È universalmente noto che l’arte, nelle sue varie forme e modalità, può generare uno stato di estasi o di crisi. Anche chi è perfettamente sano, in un momento di particolare vulnerabilità può lasciarsi sopraffare dall’incontenibile bellezza dell’arte perdendo temporaneamente contatto con la realtà. Se quindi l’arte può porsi come stato alterato di coscienza, occorre chiederci: Cosa accomuna Firenze, Parigi e Gerusalemme? Molto più di quanto si pensi. Ogni anno, centinaia di turisti senza alcuna storia di disturbi psichiatrici arrivano nei Pronto Soccorso locali in preda a improvvisi scompensi: stati confusionali, allucinazioni, crisi d’ansia, episodi ossessivi.
Sono manifestazioni acute che possono emergere in persone normali, spesso colte e sensibili, travolte dall’intensità artistica, culturale o spirituale del luogo visitato. Questi fenomeni, pur essendo documentati in tutto il mondo, sono così ricorrenti in queste tre città da essersi meritati un nome proprio: la sindrome di Parigi (innescata dall’impatto culturale), la sindrome di Gerusalemme (connessa allo shock religioso) e la sindrome di Firenze (scatenata dalla suggestione estetica). Quest’ultima è meglio nota come sindrome di Stendhal, dal nome dello scrittore che descrisse il proprio malessere durante la sua prima visita nel capoluogo toscano: «Ero giunto a uno stato di emozione in cui si toccano i cieli dell’anima».
Quando la bellezza diventa troppo intensa
La sindrome di Stendhal è stata formalmente descritta nel 1977 dalla psichiatra fiorentina Graziella Magherini, individuando e analizzando scientificamente 106 casi presso l’ospedale di Santa Maria Nuova. Le vittime erano turisti prevalentemente uomini tra i 25 e i 40 anni, di buon livello culturale, che avevano viaggiato da soli. Alla base del disturbo c’è un rilascio anomalo di alcuni neurotrasmettitori, dovuto all’iperstimolazione delle regioni cerebrali coinvolte nella risposta emotiva. Di fronte a un capolavoro, queste aree cerebrali si attivano in modo eccessivo: il risultato è un vero e proprio “tsunami” neurochimico. Pertanto, un eccesso di dopamina può generare euforia, ma anche psicosi o allucinazioni. Un picco di cortisolo può indurre dissociazione, derealizzazione o depersonalizzazione. Un aumento di noradrenalina può scatenare tachicardia, tremori o attacchi di panico. A questo si aggiunge lo sradicamento: il turista è lontano dalle sue abitudini, dalle sue sicurezze quotidiane. La mente, privata dei consueti punti di riferimento, diventa più vulnerabile alla potenza dell’arte. Non sorprende quindi che il personale del Santa Maria Nuova sia ormai abituato a soccorrere visitatori colti da malesseri improvvisi dopo aver ammirato il David, gli Uffizi o altre opere iconiche della città.

Perché il cervello “cede” davanti all’arte
Le manifestazioni della sindrome di Stendhal sono difficili da incasellare nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,(Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), perché variano molto da persona a persona. Nei casi classici, le manifestazioni esplodono di fronte a opere di straordinario realismo. Qui entra in gioco il meccanismo dell’identificazione riflessiva (embodied simulation). Quando siamo al cospetto di opere d’arte vividamente realiste, specialmente se sono localizzate in spazi limitati, i neuroni specchio attivano una sorta di immedesimazione emotiva in cui l’osservatore vive l’esperienza dipinta o scolpita come era nelle intenzioni dell’artista. È lo stesso fenomeno che ci fa trattenere il respiro davanti a una scena cinematografica. In soggetti sensibili, questa risonanza può diventare travolgente. E l’arte contemporanea? Sorprendentemente, anche le opere moderne e astratte possono scatenare la sindrome. In questi casi entra in gioco “The Beholder’s Share” (il contributo dell’osservatore). Quando un’opera appare incompleta, ambigua o soggetta ad interpretazione, il cervello si sentirà coinvolto attivamente nel completare, risolvere e riempire di senso ciò che sta osservando. È un processo creativo condiviso: l’artista propone, il fruitore ricostruisce. Più l’opera è aperta all’interpretazione, più l’osservatore vi riversa se stesso, investendo emotivamente.
L’arte come stato alterato di coscienza
Sia l’arte classica, con il suo realismo, che l’arte contemporanea, con la sua ambiguità, possono entrambe generare lo stesso stato di estasi o di crisi descritto da Stendhal. Oggi molti esperti sottolineano che la salute mentale non è uno stato fisso, ma un equilibrio dinamico e temporaneo. Una persona può essere perfettamente sana per gran parte della vita e, in un momento di particolare vulnerabilità, lasciarsi sopraffare dall’incontenibile bellezza dell’arte. Perché è proprio questo il paradosso affascinante: l’arte che ci commuove più profondamente è anche quella che, in rari casi, può farci perdere temporaneamente il contatto con la realtà. Un tributo estremo alla sua potenza. In fondo, non esiste prova più forte del potere dell’arte: capace non solo di elevarci, ma talvolta di travolgerci.
–Gabriele Gugliotta (collaboratore esterno): operatore sanitario, ex neurohacker, co-gestore di un progetto social focalizzato su sociologia e psicologia evoluzionista.
