Patterns of Psychedelic Use in Italy: Insights from the Global Psychedelic Survey è uno studio pubblicato il 1.o settembre scorso che punta ad analizzare i dati del sottogruppo italiano nel sondaggio online del Global Psychedelic Survey 2025, al fine di descriverne le modalità d’uso, le motivazioni, le esperienze soggettive e i correlati di salute. Gli autori hanno svolto un’indagine trasversale condotta via web estrapolando le risposte degli adulti residenti nel nostro Paese con esperienza pregressa nell’uso di sostanze psichedeliche. Ne risulta una quantità di informazioni che finora in Italia mancavano relativamente a 731 rispondenti, riguardo a sostanze utilizzate, frequenze, motivazioni, microdosing, esperienze intense, difficoltà persistenti, rapporto con altre sostanze e comunicazione con i professionisti sanitari.
Si tratta di un lavoro originale che, fatto importante, pone cautela nel definire ciò che ha osservato e nel riconoscere i propri limiti. Alcune difficoltà cominciano quando si passa all’interpretazione e al commento di un’indagine complessa di questo tipo; altre compaiono quando le percentuali escono dal paper e vengono trasformate in sintesi, titoli o affermazioni generali. Altre ancora riguardano alcune scelte con cui è stato costruito il questionario e che, pur essendo deliberate, hanno conseguenze sul significato dei risultati.
Su questi punti abbiamo chiesto un chiarimento anche a Matteo Buonarroti, vicepresidente della Società Italiana di Medicina Psichedelica (SIMEPSI) e tra gli autori dello studio. Le sue risposte, come vedremo più aventi, confermano sostanzialmente la lettura metodologica che proponiamo e permette di precisarne meglio alcuni aspetti.
Quello che segue non vuole essere una contestazione bensì un piccolo vademecum alla lettura dello studio: cosa possiamo ricavare dai suoi risultati, cosa richiede cautela e cosa invece quei dati non permettono di affermare.
Il primo punto è il più importante. Il Global Psychedelic Survey non è un’indagine condotta su un campione casuale o probabilistico costruito, bensì un sondaggio online trasversale al quale hanno risposto volontariamente persone di almeno 21 anni che avevano già utilizzato almeno una delle sostanze considerate dal questionario. Quindi descrive innanzitutto le persone che hanno partecipato. E rispetto al nostro Paese, non ci permette automaticamente di sapere quanto costoro rappresentino tutti gli utilizzatori italiani. Gli autori stessi lo chiariscono piuttosto bene nelle conclusioni dei loro Insights, quando definiscono quella osservata una “highly engaged Italian-affiliated psychedelic community”, una comunità legata all’Italia e fortemente coinvolta nel mondo psichedelico. È probabilmente la frase più importante da tenere presente mentre si leggono le altre percentuali dello studio.
Buonarroti ci ha confermato che questo limite non è affatto estraneo al lavoro originale. Nel punto 5 del paper, dedicato a limitations and future research, gli autori richiamano esplicitamente il problema della rappresentatività del campione e la necessità di studi di popolazione molto più ampi. Secondo il co-autore, per superare realmente questi limiti sarà necessario coinvolgere direttamente anche le autorità sanitarie. Uno degli obiettivi dello studio, e anche della scelta della rivista sulla quale pubblicarlo, è proprio attirare l’attenzione delle istituzioni su un fenomeno che richiede ulteriori investimenti in ricerca e un maggiore coinvolgimento dei servizi.
Tuttavia il rischio nasce quando, si tende a suggerire che questo campione ben definito (731 rispondenti volontari) viene inteso come rappresentativo dell’intera scena italiana. Per esempio, il 58,4% di costoro dichiara di aver sperimentato il microdosing, eppure nello studio ciò diventa: «il 58,4% degli italiani che utilizzano psichedelici ha sperimentato il microdosing» – aggiungendo cioè qualcosa che non viene dimostrato dal sondaggio.
Lo stesso vale per molti altri risultati. Il 76,7% aveva utilizzato almeno una sostanza compresa dal survey nell’area psichedelica nell’ultimo anno. L’83,3% ne aveva sperimentate almeno due. Il 90,1% aveva utilizzato almeno una dose definita “regolare” nel corso della vita. Sono informazioni solide relative soltanto a questa fascia ristretta di popolazione. Ovvero: non sappiamo quanti utilizzatori italiani abbiano incontrato il questionario, quanti non lo abbiano mai visto, quanti lo abbiano visto senza compilarlo e soprattutto se queste persone abbiano caratteristiche diverse da quelle che hanno risposto. È questo, molto più del numero dei partecipanti, il problema della rappresentatività. Il campio di 731 persone, per quanto possa essere consistente, non può in alcun modo diventare rappresentativo di tutti gli utilizzatori.
Un secondo elemento riguarda la diffusione del Global Psychedelic Survey, con ampi passaggi attraverso social media, newsletter, reti accademiche e professionali, organizzazioni e comunità interessate alla ricerca e alla cultura psichedelica. È inevitabile che alcune persone abbiano quindi avuto maggiori probabilità di incontrarlo rispetto ad altre. Chi segue associazioni psichedeliche, convegni, pagine dedicate al microdosing o alla terapia assistita da psichedelici può essere intercettato più facilmente di chi assume occasionalmente LSD a un festival, di chi usa MDMA esclusivamente in contesti ricreativi, di chi appartiene a generazioni precedenti della cultura psichedelica oppure di chi ha avuto alcune esperienze e non frequenta più nessun ambiente legato al tema. Non sappiamo quanto pesino queste differenze. Ed è proprio perché non lo sappiamo che dobbiamo evitare di trasformare il campione nell’intero universo degli utilizzatori italiani.
Un’ulteriore questione riguarda direttamente l’impostazione del questionario: che cosa viene fatto rientrare nella categoria “psichedelico”. La domanda iniziale propone come esempi psilocibina, LSD, DMT, 5-MeO-DMT, ayahuasca e mescalina, ma anche ketamina, MDMA, 2C-B e ibogaina. Nel resto del survey compaiono inoltre protossido d’azoto, Salvia divinorum, fenetilamine sintetiche e triptamine sintetiche. Non siamo quindi davanti a una definizione farmacologica stretta di psichedelico. LSD e psilocibina appartengono agli psichedelici serotonergici classici; MDMA viene generalmente classificata come entactogeno; la ketamina come dissociativo; il protossido d’azoto presenta ancora un altro profilo farmacologico.
Su questo punto Buonarroti ha spiegato che ovviamente la decisione è dovuta ai ricercatori dell’Università del Michigan che hanno curato il sondaggio, decidendo deliberatamente di non limitarlo agli psichedelici classici ma di includere anche i related compounds: ketamina, entactogeni e altre molecole che rientrano nel più ampio ambito delle cosiddette terapie psichedeliche, comprese per esempio MDMA-assisted therapy e ketamine-assisted psychotherapy. L’obiettivo era quindi quello di osservare in modo più esteso i pattern di utilizzo di sostanze che stanno entrando, con modalità diverse, nello stesso spazio terapeutico e culturale e che vengono utilizzate anche al di fuori dei contesti clinici controllati. La spiegazione rende perfettamente comprensibile la scelta. Non ne elimina però le conseguenze metodologiche.
La categoria “psichedelico” dello studio è quindi una categoria operativa allargata, costruita per rispondere a un preciso obiettivo di ricerca. Quando i risultati escono dal paper originario, però, questa precisazione può facilmente scomparire. Dire genericamente «uso di psichedelici in Italia», nello stralcio curato dai SIMEPSI, rischia di far immaginare un insieme farmacologicamente molto più omogeneo di quello effettivamente studiato. Un esempio è il dato sul microdosing. Il questionario non applica questa categoria soltanto a LSD e psilocibina. Chiede informazioni sul microdosing anche per ketamina, MDMA/MDA, mescalina, protossido d’azoto, Salvia divinorum, fenetilamine e triptamine sintetiche.
È un punto da considerare quando leggiamo il dato secondo cui il 58,4% dei partecipanti avrebbe sperimentato il microdosing. Il termine non indica necessariamente una pratica omogenea e direttamente comparabile attraverso sostanze così differenti e può riferirsi a quantità, frequenze, finalità e profili farmacologici molto diversi. Il 58,4% rimane il dato ottenuto dal questionario. Per comprenderlo appieno, però, bisogna sapere cosa è stato fatto rientrare nella categoria che lo produce.
Qualcosa di simile avviene con la nozione di “regular dose”, dose regolare. Alle diverse sostanze vengono applicate le stesse categorie di frequenza, da meno di una volta all’anno fino all’uso quotidiano. È uno strumento pratico per raccogliere dati comparabili, ma non significa che una “dose regolare” rappresenti lo stesso tipo di evento per tutte le sostanze. Una sessione con ibogaina, un’assunzione di LSD e un episodio di utilizzo di protossido d’azoto possono avere durata, intensità, contesto e modalità di consumo difficilmente sovrapponibili. Anche in questo caso il dato non è inutilizzabile. Richiede semplicemente di non attribuire all’etichetta più omogeneità di quanta ne abbia realmente.
Le motivazioni costituiscono un altro buon esempio. L’84,9% dei partecipanti indica crescita personale o esplorazione di sé. Seguono curiosità, finalità ricreative, maggiore consapevolezza e benessere. Una quota più piccola indica motivazioni spirituali o religiose o il tentativo di affrontare un problema di salute mentale. È un risultato interessante e certamente da conservare.
Ma ci dice che la crescita personale è stata la motivazione più frequentemente dichiarata dai partecipanti al GPS. E al campione italiano, non dimostra che costoro utilizzino psichedelici soprattutto per la crescita personale. C’è inoltre un elemento culturale da considerare. Espressioni come crescita personale, consapevolezza, microdosing, spiritualità o integrazione appartengono ormai stabilmente al vocabolario della cultura psichedelica contemporanea. Una popolazione raggiunta anche attraverso reti vicine a quel mondo può avere maggiore familiarità con queste categorie rispetto ad altri utilizzatori.
Il questionario stesso propone esplicitamente tra le possibili risposte personal growth/self-exploration, sviluppo religioso o spirituale, aumento della mindfulness, della produttività, della motivazione o della creatività e miglioramento delle relazioni, insieme a curiosità e finalità ricreative. Questo non significa che il questionario abbia “creato” le risposte o che i partecipanti non pensassero realmente ciò che hanno dichiarato. Significa però che ogni questionario offre anche una griglia attraverso cui organizzare ciò che viene raccontato. È un elemento da ricordare quando una percentuale viene successivamente presentata come se descrivesse spontaneamente la struttura motivazionale di tutti gli utilizzatori.
[L’articolo proseguirà con una seconda parte nei prossimi giorni]
MindMedia.it è un progetto/entità editoriale indipendente dedicato allo studio della mente a 360 gradi, con un focus specifico sugli stati di coscienza e le annesse tematiche di ampio respiro. Se ritieni utile il nostro lavoro di ricerca, verifica e divulgazione, puoi effettuare una donazione di qualsiasi entità per garantirne la continuità. Grazie!
