Va detto subito come, inevitabilmente, la lettura del primo libro (Nero Editore, 2026) rimandi al secondo (Nautilus, 2020). Non per stabilire una gerarchia, ma perché i due testi insistono sullo stesso oggetto da prospettive incompatibili e, proprio per questo, complementari. Da qui l’idea di una doppia recensione: un parallelo sulla K, in cui le traiettorie non si incrociano mai davvero, ma si illuminano a distanza.
Nel tracciato di Carlo Mazza Galanti emerge subito uno spostamento di piano: la ketamina non viene spiegata, ma “messa al lavoro come operatore formale”. In termini più precisi: non è trattata come oggetto tematico, ma come principio che organizza la forma del testo. La sostanza diventa una funzione che interviene sulla struttura narrativa: modifica la sequenza temporale (anticipazioni, ritorni, sovrapposizioni), altera la continuità tra i capitoli (parentesi, inserti, richiami interni), consente salti di scala tra livelli eterogenei (corpo, mente, cosmologia, tecnologia). È “operatore” perché produce trasformazioni; è “formale” perché queste trasformazioni riguardano il modo in cui il testo è costruito, non solo ciò che racconta. In questo senso la dose non è soltanto quantità, ma soglia: punto in cui cambiano le regole di coerenza del racconto. La ketamina, quindi, agisce come dispositivo che ridefinisce le condizioni di leggibilità, più che come contenuto da chiarire.
Questo approccio è coerente con il profilo dell’autore: Carlo Mazza Galanti si muove tra critica culturale e narrativa, con un’attenzione marcata alle forme dell’esperienza contemporanea e ai loro dispositivi mediali. Il rapporto con il tema delle sostanze non è quello del divulgatore né del clinico, ma dell’osservatore delle pratiche e degli immaginari: le sostanze entrano come strumenti per interrogare percezione, linguaggio e costruzione del senso.

Nel tracciato di Gianluca Toro la direzione è opposta. La sostanza viene resa leggibile attraverso una progressione ordinata: meccanismi d’azione (con particolare attenzione all’antagonismo NMDA), impieghi clinici (anestesia, depressione resistente), usi non medici e relative criticità, fino alle questioni di policy e riduzione del rischio. Il testo distingue con cura tra evidenze e interpretazioni, circoscrive i limiti dei dati disponibili e restituisce un lessico operativo. Anche quando entra nel vissuto, lo fa per tipizzare: fenomenologia dell’esperienza, variabilità interindividuale, ruolo del contesto.
D’altronde il profilo stesso dell’autore chiarisce questa impostazione: il suo lavoro si colloca nella divulgazione informata e nella riduzione del rischio, con un’attenzione sistematica alla letteratura scientifica e alle pratiche reali di consumo. Il rapporto con le sostanze è trattato come oggetto di conoscenza applicata: capire per poter valutare, orientare, intervenire.

Sul piano epistemologico, K-hole contamina deliberatamente i livelli — dato, ipotesi, narrazione — mentre Ketamina li mantiene separati e gerarchizzati. Sul piano pragmatico, il primo costruisce condizioni di esperienza; il secondo costruisce criteri di valutazione. Anche la questione del controllo viene trattata in modo divergente: in Mazza Galanti è intrinseca alla forma (quali passaggi il testo consente o impedisce al lettore, quando e con quali segnali), in Toro è normativa e operativa (dosaggi, setting, linee di condotta).
Tra le righe emerge anche un diverso uso del quadro interpretativo che orienta la lettura. In Mazza Galanti il quadro è implicito e mobile: non viene dichiarato, ma prodotto dal montaggio stesso, e può cambiare mentre il testo procede. In Toro il quadro è esplicito e stabilizzante: definisce categorie, separa ambiti, indica come attribuire significato ai dati e alle esperienze. Questa differenza lascia intravedere il doverso obiettivo intrinseco dei due autori: da un lato mostrare come i sistemi di riferimento si costruiscono, si piegano e talvolta collassano quando l’esperienza eccede le griglie che la dovrebbero contenere; dall’altro fornire un sistema di riferimento condivisibile, utile per orientarsi e valutare.
Letti in parallelo, i due libri operano su piani diversi dello stesso terreno. Uno destabilizza le coordinate di lettura; l’altro le fornisce. Non si tratta di una sintesi, ma di una doppia esposizione alla ketamina come intersezione tra pratica, linguaggio e aspettativa.
N.B.: I libri di cui sopra possono essere ordinati direttamente tramite MindMedia. Non si tratta di una promozione, bensì una forma di reciprocità. Se il nostro lavoro vi è utile, questo è uno dei modi per sostenerlo e permetterne la continuità.

Pregevole confronto di prospettive che vanno approfondite nello specifico leggendo i testi che confermo di voler ricevere. Ho scritto un breve contributo al riguardo, che compare nel libro curato da Tania Re, “Terapie stupefacenti”, a seguito di esplorazioni nel contesto formativo promosso da Claudio Naranjo ma non posso dimenticare l’esito negativo che un uso autogestito e ripetuto ha avuto su un collega spagnolo di notevole spessore umano e clinico. Anche il fatto che Elon Musk abbia ammesso di farne uso, come espressione di un trend attualmente diffuso nel contesto nordamericano produttivo, giustifica un diveroso approfondimento sugli esiti che l’uso (e potenziale abuso) di questa sostanza possa avere sugli assetti decisionali di figure di rilievo nello scenario geopolitico contemporaneo.
vero, ma ora in USA l’abuso riguarda soprattutto la gente che ordina da casa la K in pastiglie, tramite semplici domande-risposte sui tanti siti web di telehealth e a prezzi modici (da $120 in su), approfittando dell’opzione legale off-label — inclusi purtroppo casi di overdose fatale: https://healthexec.com/topics/patient-care/telehealth/telehealth-ketamine-service-sued-after-patient-dies-overdose