Oneirogeni ubulawu: le piante del sogno sudafricane (1.a parte)

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Per i Bantu del Sud (Nguni, Sotho-Tswana, Venda, Tsonga) il sogno è un ponte che collega i vivi con gli antenati ed è uno strumento integrato nelle pratiche curative tradizionali: quelli gradevoli sono connessi con gli avi, mentre gli incubi vengono inviati dai nemici. Col nome ubulawu o izilawu si identifica un gruppo di sostanze psicotrope, per lo più radici e in alcuni casi cortecce e fusti, utilizzate proprio come oneirogeni, ovvero per stimolare e modulare l’attività onirica.

In queste società esistono due guaritori distinti, l’erborista e il divinatore: entrambi hanno dimestichezza con queste preparazioni vegetali, ma la conoscenza del secondo è particolarmente approfondita. Gli iniziati alla divinazione devono infatti sottoporsi ad una dieta con le piante ubulawu e a delle pratiche volte a guarirli da una condizione chiamata dai locali intwaso e caratterizzata da diversi disturbi ed una notevole attività onirica. Vengono bevute sotto forma di infuso freddo fino ad indurre il vomito per “purificare” il soggetto e favorire effetti oneirogeni. Grazie agli ingredienti ricchi di saponine, come la nota radice di Silene capensis, la mescolazione vigorosa del preparato genera una schiuma con cui si lava l’iniziato (altro simbolo della purificazione interiore) che in un secondo momento la consumerà per i suoi effetti oneirogeni. Se il preparato non genera della schiuma è segno che non fosse il momento adatto per il rituale o che manchi l’approvazione degli antenati.

La composizione degli oneirogeni ubulawu varia molto in base alla tribù, al guaritore e allo scopo specifico. L’antropologa sudafricana Joan Broster riporta quella di un divinatore, Nombuso, che includeva Rubia petiolaris, Silene capensis, Hippobromus pauciflorus e Dianthus mooiensis. Ma ne esistono molte altre. L’etnobotanico francese Jean-Francois Sobiecki, la principale fonte su cui si basa quest’articolo [1] e uno dei principali studiosi della cultura ubulawu, scrive che queste piante possono avere tutte un loro effetto psicotropo. Tuttavia alcuni degli ingredienti potrebbero essere semplici emetici o avere un valore puramente simbolico e rituale. Vediamo quel poco che sappiamo ad oggi sulla farmacologia e la chimica di queste specie.

Dianthus spp.

Il Dianthus mooiensis è una pianta da fiore indigena dell’Alto Veld in Sudafrica, come molte altre Caryophyllaceae anche questa specie ha un buon contenuto di saponine. Infatti ad eSwatini è stata usata per la produzione del sapone reale. La radice viene venduta nei mercati di Johannesburg come portafortuna. Gli uomini di medicina la usano come emetico e per i suoi effetti oneirogeni. L’infuso viene indicato contro i problemi del petto e le coliche severe, localmente viene applicata per lenire le ferite. Inoltre viene inalata come snuff per migliorare “l’intuizione” ed “aprire la mente a nuove idee”. La radice di D. albens, un’altra specie sudafricana, viene anch’essa consumata sotto forma d’infuso durante l’iniziazione dei divinatori per i suoi effetti oneirogeni legati agli spiriti ancestrali o agli animali guida (isilo). Quella di D. crenatus viene assunta come emetico per potenziare la loro visione e le capacità divinatorie [2]. Non ci sono dati chimici o farmacologici che suggeriscano possa avere potenzialità psicotrope.

Hippobromus pauciflorus

L’Hippobromus pauciflorus è un piccolo albero semi-deciduo che cresce in Sud Africa, eSwatini e la parte più a sud del Mozambico. Appartiene alla famiglia delle Sapindaceae come le famose noci del sapone (Sapindus saponaria e mukorossi) ed è ricco di saponine. La resina presente in tutte le parti della pianta è altamente infiammabile ed aromatica, Hippobromus in Greco antico significa infatti “odore di urina di cavallo”.  Le foglie vengono impiegate nel Capo Orientale per il trattamento di malaria, dissenteria, diarrea, disturbi psichiatrici e malattie del bestiame. Il succo viene spremuto direttamente negli occhi contro la congiuntivite [3]. Viene menzionato anche come rimedio per influenza, raffreddore, mal di denti, disturbi del sangue, della vescica ed epatici [4]. Gli Zulu preparano degli amuleti d’amore con la radice, la consumano anche contro dissenteria, diarrea, mal di testa e crisi isteriche. I divinatori la usano per entrare in trance, indurre il vomito e provocare effetti oneirogeni. La corteccia in polvere viene utilizzata insieme ad altre piante nella preparazione degli oneirogeni ubulawu [2]. La pianta è ricca di saponine e viene usata anche per detergere il corpo e trattare le irritazioni delle pelle [5]. Il fogliame ha dimostrato effetti antiossidanti, antibatterici, antimicotici, antinfiammatori, antipiretici ed analgesici che si ipotizza siano mediati da un meccanismo centrale (supportando un eventuale effetto psicotropo) [6], anche corteccia e radice hanno mostrato una buona attività su batteri e funghi [7].

Rubia spp.

La Rubia petiolaris è un camefita (un arbusto nano) della famiglia delle Rubiaceae che cresce nei deserti e nelle aree aride della provincie del Capo, Stato libero, KwaZulu-Natal e Lesotho. Nelle provincia del Capo Orientale la foglia della pianta viene utilizzata sotto forma di tisana per curare la tubercolosi [8].  Gli Xhosa usano la radice insieme ad altre piante per indurre effetti oneirogeni e comunicare con gli antenati. Anche la Rubia cordifolia, una specie asiatica naturalizzata in Africa (Sudan, Somalia, sud dell’Angola, Mozambico e Sud Africa), viene menzionata, sebbene non se ne specifica la parte, come decotto in grado di facilitare la divinazione con le ossa rituali, oltre che come analgesico e colorante [2]. Le specie più nota è la Rubia tinctorum da cui si estrae l’alizarina, un antraquinone rosso che prima dell’avvento dei sostituti sintetici aveva un alto valore di mercato e viene ancora ricercato oggi da pittori ed artisti.

Rubia petiolaris

Questo pigmento è presente anche in R. petiolaris e cordifolia insieme a rubiadina, xantopurina (altri antraquinoni dal colore rosso) e alla munjistina (che ha una tonalità rosso-arancione) [9]. L’alizarina viene usata come colorante per la quantificazione delle mineralizzazione degli osteoblasti, inoltre ha mostrato potenzialità antitumorali, antiossidanti ed antinfiammatorie [10]. Della rubiadina sono note le proprietà anticancro, osteotrofiche, antinfiammatorie, antidiabetiche, epatoprotettive, neuroprotettive, antiossidanti, antimalariche, antifungine, antimicrobiche ed antivirali [11]. La xantopurpurina è invece un purgane [12]. Il fitocomplesso della R. cordifolia è più noto ma anche qui non ci sono composti che potrebbero suggerire effetti psicotropi, d’altronde viene usata nella Medicina Tradizionale Tibetana per il trattamento dei disturbi del sangue senza menzione di un eventuale azione centrale.

Adenopodia spicata

L’Adenopodia spicata è un cespuglio sempreverde della famiglia delle Fabaceae che cresce nelle foreste che vanno dal Capo Orientale fino a Limpopo. E’ state descritta inizialmente dal botanico tedesco E. Meyer come una Mimosa, poi trasferita al genere Entada, infine inserita nel genere Adenopodia insieme ad altre specie che avevano caratteristiche morfologiche diverse dalle altre Entada.  Gli Zulu fanno un decotto con la corteccia per trattare la pressione alta e i raffreddori [13]. La radice viene usata durante l’iniziazione dei guaritori in Sud Africa, i divinatori la consumano sotto forma di infuso per i suoi effetti oneirogeni. Viene anche indicata nel trattamento di un particolare malore psico- spirituale, lo “spirito” [2]. I fitocostituenti principali della pianta sono saponine, ha dimostrato una potente azione ipotensiva nei test in vitro mediata dall’inibizione dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) [14]. Molte piante vicine, come Entada, Piptadenia o anche Anadenanthera spp. hanno tutte un alto potenziale psicotropo, ma dalle analisi è emersa solo la presenza di saponine e flavonoidi senza menzione dei caratteristici alcaloidi triptamminici e betacarbolinici comuni nella altre specie.

Argylobium tomentosum

L’Argyrolobium tomentosum è un cespuglio sempreverde che cresce nella parte meridionale dell’Africa ed in alcuni paesi dell’Africa orientale. I fiori gialli diventano arancioni e poi rossi col passare degli anni. L’infuso di radice viene consumato dai divinatori come emetico e per acuire la “visione interiore”, che potrebbe riferirsi a potenziali effetti oneirogeni [2]. Il principale alcaloide delle pianta è l’anagrina, una tossina che agisce come agonista dei recettori muscarinici e nicotinici [15]. Ha una documentata azione teratogena dovuta alla depressione deimmovimenti del feto che mantiene una posizione anomala durante la crescita. I sintomi d’intossicazione nel bestiame comprendono stimolazione nervosa, perdita della coordinazione, crampi, dispnea e morte per arresto respiratorio. E’ possibile che abbia un certo potenziale allucinogeno come altri alcaloidi che mimano l’acetilcolina.

Boscia albitrunca

La Boscia albitrunca è un piccolo albero sempreverde sudafricano della famiglia del cappero. La corteccia viene consumata sotto forma di schiuma, come altri oneirogeni ricchi di saponine, per “vedere le cose” e permettere agli antenati di parlare attraverso l’intossicato, suggerendo potenziali effetti oneirogeni [2]. Localmente si applica contro i morsi di serpente. La radice viene anch’essa impiegata per scopi medici e magici, viene considerata un rimedio nei mal di testa, ipertensione, dolori muscolari, infezioni respiratorie.

Boscia albitrunca

Con le foglie i locali trattano sifilide, costipazione e diarrea, con l’uso esterno problemi oculari e della pelle. Diverse parti della pianta sono considerate utili per fermare le crisi epilettiche. Proprio quest’ultima menzione potrebbe supportare le proprietà psicotrope ipotizzate da Sobiecki, ma non ci sono dati farmacologici o chimici in letteratura scientifica. Sono note solo le sue proprietà antibatteriche ed antifungine [16].

Brachylena discolor

Si tratta di un albero cespuglioso sempreverde che cresce nella zona che va dal Capo Orientale al Mozambico.
La radice viene consumata dai divinatori in Sudafrica sotto forma di infuso per comunicare con gli spiriti ancestrali e, come molti altri oneirogeni, anche come rimedio per l’isteria [2]. Gli Zulu fanno dei clisteri con l’infuso della radice per fermare l’emorragia allo stomaco, con le foglie curano parassiti intestinali e dolore al petto. Sono state usate dagli Africani e dai coloni europei per trattare febbre, disturbi renali e diabete. Anche in questo caso non abbiamo dati chimici o farmacologici sulla radice, il fogliame è stato studiato meglio ma non risultano proprietà psicotrope [17].

Continua nella seconda parte.

 

FONTI:

[1] Sobiecki, Jean-Francois. “Psychoactive ubulawu spiritual medicines and healing dynamics in the initiation process of Southern Bantu diviners.” Journal of Psychoactive drugs 44.3 (2012): 216-223.

[2] Sobiecki, J. F. “A review of plants used in divination in southern Africa and their psychoactive effects.” Southern African Humanities 20.2 (2008): 333-351..

[3] Pendota, S. C., D. S. Grierson, and A. J. Afolayan. “An ethnobotanical study of plants used for the treatment of eye infections in the Eastern Cape Province, South Africa.” Pakistan Journal of Biological Sciences: PJBS 11.16 (2008): 2051-2053.

[4] Nzue, A. P. M. “Use and conservation status of medicinal plants in the Cape Peninsula, Western Cape Province of South Africa.” Unpublished MSc thesis. Stellenbosch: Faculty of AgriSciences, Stellenbosch University (2009).

[5] Voutquenne, L. “Saponins and hemolytic activity. Saponins and glycosides from five species of Sapindaceae.” Annales Pharmaceutiques Francaises. Vol. 59. No. 6. 2001.

[6] Pendota, S. C., et al. “Anti-inflammatory, analgesic and antipyretic activities of the aqueous extract of Hippobromus pauciflorus (Lf) Radlk leaves in male Wistar rats.” African Journal of Biotechnology 8.10 (2009).

[7] Pendota, S. C., D. S. Grierson, and A. J. Afolayan. “Antimicrobial activity of Hippobromus pauciflorus: A medicinal plant used for the treatment of eye infections in the Eastern Cape, South
Africa.” Pharmaceutical Biology 47.4 (2009): 309-313.

[8] Lawal, I. O., D. S. Grierson, and A. J. Afolayan. “Phytotherapeutic information on plants used for the treatment of tuberculosis in Eastern Cape Province, South Africa.” Evidence‐Based Complementary and Alternative Medicine 2014.1 (2014): 735423.

[9] Westendorf, J. “Anthranoid Derivatives—Rubia Species.” Adverse Effects of Herbal Drugs 2. Berlin, Heidelberg: Springer Berlin Heidelberg, 1993.

[10] Zhang, Lili, et al. “River restoration changes distributions of antibiotics, antibiotic resistance genes, and microbial community.” Science of The Total Environment 788 (2021): 147873.

[11] Watroly, Mohd Nasarudin, et al. “Chemistry, biosynthesis, physicochemical and biological properties of rubiadin: A promising natural anthraquinone for new drug discovery and development.” Drug design, development and therapy (2021): 4527-4549.

[12] Leffmann, Henry. “An introduction to chemical pharmacology. Pharmacodynamics in relation to chemistry: By Hugh McGuigan, Ph. D., MD, University of Illinois. vii+ 407 pages and index, small 8vo. Philadelphia, P. Blakiston’s Son and Co. (1921): 563-564.

[13] Cock, Ian E., and Sandy F. Van Vuuren. “The traditional use of southern African medicinal plants in the treatment of viral respiratory diseases: A review of the ethnobotany and scientific evaluations.” Journal of ethnopharmacology 262 (2020): 113194.

[14] Balogun, Fatai Oladunni, and Anofi Omotayo Tom Ashafa. “A review of plants used in South African traditional medicine for the management and treatment of hypertension.” Planta medica 85.04 (2019): 312-334.

[15]Van Wyk, B. E., and G. H. Verdoorn. “The major alkaloids of the genus Argyrolobium.” South African Journal of Botany 55.2 (1989): 196-198.

[16] Maroyi, Alfred. “Boscia salicifolia: review of its botany, medicinal uses, phytochemistry and biological activities.” Journal of Pharmaceutical Sciences and Research 11.8 (2019): 3055-3060.

[17] Maroyi, Alfred. “Review of Pharmacological Properties, Phytochemistry and Medicinal uses of Volkameria glabra.” Journal of Pharmacy and Nutrition Sciences 10.5 (2020): 264-273.

 

Giuseppe Cazzetta (Visione Curativa)

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