Mimosa hostilis, Jurema e DMT

Mimosa hostilis, spesso indicata con il nome indigeno complessivo di Jurema, è rinomata per le sue proprietà psicoattive, in particolare per la presunta concentrazione di DMT (dimetiltriptamina), e viene utilizzata per preparare una bevanda simile all’ayahuasca e per altri usi tradizionali ed ecologici.

Per molto tempo la corteccia del fusto di Mimosa hostilis è stata considerata una parte poco utile per l’estrazione del DMT a causa della bassa concentrazione di alcaloidi, attestata intorno a 0.3% del peso secco [1]. Ma uno studio recente sembra ribaltare questa situazione.

Un primo studio del 2020 aveva riportato concentrazioni di DMT simili tra corteccia di radice e di fusto di M. hostilis, rispettivamente 0.135–0.935% e 0.126–0.72% [2], mettendo in dubbio i dati precedenti. Quindi nel 2025 un gruppo di ricerca brasiliano è riuscito a tirare fuori circa il 3,45% di DMT dalla corteccia di fusto [3]. La concentrazione massima dei campioni a base di radice ha comunque raggiunto il 3%, un valore a dir poco notevole. È sempre più ridicola la storia della Mimosa ophthalmocentra come specie vivente più ricca in DMT col suo misero 1,6% del peso secco.

METODI PROFESSIONALI

Per l’estrazione i ricercatori hanno utilizzato metodologie avanzate ed accortezze estranee alla comune pratica psiconautica diffusa negli ambienti underground. I campioni di M. hostilis sono stati prima lavati con acqua distillata rimuovendo sali minerali, metalli, zuccheri, polveri ed eventuali contaminanti superficiali. I metalli, in particolare, possono catalizzare ossidazioni ed interferire con pH e solventi. Quindi sono stati essiccati a temperatura controllata sui 50 °C fino alla completa disidratazione, così da disattivare enzimi degradativi e mantenere la molecola intatta evitando ossidazioni lente. L’acqua nella matrice cellulare ostacola inoltre i solventi organici, può trattenere alcaloidi in forma protonata o favorire reazioni indesiderate.

Sono stati impiegati anche gli ultrasuoni per rompere le matrice cellulare e favorire l’estrazione. Questa tecnica è particolarmente efficace su materiali fibrosi e lignificati come la corteccia del fusto, dove il solvente penetra meno facilmente e gli alcaloidi possono restare intrappolati nelle cellule.

Infine materiali sono stati polverizzati finemente con un mulino a coltello e quindi setacciati lasciando solo le particelle inferiori a 100 micron. In questo modo si espone più superficie di corteccia a contatto del solvente e si favorisce il rilascio degli alcaloidi dalla matrice cellulare quasi completamente disgregata. In più il setacciamento seleziona indirettamente la parte più densa e meno fibrosa, come la corteccia interna, concentrando gli alcaloidi nella frazione prima ancora di iniziare ad estrarre.

POSSIBILE SPIEGAZIONE

Questi risultati non dimostrano necessariamente una maggiore concentrazione intrinseca di DMT nella corteccia del fusto di Mimosa hostilis, ma suggeriscono piuttosto che questa matrice sia più difficile da estrarre con metodi convenzionali.

Le particolari accortezze professionali e i metodi avanzati da laboratorio potrebbero aver giovato particolarmente nel caso del fusto, che è più lignificato, fibroso e ricco in tannini ed altri composti di scarto rispetto alla corteccia di radice.

FONTI

[1] Pilar Nicasio, María Del, et al. “Variation in the accumulation levels of N, N-dimethyltryptamine in micro-propagated trees and in in vitro cultures of Mimosa tenuiflora.” Natural Product Research 19.1 (2005): 61-67.
[2] Chambers, Megan I., et al. “Detection and quantification of psychoactive N, N-dimethyltryptamine in ayahuasca brews by ambient ionization high-resolution mass spectrometry.” ACS omega 5.44 (2020): 28547-28554.
[3] de Oliveira, Lucas Cordeiro, et al. “Extraction and Characterization of N, N-Dimethyltryptamine from Mimosa tenuiflora: A Multivariate Approach.” ACS omega 10.38 (2025): 44475-44488.

Mimosa hostilis

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ETNOGRAFIA

Il genere Mimosa comprende circa 600 specie diverse originarie delle Americhe, Africa orientale, Subcontinente indiano ed Indocina. M. teniflora cresce principalmente nella caatinga, la principale foresta semiarida a nord del Brasile, e nella regione della Chiapas e Oaxaca in Messico meridionale ma si può trovare anche a El Salvador, Honduras, Panama, Colombia e Venezuela.

È una pianta pioneria: prolifera facilmente dopo incendi o altri eventi che alterano l’equilibrio ecologico e, perdendo continuamente il fogliame, favorisce la formazione di pacciame e humus. Inoltre può fissare l’idrogeno redendo disponibile per le altre specie vicine [1].

La Mimosa hostilis ed altre specie dello stesso genere vengono impiegate a scopo rituale dalle tribù indigene del Nordest del Brasile da prima dalle conquista Portoghese. Un infuso a base di corteccia di fusto e fogliame viene indicato localmente come antinfiammatorio e rimedio per il mal di denti [2]. Le vengono inoltre riconosciute proprietà miracolose su fatica, infezioni e debolezza della muscolatura uterina.

Il nome locale “Jurema” è un termine polissemico che identifica almeno 19 diverse specie diverse (Acacia piahuiensis, A. riparia, A. bahiansis, Mimosa tenuiflora, M. acutistipula, M. arenosa, M. ophtalmocentra, M. verrucosa, M. adenophylla, Piptadenia stipulacea, P. moniliformis, Pithecolobium diversifolium, Lippia chamissonis, Vitex agnus-castus, Parapiptadenia sp.), una foresta sacra, uno spazio rituale ed altri aspetti relativi a questa cultura [3].

I Truka e i Kambiwa ne fanno una bevanda nota come “vinho de Jurema”; tra i Pankararu è chiamata “ajucá”, tra gli Atikum “anjuca”. Gli Xucuro di Ororuba a Pernambuco ci infondono un idromele tradizionale fatto con il miele delle api selvatiche, veuêka, oggi sostituito dai più moderni distillati a base di canna da zucchero [4].

La ricetta della bevanda varia in basse alla tribù specifica ma si parte sempre dalla corteccia del fusto o della radice della pianta. Tra i nativi Kariri-Xoko ad esempio la corteccia viene estratta manualmente dalle mimose selvatiche della foresta ad opera esclusiva dei saggi anziani che avevano praticato l’astinenza sessuale, quindi viene decotta a lungo in degli appositi recipienti di argilla fino a diventare densa e scura. Altre tribù fanno fermentare la radice fresca, quindi la massa umida viene spremuta a poco a poco in una ciotola d’acqua che prende una tonalità rossastra e forma una schiuma dorata nello strato superficiale. Questa viene rimossa prima del consumo della bevanda.

Nelle varie ricette viene spesso mischiata con le radici di Brunfelsia e Cyperus oltre diverse spezie (cola, noce moscata, cannella, zenzero e chiodi di garofano). Un altro aspetto in comune tra le varie etnie è la compresenza di tabacco e candele nei rituali. Al giorno d’oggi vengono praticati durante il festival chiamato Toré in cui si pregano le divinità e gli antenati intonando i canti tradizionali. Viene consumata a scopo medicinale anche come stimolatore di metabolismo ed appetito.

Diversamente da quanto riportano la maggior parte delle fonti italiane (escludendo G. Samorini che invece ha fatto un analisi molto approfondita sull’argomento) non ci sono dati archeologici su un eventuale utilizzo di M. tenuiflora pre-ispanico. Non è neanche chiaro se lo stesso nome comune tepezcohuite derivi davvero dal náhuat “albero della pelle”.

L’unica menzione storica del suo impiego medicinale consiste in un esemplare depositato nell’Erbario Nazionale Messicano con un’etichetta recante la scritta “la corteccia in polvere asciuga le ferite”, probabile riferimento alle sue proprietà cicatrizzanti. In base alle informazioni raccolte in Messico dalla biologa Camargo-Ricalde pare che le sue proprietà terapeutiche siano state promosse in tempi relativamente recenti dai gruppi mestizo che l’avrebbero poi diffusa in tutto il mondo [5].

E’ un popolare ingrediente per unguenti e prodotti topici in quanto favorisce la guarigione da ferite, ustioni e bruciature, sono comuni anche cosmetici e creme per ripristinare la salute epidermica e le difese cutuanee. E’ stata usata dalla Croce Rossa Messicana in seguito all’esposione delle scorte di gas in una fabbrica vicino Città del Messico nel 1980 dato che non c’erano abbastanza risorse per offrire a tutte le vittime il trattamento convenzionale.
Dopo la colonizzazione si è diffusa tra gli Afro-brasiliani di cui però sappiamo ben poco dato il carattere misterico ed estremamente riservato dei loro culti. La preparano cuocendola insieme ad altre piante e facendola macerare con il cachaça, un distillato alcolico locale a base di canna da zucchero, o il vino rosso in dei contenitori scuri di argilla o vetro [3]. Ne conoscono anche le proprietà medicinali utili nei casi di infezione o patologie infiammatorie.

In gran parte del Sud America M. tenuiflora si usa come carbone di alta qualità, per costruire recinti vegetali, segnaletiche e staccionate per animali. I tannini contenuti in questa pianta sono inoltre ampiamente ricercati nell’industria tessile e in pelletteria come coloranti.

Viene consumata a scopo medicinale ancora oggi nella medicina popolare Messicana come rimedio per l’ulcera gastrica e stimolatore delle muscolatura uterina e del metabolismo.

FONTI

[1] Bakke, Ivonete Alves, et al. “Forage yield and quality of a dense thorny and thornless” jurema-preta” stand.” Pesquisa Agropecuária Brasileira 42 (2007): 341-347.

[2] De Albuquerque, Ulysses Paulino. “Re-examining hypotheses concerning the use and knowledge of medicinal plants: a study in the Caatinga vegetation of NE Brazil.” Journal of ethnobiology and ethnomedicine 2.1 (2006): 30.

[3] Souza, Rafael Sampaio Octaviano de, et al. “Jurema-Preta (Mimosa tenuiflora [Willd.] Poir.): a review of its traditional use, phytochemistry and pharmacology.” Brazilian Archives of Biology and Technology 51 (2008): 937-947.

[4] Kasparek, Max, A. Gröger, and U. Schipmann. “Directory for medicinal plant conservation.” IUCN/SSC Medicinal Plants Specialist Group (1996).

[5] Camargo-Ricalde, Sara Lucía. “Descripción, distribución, anatomía, composición química y usos de Mimosa tenuiflora (Fabaceae-Mimosoideae) en México.” Revista de Biología tropical 48.4 (2000): 939-954.

–Giuseppe Cazzetta

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