Turraea floribunda
La Turraea floribunda è un piccolo albero della famiglia delle Meliaceae che cresce nel Capo Orientale, eSwatini e KwaZulu-Natal. Sviluppa dei fiori di colore verde-giallino molto aromatici soprattutto di notte. Un preparato a base di corteccia e radice viene impiegato dai guaritori della parte più a Sud dell’Africa per combattere reumatismi, infiammazioni articolari, idropsia e disturbi cardiaci. Viene utilizzata anche per prevenire gli incubi. I divinatori consumano la corteccia e la radice come emetico per entrare nello “stato neurotico” necessario alle danze divinatorie [2]. La pianta è nota per la sua alta tossicità: una specie vicina, T. robusta, ha causato la morte di diversi capi di bestiame. Altre Turraea spp. si sono dimostrate epato e citotossiche [18]. Non si conosce il fitocomplesso nè il meccanismo tossicologico, dalla corteccia del fusto e della radice sono stati isoltati diversi limonoidi simili a quelli del neem (Azadirachta indica, un’altra meliacea) potenzialmente utili in agricoltura come antiparassitari [19].
Canthium ciliatum
Le radici di Canthium ciliatum, un altro alberello sudafricano, vengono usate come sostituto della Turraea floribunda con le stesse applicazioni in divinazione. In questo caso non abbiamo nessuna informazione chimica o farmacologica [2].
Chamaecrista mimosoides
Trattasi di un camefita che cresce in Africa, Sud-est asiatico e Nord dell’Australia. L’infuso a base di radice viene assunto da Zulu e Xhosa per i suoi effetti oneirogeni. I Kung boscimani pare lo usino per entrare in trance, i divinatori ne fanno un emetico per incontrare in sogno gli antenati [2]. Il fitocomplesso della pianta comprende saponine, glicosidi cardiaci, tannini, flavonoidi, terpenoidi, cardenolidi ed antraquinoni. L’estratto etanolico ottenuto dalla pianta intera si è mostrato relativemente sicuro nei test tossicologici (LD50 >5000 mg/kg). Ha dimostrato proprietà anticonvulsivanti sulle cavie animali mediate da un’attività simil-benzodiazepinica che potrebbe inibire il legame della stricnina con il recettore della glicina o potenziare quello del GABA e della glicina [20]. Ciò lascia ipotizzare un eventuale effetto depressivo sul sistema nervoso centrale e supporta le tradizionali applicazioni in medicina e divinazione.
Galium spp.
Pianta da fiore endemica del Sudafrica. Viene usata come infuso ubulawu per curare l’iniziato alla divinazione dallo “malattia dello spirito” (intwaso) ed indurre effetti oneirogeni. Un’altra specie vicina, G. mucroniferum var. drageanum, viene decotta e bevuta dai divinatori per consentirgli di leggere le ossa divinatorie [2].
Non ci sono dati chimici o farmacologici su queste due specie, ma il più noto G. verum contiene oli essenziali, polisaccaridi, acidi idrossicinnamici, flavonoidi, polifenoli ed iridoidi. Si ipotizza siano quest’ultimi e il flavone ispidulina, che si lega al recettore delle benzodiazepine, a determinare l’effetto sedativo della pianta che ha una lunga tradizione come blando calmante nervoso [21].
Helinus integrifolius
Liana che cresce nelle zone desertiche in Africa meridionale ed orientale. I divinatori ne fanno un infuso che viene consumato dagli iniziati per potenziare la memoria e la capacità d’osservazione. Viene anche combinato con le specie Dianthus per comunicare con gli spiriti ancenstrali, un probabile riferimento ad effetti oneirogeni. Nella medicina Zulu viene indicato come un rimedio per l’isteria. Le radici vengono pestate in acqua fredda ottenendo un sapone per lavare il corpo e i vestiti, vengono usate anche a scopo rituale per portare fortuna. Le foglie sono risultate ricche di saponine, un estratto esanico ha inibito l’emissione di gas dei ruminanti migliorando la digeribilità del mangime alla dose più alta [22]. Non ci sono dati che supportano un eventuale effetto psicotropo.
Hyparrhenia filipendula
L’Hyparrhenia filipendula è una pianta erbacea perenne invasiva che cresce nelle zone semiaride di Africa, Papuasia e Australia ed è stata introdotta anche in Sri Lanka, Sud-est asiatico ed Indonesia. Viene usata come foraggio per il bestiame. L’infuso di radice viene usato dai divinatori in Zimbabwe per “svegliare” gli spiriti, riferendosi probabilmente a potenziali effetti oneirogeni [2]. Non ci sono dati chimici o farmacologici su questa specie.
Maesa lanceolata
La Maesa lanceolata è un albero che cresce in Africa meridionale, tropicale e penisola arabica.
Viene usato insieme ad altre piante come preparato ubulawu per indurre effetti oneirogeni e facilitare la comunicazione con gli spiriti ancenstrali. La corteccia viene usata come stimolante dai Masai, il fogliame come antimalatico. Il fitocomplesso comprende saponine triterpeniche, alcaloidi, fenoli, terpenoidi, antraquinoni e tannini. Dal frutto è stata isolata la mesanina, un composto in grado di evocare una reazione di difesa dell’ospite aspecifica proteggendo le cavie da un infezione di Escherichia coli potenziamente letale [23]. Il fogliame ha dimostrato efficaci proprietà antimalariche, antivirali, antibatteriche, antifungine, citotossiche, emolitiche e cardiostimolanti [24]. Sulla radice non ci sono dati farmacologici.
Phyllanthus reticulatus
Cespuglio della famiglia dell’Euphorbiaceae nativo dell’Asia ma molto diffuso in Africa meridionale e tropicale. I fiori hanno una fragranza molto caratteristiche, gli steli pelosi tendono a diventare glabri con il passare del tempo. In Zambia è stato usato come rimedio per l’anemia e l’emoraggia intestinale, le radici ed il frutto invece come veleno incapacitante e per trattare asma e disturbi infiammatori. Le foglie vengono polverizzate ed applicate su piaghe, bruciature ed ulcere genitali, internamente vengono consumate contro la diarrea. La corteccia è impiegata diuretico. La corteccia di radice viene usata come infuso emetico per “nascondere i segreti” rivelati ai divinatori oltre che come bagno cerimoniale, mischiata ad altri ingredienti come Balanites maughami viene preparata sotto forma di schiuma ubulawu per migliorare la visione ed indurre effetti oneirogeni. La pianta contiene tannini, terpenoidi, flavonoidi, camposti fenolici e steroidi e ha dimostrato buone potenzialità come agente antinfiammatorio, antidiabetico, antivirale, antibatterico, antiparassitario, antitumorale ed epatoprotettivo [25]. Non ci sono menzioni di eventuali proprietà psicotrope ma in specie vicina, Phyllantus niruri, sono stati identificati DOM (2,5-dimetossi-4-metilanfetamina), fenitilamina, e derivati potenzialmente in grado di esprimere un effetto psicotropo [26].
Pittosporum viridiflorum
Albero che cresce in Africa subsahariana, Arabia ed India. Viene usato in Africa nel trattamento di febbre, malaria, tosse, perdita della libido, debolezza, stordimento, cancro, pressione alta, amenorrea, gastrite, indigestione, costipazione, ulcere, dissenteria, parassiti intestinali, disturbi renali, malattie sessualmente trasmissibili, . In Portogallo la pianta intera pestata e ridotta in poltiglia viene applicata su muscoli, tendini e legamenti danneggiati per incoraggiarne la guarigione. L’infuso di radice viene consumato per migliorare l’accuratezza della divinazione. Il decotto viene indicato come sedativo ed analgesico, la corteccia viene considerata tossica assunta in eccesso [2]. Sono note le sue proprietà antimicrobiche, antidiarroiche, antimalariche, antiossidanti, antitumorali ed acaricide, ma non c’è niente su un ipotetica azione centrale [27].
Psoralea pinnata
Alberello sempreverde originario del Sud Africa ma diffuso anche in altri paesi come Australia o Nuova Zelanda. Le radici vengono infuse a freddo insieme a quelle di Helinus integrifolius per ottenere un preparato ubulawu emetico da usare durante l’iniziazione dei divinatori [2]. L’infuso viene consumato contro l’isteria. La radice è stata commercializzata anche nel mondo occidentale come un sostituto della più nota kanna (Sceletium tortuosum), ma al momento non ho avuto modo di testare queste affermazioni e potrebbe essere il solito marketing disonesto. Non ci sono studi su questa specie, ma un estratto di frutto di Psoralea corylifolia ha inibito potentemente la ricaptazione della dopamina e della noradrenalina. Testato sui topi ha indotto un’effetto stimolante a lungo termine che ha fatto pensare ai ricercatori ad eventuali applicazioni nel campo della dipendenza da cocaina [28].

Rhoicissus tridentata
Pianta cespugliosa rampicante della famiglia delle Vitaceae che cresce nella parte Sud dell’Africa fino all’equatore ed nel Medio Oriente. In estate produce delle bacche edibili simili a quelle della vite comune. E’ una specie polimorfica ed la sua sistemazione tassonomica è stata più volte revisionata. Delle parti non specificate vengono usate dai divinatori insieme a Myosotis afropalustris come preparato ubulawu per l’iniziazione dei novizi e l’induzione di effetti oneirogeni. I Balobedu lo impiegano contro l’epilessia e i Masai come stimolante nervoso [2]. I Venda consumano la corteccia di radice in polvere con il mabundu, una bevanda tradizionale ottenuta dalla fermentazione di mais, miglio e sorgo, per combattere la disfunzione erettile. Gli Zulu lo considerano un rimedio per i disturbi epatici [29]. Nel suo fitocomplesso sono stati rilevati alcaloidi, flavonoidi, proantiocianidine, acidi organici, saponine e tannini [30]. Per ora non esistono dati chimici o farmacologici che supportino eventuali proprietà psicotrope.
Sclerocarya birrea
Comunemente nota come marula, è un albero delle Anacardiacee che cresce nell’Africa subsahariana e la cui diffusione si ipotizza sia dovuta in parte alle migrazioni dei bantu. I semi sono ricchi di grassi e proteine e vengono usati per produrre un olio pregiato, i frutti si mangiano freschi o vengono spremuti. Ci fanno anche un infuso che serve come insetticida e analgesico per i morsi di scorpione e serpente. La corteccia viene indicata nella medicina locale come un rimedio per malaria e indigestione. La radice vine infusa insieme ai ramoscelli di Loranthus per svegliare gli spiriti nella pratiche di divinazione in Zimbabwe, possibile riferimento ad effetti oneirogeni [2]. Non sono segnalati impieghi etnobotanici né dati chimico/tossicologici che supportino eventuali proprietà psicotrope.
Silene sp.
Diverse specie sudafricane del genere Silene sono ricche di saponine triterpeniche e vengono dai divinatori per i loro effetti oneirogeni. Con la radice di S. bellidioides fanno un infuso emetico che permette di vedere in sogno gli antenati. S. pilosellifolia viene usata come preparato ubulawu durante l’iniziazione ed induce dei sogni connessi con gli spiriti ancestrali. S. undulata syn. capensis è la più nota di queste specie ed è stata commercializzata anche nel mondo occidentale come oneirogeno. Viene usata anche nella medicina locale contro febbre e delirio[2]. Non c’è ricerca scientifica su questa specie, non conosciamo ancora bene il fitocomplesso nè il meccanismo farmacologico. E’ stata depositata però una patente per un potenziale uso nel trattamento dei sintomi d’astinenza da nicotina. Si basa soltanto sul report di un soggetto che dice di aver tratto grande beneficio dalla masticazione di un pezzo di radice nei momenti di craving. Il soggetto afferna inoltre che la radice ha anche dissuaso i suoi conoscenti dal consumo di alcolici, la sola offerta di una birra avrebbe evocato in loro della nausea [31]. Manton Hirst, un antropologo sudafricano, consumò 200-250mg di radice in polvere riportando dopo una ventina di minuti effetti visivi simili ai riflessi della luce sull’acqua di un fiume. Il giorno successivo si svegliò di colpo dopo una nottata di sogni vividi e profetici che suggerivano importanti effetti oneirogeni [32].
Più recentemente l’autore e chimico italiano Gianluca Toro ha condotto una serie di test, riportando un leggero aumento dell’immaginario mentale con 60mg di polvere assunta prima di dormire. Con 100mg notò piccoli cambiamenti nella percezione della luce dopo 15m dall’assunzione. Con 200mg queste alterazioni visive diventarono più marcate, non riporta però un effetti oneirogeni significativi [33]. Una ricerca recente suggerisce la possibilità che nella radice siano presenti composti MAO-inibitori (norarmano, armalolo, armalina, armina) e persino ibogaina, un composto che fino ad oggi era stato rilevato solo nella famiglia delle Apocynaceae. Si tratta però di uno studio preliminare in cui sono stati impiegati spettri da database e software automatici, non un confronto autentico con dei campioni reali, l’identificazione in questo caso è del tutto ipotetica. La famiglia delle Caryophyllaceae manca degli enzimi necessari per la biosintesi degli alcaloidi armalinici: triptofano decarbossilasi (TDC) e monoamino ossidasi (MAO). Per l’ibogaina ne servono anche degli altri. Già i risultati ottenuti col docking molecolare, un’altra tecnica poco affidabile, dovrebbero lasciare scettico un eventuale lettore: l’ibogaina non ha un affinità significativa per il 5-HT2A al contrario dell’LSD che ha un altissima affinità per questo recettore. Nonostante il risultato inedito la pubblicazione non ha ricevuto nessun interesse e al momento ci sono ancora 0 citazioni [34] a parte qualche imprecisa menzione da social in cui si afferma che il mistero del Silene capensis sia ormai risolto. In attesa di analisi chimiche più precise resta più affidabile l’evidenza accumulatasi negli anni fra gli psiconauti che non comprende nella stragrande maggioranza effetti psicotropi percebibili compatibili con quantità rilevanti di composti psicoattivi come armina, armalina ed ibogaina.
In base alla mia esperienza e quella di molti altri, agisce soltanto durante il sonno e non induce nessun tipo di alterazione sensoriale durante la veglia. I dosaggi superiori a 2g di radice, comunque a mio avviso inefficaci per un effetto psicotropo anche blando, sono pesantemente lassativi ed emetici. Gli estratti sono quasi sempre inattivi o anche pericolosi, considerando il costo della radice spesso i produttori impiegano altri ingredienti, senza neanche sapere cosa si va ad estrarre.
Synaptolepis spp.
Il nome Synpatolepis deriva dal greco συνάπτω, unito insieme, e λεπίς, brattea, riferendosi al capolino caratteristico di queste piante. Il genere comprende 5 specie: 4 diffuse in Africa e 1 in Madagascar. Un sistema di radici largo e ramificato permette loro di sopravvivere agli incendi che possono anche incoraggiare la ricrescita stagionale. Uno studio del 2006 aveva analizzato i campioni provenienti dal Mozambico, precedetemente identificati come Synaptolepis kirkii, dimostrando che appartenessero in realtà alla specie S. oliveriana. Anche in Sud Africa le piante erano state classificate erroneamente, si è visto che l’habitat del kirkii fosse limitato all’Africa orientale. Cresce nei boschi di miombo (Brachystegia sp.) e nella foresta pluviale lungo le coste Kenya, Somalia e Tanzani compresa l’isola di Zanzibar [35]. La maggior parte della radice sul mercato quindi è molto probabilmente oliveriana identificato erroneamente. Gli stessi Xhosa, la tribù più nota legata alla tradizione ubulawu, vivono nel Capo Orientale in Sudafrica ed utilizzano le piante locali di S. oliveriana, non il kirkii. Ciò suggerisce che sia la prima la specie più utilizzata per i suoi effetti oneirogeni. L’alto sfruttamento per l’esportazione delle radici e i cambiamenti nell’habitat naturale hanno causato il declino delle popolazioni in Sud Africa del 30%, per questo il Synaptolepis oliveriana è stato inserito nella Red list come Near Threatened (NT). S. kirkii, meno sfruttato commercialmente, è archiviato come Least Concern (LC). In Africa orientale il decotto di radici di S. kirkii viene impiegato come rimedio per epilessia, ansia o il morso dei serpenti [36]. In Zimbabwe bevono l’infuso come purgante utile contro i parassiti intestinali [37]. Nella regione più ad Est della Tanzania le radici vengono polverizzate e consumate sotto forma di te come afrodisiaco [38]. Nel Kisarawi vengono decorticate e macinate insieme ai semi di ricino quindi bollite in acqua, ne assumono un quarto di tazza due volte al giorno contro le infezioni fungine della pelle [39]. In Kenia vengono masticate per curare il morso dei serpenti [40]. Tra i Karanga in Africa orientale i divinatori utilizzano l’infuso di radice come emetico e detergente per il corpo per vedere “in senso metafisico”. Viene indicato anche a scopo medicinale nel trattamento di isteria ed epilessia [41].
Il fitocomplesso è ricco di terpenoidi tra cui kirkinina, fattore synaptolepis K7, excecariotossina, yuanuadina, 5β-idrossiresiniferonolo-6α, esteri diterpenici dafnanici e 1α-alchildafnanici. Un estratto diclorometanico a base di radici di Synaptolepis kirkii ha mostrato una potente attività neurotrofica nei test sulle culture cellulari. Da questo preparato è stata isolata la kirkinina, un ortoestere dafnanico, che ha promosso la sopravvivenza neuronale in maniera concentrazione-dipendente con una potenza comparabile al fattore di crescita nervoso (NGF). La potenza e la struttura la distinguono dagli altri composti con proprietà NGF-simili precedentemente noti. Si ipotizza agisca attraverso l’attivazione della proteina chinasi C (PCK) [42].
Un altro composto strutturalmente molto simile, il fattore synaptolepis K7 ha dimostrato effetti analoghi potenziando l’espressione dei marker della differenziazione neuronale e la fosforilazione della proteina ERK. Questo secondo meccanismo è mediato da nuove isoforme di PCK che vengono traslocate nella regione perinucleare [43]. Nel fitocomplesso della radice sono presenti anche excoecariatossina, yuanhuadina, 12β- acetossihuratossina dotate di proprietà nootropiche ridotte rispetto ai primi due diterpeni [44].
Inoltre ci sono dati a supporto delle sue potenzialità antinfiammatorie, antinangiogeniche, antitumorali ed antivirali. La pianta è altamente irritante per lo stomaco ed induce potenti effetti emetici già sui 2g di radice: 17 composti isolati hanno mostrato un di agire come irritanti locali con un potenza (I24) che va da 0.05 a 670 nmole-1. 12 di questi hanno anche superato il controllo, simplexina, come promotori tumorali sulla pelle dei topi[45]. Tuttavia bisogna considerare che gli estratti concentrati e, ancora di più, i fitocostituenti isolati sono molto diversi dal rizoma grezzo o dal decotto tradizionale che si utilizzano a scopo medicinale ed oneirogeno in Africa. Non a caso questi composti erano presenti in concentrazioni inferiori all’1% nell’estratto originale preparato con l’acetato di etile che è già un solvente forte.
In ogni caso le proprietà irritanti spiegano la potente azione emetica della pianta già sui 2-3grammi di rizoma secco, per questo i dosaggi oneirogeni sono solitamente inferiori ad 1g. La maggior parte dei resoconti riportano che come il Silene capensis anche questa pianta non ha un azione centrale evidente, agisce soltanto durante il sonno. Le due piante sono molto simili come applicazioni ed effetti oneirogeni. Oltre alle schiume e agli oneirogeni ubulawu ci sono molte altre piante utilizzate durante la divinazione: snuff come la radice di Alepidea amatymbica, incensi a base di Nicotiana o impepho (Helichrysum spp.), allucinogeni come il Boophane disticha, o anche soltanto simboli, ingredienti per i bagni cerimoniali e per lavare le ossa divinatorie, etc. Per una lista completa si veda [2].

Qui la prima parte dell’articolo.
FONTI:
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–Giuseppe Cazzetta, Visione Curativa
