivi.

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Un commento

  1. Articolo pregevolissimo da cui partire per una esperienza condivisa tra ricercatori responsabili interessati a testimoniare le potenzialità’ enteogeniche attualizzando la grande tradizione dei misteri eleusini alla base della espetienza estatico/religiosa dell’Occidente

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