Ci sono libri che introducono un concetto destinato a cambiare il modo di pensare un’intera disciplina. E poi ci sono libri che, dopo aver dato origine a quel concetto, vengono quasi dimenticati, mentre la parola che hanno creato continua a vivere di vita propria, spesso assumendo significati molto lontani da quelli originari. Macchine ed esseri viventi, firmato dal biologo-filosofo Humberto Maturana (1928-2021) e dal neuroscienziato Francisco Varela (1946-2001), entrambi cileni, appartiene a questa seconda categoria.
Recentemente ristampato nella versione italiana da Astrolabio Ubaldini, si tratta del testo del 1972 nel quale compare per la prima volta il concetto di autopoiesi (la capacità di un sistema vivente di produrre e mantenere continuamente la propria organizzazione). Ne abbiamo già parlato in un articolo precedente sulla psicologia dei sistemi e la matematica della coscienza, collocando tale teoria all’inizio di una linea teorica che comprende nomi quali Charles Tart, Francisco Varela, Evan Thompson, Karl Friston e Robin Carhart-Harris. Una disamina più articolata si trova nel successivo Autopoiesis and Cognition (1980), che offre una base biologica e formale per pensare la mente come qualcosa che si auto-organizza piuttosto che come semplice ricettore di stimoli esterni. Macchine ed esseri viventi ne rappresenta invece la formulazione originaria: più breve, più essenziale e, per certi aspetti, ancora più radicale.
Oggi il termine circola con sorprendente disinvoltura: compare nella sociologia, nel management, nelle teorie delle organizzazioni, nella psicologia e persino nel linguaggio della crescita personale, dove non è raro imbattersi nell’idea di individui o comunità che “si autoguariscono” o “si auto-organizzano”. Tornare al testo originario permette di verificare quanto queste estensioni siano, almeno in parte, delle reinterpretazioni successive.
L’obiettivo degli autori è tanto semplice quanto radicale: individuare una definizione rigorosa di ciò che distingue un essere vivente da una macchina costruita dall’uomo. La risposta non viene cercata nella composizione chimica né nella complessità del sistema, ma nella sua organizzazione.
Un sistema vivente è definito come una rete di processi che produce continuamente i componenti che, attraverso le loro interazioni, rigenerano la rete stessa e ne delimitano i confini come unità distinta dall’ambiente. È questa capacità di produrre e mantenere continuamente la propria organizzazione che viene definita autopoiesi.
Il vivente, dunque, non coincide con una particolare materia, ma con un modo specifico di organizzare la materia. Le molecole possono essere continuamente sostituite, le strutture possono modificarsi, ma l’organizzazione permane. L’identità biologica non consiste nell’immobilità, bensì nella continuità del processo che rende possibile il cambiamento. È un’idea apparentemente semplice, ma dalle conseguenze profonde. L’identità non è una sostanza: è un’attività.
Il libro colpisce anche per il rigore con cui gli autori evitano ogni deriva metaforica. L’autopoiesi non viene proposta come una filosofia generale della vita né come un principio universale applicabile indistintamente a qualsiasi sistema complesso. È una definizione biologica estremamente precisa, formulata per descrivere l’organizzazione degli organismi viventi. Proprio questo rigore rende il testo interessante anche per chi si occupa di stati non ordinari di coscienza.
Non perché Maturana e Varela parlino di psichedelia — non lo fanno mai — bensì perché il loro modo di definire l’identità biologica apre interrogativi che diventano particolarmente interessanti quando il senso del sé cambia. Se il sé biologico è un processo di continua auto-produzione e non un’entità immutabile, allora le esperienze di temporanea attenuazione dei confini tra sé e ambiente, frequentemente descritte durante stati meditativi profondi o esperienze psichedeliche ad alte dosi, possono essere lette in modo diverso. Non come una sospensione dell’autopoiesi — che continua normalmente a livello biologico — ma come una modificazione della rappresentazione fenomenologica del sé. Cambia l’esperienza soggettiva dell’identità, non l’organizzazione che mantiene vivo l’organismo.
Un altro aspetto del libro conserva oggi una sorprendente attualità. Per Maturana e Varela l’organismo non riceve informazioni dal mondo come una macchina fotografica registra un’immagine. L’ambiente produce perturbazioni; il sistema risponde secondo la propria organizzazione interna. Ciò che emerge dall’interazione non è una copia fedele della realtà, ma un dominio di significati costruito attraverso il continuo accoppiamento strutturale tra organismo e ambiente.
Pur sviluppandosi lungo strade teoriche molto diverse, questa intuizione anticipa alcune domande che ritroveremo decenni dopo nelle neuroscienze contemporanee, dal principio dell’energia libera di Karl Friston fino ai moderni modelli inferenziali della percezione. La percezione non appare come una fotografia del mondo, ma come il risultato di un’attività continua dell’organismo.
Esiste però anche un’importante avvertenza critica.
Una parte considerevole della fortuna dell’autopoiesi deriva da applicazioni che gli stessi autori avrebbero probabilmente guardato con prudenza. Niklas Luhmann ne farà il fondamento della propria teoria dei sistemi sociali; altri parleranno di organizzazioni, comunità o gruppi autopoietici. Sono sviluppi teoricamente interessanti, ma rappresentano estensioni del concetto, non applicazioni dirette della definizione originaria.
Gli stessi autori hanno sempre messo in aguardia sull’uso dell’autopoiesi al di fuori del dominio biologico. Dimenticare questa distinzione significa trasformare un concetto scientifico rigoroso in una metafora generica di auto-organizzazione.
Ecco questo piccolo volume del 1972 mantiene ancora oggi un valore particolare. Senza la presunzione di voler offrire risposte definitive sulla mente o sulla coscienza, costringe a distinguere con precisione tra organizzazione, struttura, identità e cambiamento.
È una distinzione che attraversa oggi discipline molto diverse — dalla biologia teorica alle neuroscienze computazionali, dalla psiconeuroendocrinoimmunologia agli studi sugli stati non ordinari di coscienza — ricordando quanto sia facile abusare di un concetto quando se ne dimentica il significato originario.
Prima di diventare una parola di moda, l’autopoiesi è stata soprattutto un tentativo rigoroso di rispondere a una domanda fondamentale: cos’è che rende vivo un sistema?
Bibliografia minima
- Maturana H., Varela F., Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e l’organizzazione biologica, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1992-2026.
- Maturana H., Varela F., Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living, D. Reidel, Dordrecht, 1980.
- Maturana H., Varela F., The Tree of Knowledge, Shambhala, Boston, 1987.
- Varela F., Thompson E., Rosch E., The Embodied Mind. Cognitive Science and Human Experience, MIT Press, Cambridge (MA), 1991.
- Thompson E., Mind in Life. Biology, Phenomenology, and the Sciences of Mind, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2007.
- Luhmann N., Soziale Systeme. Grundriß einer allgemeinen Theorie, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1984.

