L’ambiguità che produce conoscenza: il problema epistemologico irrisolto da F. Capra ad A. Zajonc

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Perché alcune idee diventano patrimonio comune mentre altre, forse altrettanto importanti, restano ai margini del dibattito? La differenza non dipende sempre dalla loro solidità teorica. Talvolta dipende dalla capacità di offrire una risposta semplice a una domanda difficile. Una di tali idee – meglio: domande – è la seguente che, dopo aver attraversato tutto il Novecento, continua a riemergere nel presente: che cosa resta del materialismo moderno dopo le trasformazioni introdotte dalla relatività, dalla meccanica quantistica e dalle nuove scienze della complessità?

La fisica del secolo scorso ha profondamente modificato l’immagine del mondo costruita dalla modernità. La materia non appare più come un insieme di particelle solide governate da relazioni perfettamente prevedibili. I fenomeni quantistici introducono probabilità, complementarità e problemi di misurazione; la relatività modifica le nozioni ordinarie di spazio e tempo; la teoria dei campi rende meno immediata la distinzione tra oggetti separati e ambiente fisico. La vecchia rappresentazione dell’universo come una grande macchina non è più sufficiente. Ma che cosa autorizza ad affermare questa crisi?

Nel corso del Novecento si è formato un vasto filone di pensiero che ha interpretato le trasformazioni della scienza come il segnale di un cambiamento ancora più profondo. La nuova fisica non avrebbe soltanto corretto alcune teorie precedenti: avrebbe incrinato l’intera concezione materialistica della realtà, riaprendo questioni che la modernità riteneva definitivamente escluse dal dominio della conoscenza.

Dentro questo filone convivono autori molto diversi, che non possono essere ridotti a una scuola comune né collocati sullo stesso livello scientifico. Li accomuna tuttavia una domanda: le scienze contemporanee permettono di pensare la coscienza, la vita e la realtà in termini diversi da quelli del materialismo classico?

Al riguardo, quella di Fritjof Capra ha appare una delle formulazioni culturalmente più influenti. Nel best-seller del 1975, The Tao of Physic (con un’edizione aggiornata per il 50.mo anniversario, anche in traduzione italiana) accostò alcuni concetti della fisica contemporanea alle rappresentazioni della realtà presenti nel taoismo, nel buddhismo e nell’induismo. L’interconnessione dei fenomeni, il carattere dinamico della materia e la difficoltà di separare nettamente osservatore e realtà osservata sembravano richiamare intuizioni già presenti nelle tradizioni contemplative orientali.

Il testo non sostiene semplicemente che i mistici avessero formulato in anticipo le equazioni della fisica moderna. Proponeva una corrispondenza tra due forme di conoscenza: quella scientifica, costruita attraverso esperimenti e formalizzazioni matematiche, e quella contemplativa, fondata sull’esperienza diretta. La forza del libro nasceva precisamente da questa costruzione. Due linguaggi lontani potevano apparire come descrizioni differenti di una medesima realtà.

Quell’ipotesi non è rimasta confinata agli anni Settanta. Ha contribuito a stabilire uno schema interpretativo ancora riconoscibile: la fisica classica è stata superata; la realtà descritta dalla nuova fisica è relazionale e controintuitiva; alcune tradizioni spirituali utilizzano immagini analoghe; dunque la scienza contemporanea starebbe avvicinandosi alle loro intuizioni.

Nel lavoro successivo Capra ha modificato sensibilmente il centro della propria ricerca, abbandonando la fisica professionale negli anni Ottanta e rivolgendo progressivamente alle scienze della vita, all’ecologia, all’autopoiesi e al pensiero sistemico. Nel frattempo, intorno allo stesso problema si sono sviluppate posizioni tra loro alquanto differenti.

Roger Penrose ha affrontato il rapporto tra fisica e coscienza partendo dai limiti del calcolo e dall’ipotesi che la comprensione umana non sia interamente riconducibile a procedure algoritmiche. Con Stuart Hameroff ha poi proposto il modello ORCH-OR (ORCHestrated Objective Reduction) secondo cui determinati processi quantistici nei microtubuli neuronali potrebbero partecipare alla produzione della coscienza. È una teoria scientifica controversa, ma formalizzata e formulata in termini suscettibili, almeno in linea di principio, di confronto sperimentale. Non equivale quindi alle interpretazioni spirituali della quantistica, anche se la sua notorietà ha contribuito a mantenere aperta l’idea che il problema della coscienza possa richiedere una revisione delle categorie fisiche e neurobiologiche consuete.

Rupert Sheldrake ha condotto la critica su un altro terreno. Con l’ipotesi della risonanza morfica e con la contestazione dei presunti “dogmi” della scienza moderna, sostiene che il materialismo non sia una conclusione necessaria del metodo scientifico, ma un sistema filosofico consolidatosi storicamente. La coscienza, la memoria e l’organizzazione dei viventi richiederebbero, nella sua prospettiva, modelli non confinati al cervello o alle spiegazioni meccanicistiche. Sheldrake presenta esplicitamente il materialismo come un paradigma in crisi e indica nel panpsichismo e nell’idea di una mente estesa alcune possibili vie alternative.

Con Deepak Chopra questo passaggio assume una forma ancora diversa. Il vocabolario della quantistica viene trasferito nel campo della salute, della trasformazione personale e della spiritualità. Il termine “quantistico” non indica più soltanto una teoria fisica: diventa una chiave generale per interpretare il rapporto tra mente e corpo, intenzione e guarigione, individuo e universo. È soprattutto attraverso questa divulgazione che concetti provenienti dalla fisica sono entrati nel linguaggio ordinario della spiritualità contemporanea, spesso perdendo il loro significato tecnico originario.

Penrose, Capra, Sheldrake e Chopra non dicono la stessa cosa. Penrose formula un’ipotesi fisico-matematica sulla coscienza; Capra costruisce una visione sistemica e una comparazione tra scienza e tradizioni contemplative; Sheldrake propone modelli biologici radicalmente alternativi; Chopra utilizza il lessico scientifico dentro una concezione spirituale e terapeutica. Sarebbe scorretto riunirli sotto un’unica etichetta . Esiste tuttavia un terreno culturale comune sul quale le loro opere, con livelli di rigore molto differenti, sono state lette e diffuse: la convinzione che la crisi del materialismo meccanicistico permetta di oltrepassare i confini entro i quali la modernità aveva collocato la coscienza, la spiritualità e l’esperienza soggettiva.

Il problema nasce quando due affermazioni distinte vengono trattate come se fossero equivalenti. La prima è che il materialismo ottocentesco non sia più sufficiente a interpretare tutti i risultati della scienza contemporanea. La seconda è che una particolare concezione spirituale della realtà sia stata quindi confermata dalla scienza. La prima affermazione non contiene necessariamente la seconda. È su questa distanza che interviene Arthur Zajonc.

Fisico sperimentale e per molti anni professore all’Amherst College, Zajonc ha partecipato alla costruzione di un dialogo tra scienze, filosofia e pratiche contemplative senza considerare queste ultime sostituti della ricerca scientifica. È stato presidente del Mind & Life Institute e ha contribuito agli incontri che hanno riunito il Dalai Lama, fisici, neuroscienziati e filosofi intorno ai problemi della mente, della cosmologia e dell’esperienza contemplativa.

Il suo ultimo libro, Thinking Beyond Materialism: A Contemplative Manifesto, riprende esplicitamente il problema che attraversa questo intero filone. La scienza e la spiritualità, sostiene Zajonc, non sono necessariamente incompatibili. Il vero ostacolo è piuttosto l’identificazione della scienza con il materialismo scientifico, una filosofia che le stesse trasformazioni della fisica del Novecento avrebbero profondamente indebolito.

Il sottotitolo, A Contemplative Manifesto, è significativo. Un manifesto non si limita generalmente a descrivere uno stato del dibattito: indica una posizione e propone un orientamento. Zajonc non scrive per restaurare il materialismo classico, ma neppure per sostituirlo con una metafisica spirituale presentata come nuova certezza scientifica. Il suo tentativo sembra essere quello di rendere possibile una terza posizione.

La fisica contemporanea non dimostra che la realtà sia spirituale. Mostra però che la realtà non coincide necessariamente con l’immagine semplice, localizzata e meccanica che una certa tradizione materialistica ne aveva costruito. Le pratiche contemplative possono quindi partecipare all’indagine sull’esperienza umana, purché non vengano trasformate in scorciatoie attraverso cui attribuire alla scienza conclusioni che essa non ha raggiunto.

Letto dentro questa genealogia, il manifesto di Zajonc sembra rivolgersi proprio all’errore ricorrente che ha accompagnato gran parte del dialogo tra nuova fisica e spiritualità: credere che il venir meno di una certezza produca automaticamente la prova della certezza opposta. Egli non chiude lo spazio aperto dalla crisi del materialismo. Cerca, al contrario, di proteggerlo. Definisce questa condizione “productive existential ambiguity”: un’ambiguità esistenziale produttiva. Non si tratta di un espediente per evitare una risposta, ma del riconoscimento che alcune domande possono essere scientificamente e filosoficamente feconde proprio perché non sono ancora state risolte.

Questa posizione non riguarda soltanto la fisica. Offre una chiave utile anche per comprendere la ricerca psichedelica occidentale, che proviene da una precisa storia della conoscenza. Le sue radici moderne affondano nel progetto illuminista, che ha fatto dell’osservazione sistematica, della verifica empirica e della replicabilità gli strumenti privilegiati dell’indagine. Su questo impianto si sono innestate la medicina sperimentale, la psicologia, l’etnobotanica, le neuroscienze, il neuroimaging e, più recentemente, le applicazioni computazionali. Anche quando affronta esperienze profondamente soggettive, il suo metodo cerca di isolare variabili, misurare effetti, classificare fenomeni e formulare ipotesi verificabili.

Non è l’unico modo possibile di interrogare queste esperienze. Molte culture hanno interpretato gli stati non ordinari di coscienza attraverso rituali, cosmologie e tradizioni religiose che non cercavano una conferma sperimentale, ma una comprensione simbolica, comunitaria e spirituale dell’esperienza. Queste prospettive possono dialogare con la scienza e porle domande che i suoi strumenti non erano stati costruiti per formulare. Il problema nasce quando vengono confuse.

Se una persona descrive la dissoluzione dei confini dell’io, l’esperienza può essere accostata al buddhismo. Se parla di unità con il cosmo, può essere interpretata attraverso l’Advaita Vedānta. Se racconta incontri con entità, possono essere richiamate cosmologie sciamaniche o animistiche.

Questi confronti possono risultare culturalmente fecondi. Possono aiutare a riconoscere ricorrenze, differenze e forme storiche dell’esperienza. Non provano però che fenomeni descritti attraverso linguaggi simili abbiano la stessa natura, né che una determinata cosmologia sia stata confermata dall’esperienza psichedelica. La somiglianza non è ancora identità. L’analogia non è ancora una prova. La crisi di una spiegazione non dimostra automaticamente la validità di quella che desideriamo sostituirle. Ed è qui che entra in gioco l’epistemologia – ovvero lo studio dei criteri attraverso cui costruiamo conoscenza. Non stabilisce direttamente che cosa il mondo sia in sé, ma esamina come distinguiamo un dato dalla sua interpretazione, un’ipotesi da una prova, una possibilità da una conclusione.

La storia che da Capra arriva fino a Zajonc non è dunque soltanto la storia del rapporto tra fisica e spiritualità. È la storia di un problema epistemologico ancora irrisolto. Da una parte esiste il desiderio di ricomporre ciò che la modernità ha separato: materia e coscienza, scienza e spiritualità, osservatore e mondo. Dall’altra esiste la necessità di non trasformare questa ricomposizione desiderata in un risultato già acquisito.

Il successo delle sintesi più immediate è comprensibile. Offrono una visione coerente là dove la scienza lascia problemi aperti. Restituiscono significato a un universo che il materialismo aveva descritto come impersonale. Permettono di leggere esperienze contemplative e psichedeliche come accessi a una realtà più profonda.

Il manifesto di Zajonc propone un compito meno rassicurante: prendere sul serio la crisi del materialismo senza utilizzare la scienza come certificato di validità per una nuova metafisica. Non eliminare l’ambiguità, dunque, ma renderla produttiva.

Forse è proprio questo il compito più difficile della ricerca: riconoscere quando le categorie precedenti non bastano più senza affrettarsi a proclamare che una nuova visione del mondo sia stata dimostrata. Perché è spesso in quello spazio, dopo la caduta di una certezza e prima della costruzione della successiva, che la conoscenza continua a crescere.

Bibliografia essenziale

  • Capra, F. (1975). The Tao of Physics, (italiano: Il Tao della fisica. Adelphi, Aboca)
  • Capra, F., Luisi, P. L. (2014). The Systems View of Life: A Unifying Vision, (italiano: Vita e natura. Una visione sistemica. Aboca)
  • Chopra, D. (1989). Quantum Healing: Exploring the Frontiers of Mind/Body Medicine. Bantam.
  • Hameroff, S., Penrose, R. (2014). “Consciousness in the Universe: A Review of the ‘Orch OR’ Theory”. Physics of Life Reviews, 11(1), 39–78.
  • Penrose, R. (1994). Shadows of the Mind. Oxford University Press.
  • Sheldrake, R. (2012). The Science Delusion. Coronet
  • Zajonc, A. (2026). Thinking Beyond Materialism: A Contemplative Manifesto. SUNY Press.

 

– Aldo Bergese (collaboratore esterno)

Disclaimer:
Questo articolo ricostruisce un filone culturale e scientifico composto da posizioni profondamente differenti. L’accostamento tra gli autori citati non implica equivalenza tra il valore epistemologico delle loro teorie. Le ipotesi scientifiche formalizzate, le interpretazioni filosofiche, le analogie culturali e le proposte spirituali appartengono a livelli distinti e devono essere valutate secondo criteri differenti.
Sono stati usati strumenti di intelligenza artificiale generativa sotto supervisione umana.

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