Parallelamente alla crescita di interesse scientifico e culturale verso gli stati altri di coscienza degli ultimi anni, è tornato visibile anche un più ampio confronto con tradizioni contemplative e sistemi simbolici che, in epoche assai lontane, avevano già sviluppato modelli complessi per interpretare e orientare esperienze di dissoluzione dei confini ordinari della coscienza.
All’interno dello Shivaismo non duale del Kashmir, il filosofo Abhinavagupta (950-1020 ca.) formalizzò una pratica cognitiva chiamata tarka o sattarka, generalmente traducibile come “retto discernimento”. Nel contesto del Tantra Kaula e delle correnti della cosiddetta “Via della Mano Sinistra” (Vāmācāra), il tarka non coincide con la semplice logica discorsiva, ma con una forma di discernimento capace di destabilizzare le strutture abituali del pensiero duale.
Nel pensiero tantrico, infatti, la mente ordinaria opera attraverso costruzioni concettuali limitanti (aśuddha-vikalpa): separazioni tra puro e impuro, soggetto e oggetto, spirito e materia. Il tarka utilizza il pensiero contro il pensiero stesso, fino a produrre uno slittamento percettivo verso ciò che viene definito śuddha-vikalpa, il “pensiero puro”: un’intuizione non duale in cui la coscienza non si percepisce più come separata dall’esperienza.
È in questo quadro che assumono significato le pratiche trasgressive associate al Tantra Kaula. Elementi considerati “venefici” o impuri dalla cultura ortodossa — sostanze inebrianti, sessualità rituale, esposizione intenzionale a stati liminali — vengono utilizzati non come semplice trasgressione, ma come dispositivi capaci di incrinare l’organizzazione ordinaria dell’esperienza. I Pañcamakāra, i “cinque elementi” rituali della tradizione tantrica, agiscono simbolicamente e corporalmente sui confini dell’identità e della percezione.
Da una prospettiva contemporanea, alcune di queste pratiche possono ricordare ciò che oggi viene discusso in relazione agli stati psichedelici: temporanea attenuazione delle strutture narrative del sé, intensificazione sensoriale, dissoluzione dei confini percettivi, ampliamento delle associazioni simboliche e affettive. Tuttavia, si tratta di parallelismi interpretativi e non di equivalenze dirette. Il contesto rituale, simbolico e culturale del Tantra storico resta radicalmente diverso in aprticolare dagli ambienti clinici o ricreativi contemporanei.
Nel Vāmācāra il punto centrale non è l’alterazione in sé, ma la capacità di attraversarla senza esserne assorbiti. Qui il tarka assume una funzione decisiva: orientare l’esperienza nel momento in cui le strutture abituali della coscienza vacillano. L’ebbrezza, il piacere o l’intensificazione sensoriale non vengono considerati il fine ultimo della pratica, ma occasioni attraverso cui riconoscere la natura mutevole e costruita delle categorie ordinarie.

In questa prospettiva, il tarka funziona come una sorta di principio ordinatore interno. Durante la destabilizzazione percettiva, il praticante reintroduce una cornice interpretativa non duale: ciò che normalmente verrebbe vissuto come caos, perdita o dispersione viene reinterpretato come manifestazione della coscienza stessa. L’esperienza non viene negata né repressa, ma attraversata e riformulata.
Molte riflessioni contemporanee sugli stati altri di coscienza insistono sull’importanza del set setting frame e framing: intenzione, contesto, preparazione simbolica, ambiente relazionale ed elaborazione inconscia di queste variabili che determinano quella che definiamo esperienza. Anche nelle pratiche tantriche il contesto rituale appare fondamentale.
La trasgressione isolata dal frame simbolico rischia di ridursi a semplice eccesso o ricerca sensoriale; inserita in una struttura rituale e interpretativa, assume invece una funzione trasformativa. Da questo punto di vista, il Tantra Kaula non sembra anticipare le neuroscienze contemporanee, ma proporre una diversa grammatica dell’esperienza estatica. Più che spiegare scientificamente gli stati altri di coscienza, offre una mappa simbolica e operativa per orientarsi in territori in cui identità, percezione e linguaggio tendono temporaneamente a perdere stabilità.
Resta aperta la questione di quanto queste antiche mappe possano essere tradotte nei linguaggi contemporanei della psicologia, delle neuroscienze e della fenomenologia senza cadere nel riduzionismo o nel mito della “sapienza antica che aveva già capito tutto”. Proprio in questa tensione tra pratiche tradizionali, ricerca scientifica e interpretazione culturale si colloca oggi una parte significativa del dibattito sugli stati altri di coscienza.
Bibliografia essenziale
- Tantrāloka – Abhinavagupta
- The Triadic Heart of Shiva – Paul E. Muller-Ortega
- Kashmir Shaivism: The Secret Supreme – Swami Lakshman Joo
- The Master and His Emissary – Iain McGilchrist
- The Varieties of Psychedelic Experience – Robert Masters, Jean Houston
- Realms of the Human Unconscious – Stanislav Grof
