Sul sito di Fuoriluogo, il Prof. Paolo Nencini (già direttore del master in «Le tossicodipendenze in prospettiva multidisciplinare» di Unitelma Sapienza) propone un intervento che merita di essere letto con attenzione e, insieme, con una certa dose di resistenza. Attenzione perché è raro, nel panorama italiano, trovare una riflessione sulla terapia psichedelica che parta dal filosofo tedesco Walter Benjamin (1822-1940) anziché dall’ennesimo trial clinico. E resistenza perché la metafora dell’aura, convocata per difendere l’esperienza soggettiva contro il riduzionismo neurochimico, rischia di essere riassorbita proprio in quel frame che vorrebbe criticare.
Nencini commenta un recente studio pubblicato sull’ International Journal of Drug Policy che utilizza il noto saggio benjaminiano sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica per tematizzare ciò che si perde quando le esperienze psichedeliche transitano dai contesti tradizionali ai protocolli clinici standardizzati. L’aura — quella trama irripetibile di spazio e tempo che rende autentica ogni opera — viene così applicata all’esperienza psichedelica: ridurla a un meccanismo neurochimico replicabile significa fare della Monna Lisa una fotografia. La metafora è affascinante. Il problema è che si ferma a metà strada. In altri termini: equiparare l’esperienza psichedelica a un’opera d’arte significa difendere l’unicità di ogni singolo “viaggio” interiore, che non può essere racchiuso o spiegato del tutto dalle sole reazioni chimiche cerebrali.
Benjamin, infatti, non riflette soltanto sull’opera d’arte. Parla della liquidazione dell’aura come processo storico prodotto dalla tecnica moderna al servizio di determinate relazioni di produzione. La riproducibilità non è una scelta metodologica discutibile, bensì la logica del capitalismo applicata alla cultura. Replicare questo schema alla psichedelia significa non limitarsi a dire che “l’esperienza soggettiva conta anche clinicamente” — argomentazione ancora interno all’orizzonte della medicina basata sull’evidenza — ma riconoscere che il tentativo di standardizzare, brevettare e rimborsare l’esperienza psichedelica è precisamente la sua riproducibilità meccanica. Non un errore di metodo, quanto piuttosto la struttura stessa del processo. L’industria farmaceutica di nuovo tipo oggi emergente non sta sbagliando approccio per distrazione; ha bisogno di eliminare l’imprevedibilità del “viaggio” per poter trasformare la psichedelia in un prodotto standardizzato, scalabile e monetizzabile.
Un contesto questo che innesca riflessioni ulteriori. Intanto va allargato il quadro verso i temi dell’accesso, dei costi, della libertà cognitiva e della necessità di rallentare per verificare effettivamente i protocolli. Non è solo l’aura del processo esperienziale a dover essere salvaguardata, ma l’approccio complessivo: le riforme legislative, la soggettività del paziente, il coinvolgimento degli attori sociali. Ciò che manca, tuttavia, è una tematizzazione del nodo epistemologico di fondo: non è chiaro come l’aura sia salvaguardabile all’interno di un sistema che, strutturalmente, nasce per liquidarla. Viene da chiedersi: come si può proteggere la sacralità e l’unicità dell’esperienza all’interno di un modello sanitario e commerciale che per sua stessa natura deve quantificare e monetizzare ogni cosa (com’evidente oggi soprattutto in USA)?
Una possibile soluzione al dilemma potrebbero essere gli psicoplastogeni: se una molecola producesse gli stessi effetti terapeutici senza indurre stati non ordinari di coscienza, la psichedelia tornerebbe libera perché non più necessaria alla medicina. È un argomento elegante, forse troppo. Va comunque ammesso che la separazione tra effetto terapeutico ed esperienza soggettiva non è ancora un’ipotesi comprovata. Gli studi di Roland Griffiths, ad esempio, indicano anzi la direzione opposta: i benefici terapeutici più duraturi si correlano proprio alla profondità dell’esperienza mistica vissuta durante il trattamento. Se questa correlazione regge, eliminare l’esperienza non risolve il problema dell’aura. Lo sopprime.
Qui c’è tuttavia un’intuizione che vale la pena di capovolgere. Se gli psicoplastogeni funzionassero, la psichedelia verrebbe liberata dalla “corporate-delia”, restituendola al suo spazio ontologico. Forse. Uno psicoplastogeno efficace non verrebbe venduto come “terapia psichedelica”, bensì in quanto antidepressivo di nuova generazione. A quel punto la psichedelia in quanto tale, dismessa dal suo ruolo clinico, potrebbe riabbracciare l’origine socio-culturale da cui proviene.
Questa volta però lo farebbe con un merito storico difficilmente contestabile: aver forzato la ricerca scientifica verso innovazioni impossibili da produrre per i paradigmi precedenti. Non quel (presunto) cavallo di Troia immaginato da quanti, negli anni passati, spingevano l’aspetto clinico per sfatare lo stigma e riaprire spazi culturali. Piuttosto un purosangue che non aveva bisogno di essere guidato e che, proprio per questo, una volta uscito fuori, si sarebbe riappropriato di tutta la propria libertà. In altre parole: non siamo noi ad aver usato la medicina per sdoganare la psichedelia, ma è la medicina che, creando una “pillola” priva della componente esperenziale finisce per sbalzare la psichedelia al di fuori dai propri confini (artificiali), restituendole la sua carica originaria, per molti versi eversiva e interculturale.
Resta aperta una domanda di fondo, pur se implicitamente: cosa succederebbe se smettessimo di chiedere alla psichedelia di giustificarsi attraverso la terapia? La riflessione di Benjamin non deriva certo da un trial clinico: cerca di capire il funzionamento della percezione, il modo in cui emerge l’aura e in cui il soggetto si rapporta al mondo. La legittimità di quella ricerca non dipendeva risultati clinici, bensì dalla dignità dell’interrogazione. Ciò significa rivendicare il valore dell’esplorazione della coscienza in sé, come atto filosofico e conoscitivo, senza l’obbligo di dover dimostrare una qualche utilità medica o una guarigione per essere considerata legittima.
È vacuo (provare a) standardizzare l’aura. Ma nemmeno la si difende restando all’interno delle categorie prodotte dalla standardizzazione.
