Quando la bolla si rompe: una questione di maturità psichedelica

Reading Time: 6 minutesUna vicenda di cronaca torinese apre una riflessione sulla maturità psichedelica: riconoscere vulnerabilità, interazioni e ruolo del contesto. L’articolo distingue i fatti ancora oggetto d’indagine dalle considerazioni generali su prevenzione, relazioni e riduzione dei rischi.

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La recente vicenda di cronaca torinese, ancora in corso di ricostruzione, ha messo insieme sostanze, sesso, isolamento, violenza e morte. In un appartamento un gruppo di persone avrebbe trascorso diversi giorni facendo uso di diverse sostanze; un uomo è morto e il suo corpo è stato successivamente smembrato e occultato. Secondo le notizie disponibili, tra le sostanze utilizzate ci sarebbero stati crack, LSD, funghi allucinogeni, cannabis, MDPHP e superalcolici. Responsabilità individuali, movente e dinamica esatta restano oggetto d’indagine.

È importante partire da questo limite. Una storia del genere non dimostra automaticamente ciò che «fanno le droghe». Non dimostra che gli psichedelici producano violenza. Ma sarebbe altrettanto semplicistico considerare irrilevanti le sostanze e le condizioni nelle quali sarebbero state assunte. Quando molecole differenti vengono combinate per periodi prolungati, insieme ad alcol, possibile privazione del sonno e isolamento, aumenta il numero delle variabili in gioco e diminuisce la possibilità di stabilire, a posteriori, che cosa abbia prodotto che cosa. È qui che si aggancia il tema della maturità psichedelica. Non come patente morale e neppure come distinzione fra chi «sa usare» le sostanze e chi non lo sa. Piuttosto come capacità di riconoscere la complessità di un’esperienza.

Possiamo distinguere almeno quattro elementi: drugs, set, setting e frame. Con drugs s’intendono ovviamente le sostanze, con la loro farmacologia, la dose, la durata e le interazioni. Il set riguarda la persona: stato psicologico, aspettative, storia personale e vulnerabilità. Il setting è l’ambiente materiale e relazionale. Il frame è la cornice culturale e interpretativa attraverso la quale ciò che accade acquista significato. Ma questi elementi non agiscono separatamente. Interagiscono attraverso il framing. Una sensazione viene interpretata; l’interpretazione influenza ciò che viene percepito dopo; il comportamento di una persona modifica l’ambiente degli altri e la loro reazione modifica a sua volta l’esperienza. L’esperienza si costruisce mentre avviene. E continua, almeno in parte, a costruirsi quando viene ricordata e raccontata. Per questo è insufficiente la formula secondo cui gli psichedelici «amplificano ciò che hai dentro». Possono rendere più salienti emozioni, pensieri e ricordi, ma ciò che emerge dipende dall’interazione fra sostanza, persona, ambiente, relazioni e aspettative.

Maturità psichedelica significa allora anche conoscere, per quanto possibile, le proprie vulnerabilità e sapere che persone diverse possono reagire diversamente alla stessa sostanza, e che la stessa persona può reagire diversamente in momenti differenti. Significa inoltre smettere di parlare di «droga» come se LSD, psilocibina, cocaina, crack, alcol e stimolanti sintetici costituissero un’unica entità farmacologica. Non lo sono. E le combinazioni aumentano ulteriormente l’incertezza.

Anche la ricerca clinica fornisce un’indicazione utile: la relativa sicurezza osservata negli studi non riguarda semplicemente una molecola, ma una sostanza inserita in condizioni definite di selezione, ambiente e monitoraggio. Il rischio, quindi, non appartiene soltanto alla sostanza. Cambia con la persona e con il contesto. Quando l’esperienza diventa collettiva entra in gioco un’altra variabile: le persone presenti diventano parte, reciprocamente, del set e del setting degli altri. Una paura può modificare il comportamento di chi ci sta intorno; quella reazione può essere letta come conferma della paura iniziale e rafforzarla. Lo stesso può accadere con un sospetto, un’idea o un’interpretazione di ciò che sta succedendo. In gruppi piccoli e isolati possono così formarsi circuiti di retroazione nei quali il framing di ciascuno diventa parte del framing degli altri.

Non è necessario trasformare questo fenomeno in una categoria clinica. Basta riconoscere che, in alcune condizioni, può diventare più difficile introdurre interpretazioni alternative o accorgersi che il circuito sta prendendo una direzione pericolosa. Da qui l’importanza di una presenza di ancoraggio. Non necessariamente un sitter o un facilitatore in senso tecnico, ma qualcuno sufficientemente lucido da mantenere un riferimento esterno, riconoscere un’escalation e, quando necessario, interrompere il circuito o chiedere aiuto. La sua funzione non è guidare l’esperienza. È fare in modo che esista ancora un fuori.

C’è poi un altro equivoco da evitare: cambiare stato di coscienza non significa necessariamente ampliare la coscienza.
La percezione può diventare più intensa mentre diminuisce la capacità di contestualizzare ciò che sta accadendo. Qualcosa può apparire enormemente significativo senza che, per questo, sia vero. È un punto delicato, perché tocca direttamente il rapporto fra esperienza e conoscenza. Una delle componenti più difficili della maturità psichedelica consiste proprio nel mantenere una distanza critica anche rispetto a ciò che abbiamo vissuto personalmente. Non tutto ciò che appare rivelatorio durante un altro stato di coscienza è una rivelazione.

E anche il ricordo dell’esperienza non è una registrazione neutra. La memoria seleziona, ricompone, ordina. Il racconto successivo e le categorie culturali disponibili contribuiscono a stabilire che cosa quell’esperienza finirà per significare.
Sono temi che meritano di essere affrontati separatamente. Qui basta osservare che il framing non termina necessariamente con la fine degli effetti della sostanza.

Una cultura psichedelica matura dovrebbe riuscire a tollerare questa complessità evitando due scorciatoie opposte. La prima è quella proibizionista: c’era la “droga”, dunque la “droga” spiega tutto. La seconda è quella apologetica: se qualcosa è andato male, la sostanza non può avere avuto alcun ruolo. Sono due modi diversi di arrivare alla conclusione prima di avere osservato il problema. Anche il rapporto fra allucinogeni e violenza richiede cautela. La letteratura disponibile non permette una relazione causale semplice e richiama il ruolo congiunto di sostanza, dose, vulnerabilità individuali e fattori ambientali.

Davanti a simili episodi estremi compare inoltre quasi inevitabilmente un altro meccanismo: il bisogno di collocare chi li ha compiuti in una categoria separata dalla nostra. Il tossico. Il folle. Il depravato. Il mostro. La categoria ristabilisce una distanza rassicurante: riguarda loro. Ma una spiegazione non diventa migliore soltanto perché ci consente di allontanare da noi ciò che ci inquieta. Questo non riduce la responsabilità individuale. Al contrario, permette di mantenerla individuale senza sostituirla con una categoria morale o sociale.

Lo stesso vale per le sostanze. «Droga» non è una spiegazione. «Psichedelico» non è una garanzia. «Set e setting» non sono formule protettive. La maturità psichedelica comincia forse proprio qui: nel riconoscere che modificare intenzionalmente uno stato di coscienza significa entrare in un sistema complesso nel quale farmacologia, biografia, ambiente, relazioni, aspettative e imprevisto possono modificarsi reciprocamente.

Non possiamo controllarlo interamente. Possiamo però evitare di entrarci alla cieca. Conoscere ciò che assumiamo e ciò con cui lo stiamo combinando. Conoscere, per quanto possibile, le nostre vulnerabilità. Valutare le persone e l’ambiente. Accettare che l’esperienza possa prendere una direzione diversa da quella prevista. E mantenere una possibilità di uscita. Non è la morale della psichedelia. È la consapevolezza dei suoi limiti. Ed è probabilmente da qui che comincia la maturità psichedelica.

Fonti di cronaca

– ANSA, 25 settembre 2026, “Ucciso e fatto a pezzi a Torino, fermate tre persone”.
Fonte utilizzata per la ricostruzione generale della vicenda e per lo stato iniziale delle contestazioni giudiziarie.

– ANSA, 27 settembre 2026, “‘Da giorni sotto l’effetto di droghe’: il festino, la lite e l’omicidio”.
Fonte utilizzata per le dichiarazioni relative ai giorni trascorsi nell’appartamento e al consumo di più sostanze.

Bibliografia essenziale

– Hinkle, J.T., Graziosi, M., Nayak, S.M., Yaden, D.B. (2024), “Adverse Events in Studies of Classic Psychedelics: A Systematic Review and Meta-Analysis”, JAMA Psychiatry, 81(12), 1225–1235.
Utile per distinguere il profilo di sicurezza osservato nei contesti di ricerca dall’uso non supervisionato.
– Estric, C., Duron, T., Kabani, S., Lopez-Castroman, J. (2025), “Set and setting of psychedelics for therapeutic use in psychiatry: A systematic review”, Journal of Psychopharmacology, 39(9), 910–929.
Mostra quanto il contesto comprenda variabili differenti e non costituisca una semplice cornice accessoria.
– Durns, T., Iannuzzi, G. (2026), “Contextualizing Violence Risk Associated With Hallucinogens”, FOCUS, 24(1), 17–26.
Affronta il rapporto fra allucinogeni, aggressività e violenza evitando una relazione causale lineare.
– Downey, A.E., Bradley, E.R., Lerche, A.S. et al. (2024), “A Plea for Nuance: Should People with a Family History of Bipolar Disorder Be Excluded from Clinical Trials of Psilocybin Therapy?”, Psychedelic Medicine, 2(2), 61–73.
È pertinente al ruolo delle vulnerabilità individuali nella valutazione del rischio.

Nota editoriale e avvertenze

Il riferimento alla vicenda di Torino si basa sulle informazioni pubblicamente disponibili al 28 settembre 2026. Le indagini sono in corso e la ricostruzione dei fatti potrà cambiare. Le dinamiche discusse nell’articolo sono utilizzate per ragionare in termini generali sul rapporto fra sostanze, contesto e stati di coscienza e non costituiscono una ricostruzione causale del caso specifico.

Il riferimento alle sostanze ha finalità informative e di riduzione dei rischi e non suggerisce modalità di assunzione né implica che particolari accorgimenti possano rendere il consumo privo di rischi. Le espressioni “presenza di ancoraggio”, “circuito” e “retroazione” sono utilizzate in senso descrittivo e non indicano categorie cliniche codificate.

Nota terminologica

In questo articolo termini come droga , allucinogeno, psichedelico e stato di coscienza o attato alterato sono talvolta usati in modo volutamente ampio, quasi come sinonimi, per rendere il testo più accessibile. In altri contesti preferiamo parlare più precisamente di stati di coscienza e, quando utile, di SCn, dove n indica i diversi stati di coscienza considerati a livello parametrico.


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2 commenti

  1. Ho molto apprezzato questo contributo e la tempistica con la quale lo hai prodotto e divulgato. Una divulgazione che meriterebbe essere estesa al grande pubblico ben al di la’ di un ristretto cerchio di cultori della materia. Resta il quesito di fondo che potrebbe sintetizzarsi in alcuni punti come:
    – il ricordo a sostanze che slterano lo stato di coscienza accompagnano la storia della evoluzione umana sin dalle due origini
    – con finalita’ di cura come psicofarmaci naturali per le loro proprieta’ analgesiche, ansiolitiche, socializzanti, antidepressive, di espansione della coscienza etc a seconda delle diverse sostanze
    – la potenzialita ed il rischio collegato sl ricorso a queste sostanze e’ stato regolato nelle diverse culture affidandolo a figure che avessero l’esperienza di un loro utilizzo che ne potenziasse l’effetto e ne contenesse i rischi
    – figure con funzione sciamanico-sacerdotali che sapessere combinare le conoscenze ‘mediche’ a quelle ‘spirituali’ per le doti ‘enteogeniche’ che alcune sostanze possono comportare, se utilizzate in modo corretto e all’interno del ‘frame’, dei significati tesi a favorire il superamento di una dimensione egoica nella prospettiva piu’ ‘transpersonale’ e aperta ad una logica piu’ inclusiva e partecipative dell’individuo a sentirsi parte di un piu’ ampio senso di appartenenza
    – il prevalere di una logica piu’ ‘apollinea’ che valorizza razionalita’ organizzazione gerarchica e leggi fondate du statuti oggettive piu’ che dionisiaca orientata a valorizzare stati confusionali, emotivo-estatici secondo la lettura della socio-antropologa Ruth Benedict, ha relegato la assunzione di sostanze ‘inebrianti’ ai margini della costellazione valoriale e dei comportamenti legittimati da norme che sono diventate sempre piu limitative e proibizionistiche
    – riservandone un uso finalizzato a scopi medici ben identificati e gestiti da sanitari dotati di specifiche autorizzazione all’uso
    – l’attuale ‘rinascimento psichedelico’ evidenzia la ricerca di un superamento di una logica indiscriminatamente proibizionistica e unicamente limitata a interventi di cura nella prospettiva di recuperare a queste sostanze una possibilità di ricorso per finalita’ di conoscenza ed espansione di stati di i coscienza come da millenni e praticamente in tutte le culture (con rare eccezioni) e’ dato constatare.
    – di fronte a fenomeni crescenti di ricorso all’uso di queste sostanze, spesso ricorrendo a sciamani nei luoghi dove tradizionalmente ancora operano o tramite inviti mirati nei paesi occidentali dove questo uso resta tuttora tollerato se non esplicitamente consentito, resta il punto cruciale, in una prospettiva di ‘maturita’ psichedelica’ su come definire le caratteristiche di setting, set e framing all’interno delle quali poter legittimare questo tipo di esperienze come pure delle caratteristiche di chi si proponga come ‘facilitatore’ delle stesse e che verosimilmente dovrebbero comprendere:
    – un titolo di studi che, nelle societa ’ occidentali, non puo’ prescindere da una laurea in scienze mefico-psicologiche
    – conoscenze di tipo tossicologico anche attraverso master universitari o equiparati da Commissione specifica di nomina ministeriali o auto-organizzata secondo criteri dimostrabili di competenze e personale esperienza nel settore in attesa di procedure normative degli organi istituzionali

    –Riccardo Zerbetto

  2. Grazie Riccardo, anche per aver allargato ulteriormente il ragionamento.

    In effetti nell’articolo alcuni di questi aspetti erano rimasti volutamente sullo sfondo, perché il punto di partenza era soprattutto quel fatto di cronaca, usato un po’ come caso estremo ed esemplificativo di cosa può succedere quando vengono meno alcune regole di base che, a mio avviso, dovrebbero esserci anche in un consumo del tutto laico e non necessariamente terapeutico o rituale.

    Il tuo commento però porta naturalmente il discorso un passo più avanti e riprende anche una domanda che nell’articolo precedente era rimasta un po’ sospesa: se riconosciamo l’importanza di set, setting, frame, competenze e capacità di leggere quello che sta succedendo, quando si passa da un’esperienza privata a un’esperienza accompagnata o facilitata si pone inevitabilmente il problema di chi possa assumersi quel ruolo, con quali competenze e con quale forma di riconoscimento.

    È un tema enorme, e credo anche molto attuale, soprattutto perché non sono affatto sicuro che la risposta possa essere semplicemente ricondotta alla figura sanitaria. Ma proprio per questo penso che valga la pena tornarci sopra con calma.

    Direi che il tuo commento, più che chiudere il discorso, apre molto bene il capitolo successivo.

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