[Qui c’è la prima parte dell’articolo].
Un altro risultato che richiede particolare attenzione riguarda le esperienze intense. Nel 53,6% dei casi l’esperienza indicata come più intensa viene valutata positivamente; nel 43,8% in modo misto; soltanto nel 2,6% come esclusivamente negativa. Quel 2,6% è un numero particolarmente facile da leggere male. Non significa che soltanto il 2,6% delle esperienze psichedeliche sia negativo. Non è la percentuale dei cosiddetti bad trip. Né misura il rischio che una persona incorra in un’esperienza problematica assumendo uno psichedelico. Piuttosto, descrive il modo in cui i partecipanti hanno classificato retrospettivamente l’esperienza individuata dal questionario come particolarmente intensa.
Qui c’è anche una caratteristica della domanda da tenere presente. Il questionario accorpa nella stessa alternativa negative, challenging e detrimental: negativa, difficile o sfidante e dannosa. Nell’alternativa opposta vengono riunite positive, pleasurable e desirable: positiva, piacevole e desiderabile. Sono concetti vicini, ma non equivalenti.
Un’esperienza può essere estremamente difficile senza essere considerata negativa e, soprattutto, senza aver prodotto un danno. Può essere valutata positivamente senza essere stata piacevole. Può essere indesiderata mentre avviene e acquisire successivamente un valore importante. La domanda semplifica dimensioni che sarebbe invece utile distinguere: valenza dell’esperienza, difficoltà soggettiva e danno. Questo rende ancora meno appropriato trasformare quel 2,6% in una misura della sicurezza degli psichedelici.
La parola “retrospettivamente” conta a sua volta. Un’esperienza vissuta durante l’effetto come estremamente angosciante può essere considerata anni dopo positiva o importante perché la persona ritiene di averne ricavato qualcosa. Può avvenire anche il contrario: un’esperienza inizialmente interpretata favorevolmente può assumere un significato diverso con il passare del tempo. Il sondaggio registra quindi non soltanto ciò che è accaduto, ma anche come quell’esperienza viene ricordata e interpretata al momento della risposta. Si tratta di piani diversi che è il caso di mantenerli distinti.
Un’altra area particolarmente delicata riguarda i cambiamenti nel consumo di altre sostanze. Il 45,9% dei partecipanti riferisce una diminuzione dell’alcol e il 34,9% una riduzione di tabacco o nicotina; vengono segnalate diminuzioni anche per cannabis e cocaina. È un risultato interessante. Gli psichedelici sono effettivamente studiati anche in relazione ai disturbi da uso di sostanze e questi dati possono contribuire a formulare nuove domande di ricerca.
Tuttavia i dati non dimostrano che siano stati gli psichedelici a produrre quelle riduzioni. Non abbiamo un gruppo di controllo, una misurazione prospettica prima e dopo, né possiamo separare adeguatamente l’eventuale effetto dell’esperienza da psicoterapia, cambiamenti nelle condizioni di vita, decisioni già maturate o altri fattori.
Su questo punto Buonarroti è molto netto: questi dati non consentono inferenze causali. Si tratta di associazioni costruite sul riferito dei partecipanti, come avviene normalmente nei survey di questo tipo. Gli stessi autori utilizzano infatti una formulazione più precisa: self-reported reductions, riduzioni autoriferite, e specificano che queste osservazioni richiedono conferma attraverso ricerche longitudinali. Anche qui poche parole fanno una grande differenza.
«Il 45,9% dei partecipanti riferisce una riduzione dell’alcol» è un dato che si ricava dal Global Psychedelic Survey 2025. Non così per l’affermazione: «Gli psichedelici riducono il consumo di alcol nel 45,9% dei casi».
Analogo il problema che insorge nella domanda sul rapporto con i professionisti sanitari. Soltanto una parte dei partecipanti che disponevano di un professionista di riferimento aveva parlato con lui del proprio utilizzo di psichedelici. Tra le ragioni indicate compaiono la paura di essere giudicati, il desiderio di mantenere privata questa parte della propria vita e la convinzione che il professionista non possedesse conoscenze sufficienti sul tema.
È un risultato importante, soprattutto dal punto di vista della relazione terapeutica e della riduzione del rischio. Ma anche qui bisogna identificare con precisione ciò che è stato misurato. Quando un rispondente considera il proprio medico poco preparato, abbiamo raccolto la sua percezione della competenza del medico. Non abbiamo misurato direttamente le conoscenze del professionista.
Il sondaggio può quindi documentare una distanza percepita e una difficoltà di comunicazione. Non può, da solo, dimostrare il livello di preparazione dei medici italiani sugli psichedelici. Proprio su questo terreno, tuttavia, gli autori collocano uno degli obiettivi futuri del lavoro. Buonarroti sottolinea la necessità di un maggiore coinvolgimento delle istituzioni sanitarie e dei servizi, sia per produrre dati epidemiologici più solidi sia per comprendere una realtà che, almeno in parte, si sviluppa oggi lontano dai contesti clinici controllati.
Anche il frequente riferimento al policonsumo richiede qualche cautela. L’83,3% dei rispondenti aveva utilizzato nel corso della vita almeno due differenti sostanze elencate nel sondaggio nell’area psichedelica. Nello stesso campione era molto diffusa anche l’esperienza con alcol, cannabis, nicotina e altre sostanze.
È un’informazione importante. Ricorda che la storia reale di una persona difficilmente può essere ricondotta a una singola molecola e che eventuali effetti, rischi o difficoltà possono inserirsi in traiettorie molto più complesse. Ma esposizione a più sostanze nel corso della vita non significa necessariamente assunzione contemporanea. Avere utilizzato LSD a vent’anni, MDMA a trenta e psilocibina a quaranta non equivale ad averle assunte insieme. Quando i risultati vengono sintetizzati, questa distinzione può facilmente andare perduta.
Comunque sia, quanto sopra non vuole essere elenco di motivi per scartare o denigrare il Global Psychedelic Survey. Semmai è vero il contrario. Il confronto con uno degli autori dell’estrapolazione relativa all’Italia rafforza un punto che ci sembra importante: molte delle cautele che abbiamo evidenziato appartengono già al paper originale.
Rappresentatività limitata, impossibilità di stabilire rapporti causali e necessità di studi di popolazione su larga scala sono esplicitamente riconosciuti nella sezione dedicata ai limiti e alla ricerca futura. Anche la classificazione allargata delle sostanze non nasce da una confusione farmacologica, ma da una precisa decisione dei Principal Investigators: osservare, oltre agli psichedelici classici, anche i related compounds che oggi gravitano nell’area delle terapie psichedeliche. Si può discutere questa scelta e soprattutto bisogna comprenderne le conseguenze quando si aggregano i dati. Ma è utile sapere perché è stata fatta.
Il paper originale merita quindi di essere letto proprio perché consente di vedere abbastanza bene cosa è stato misurato, quale popolazione è stata raggiunta e quali cautele mantengono gli stessi autori. La distorsione aumenta soprattutto quando i dati vengono estratti dal loro contesto. Il passaggio avviene spesso senza affermazioni apertamente false. «Tra i partecipanti» diventa «in Italia». «Autoriferito» diventa «prodotto da». «Percepito» diventa «dimostrato». «Associato» diventa «causato». «Difficile» diventa «dannoso». Una categoria operativa molto larga diventa semplicemente «gli psichedelici». Una comunità definita dagli stessi autori come fortemente coinvolta diventa «gli italiani che usano psichedelici».
Buonarroti stesso considera utile rafforzare questa prudenza nella comunicazione, proprio perché non tutti leggeranno integralmente il paper e non tutti hanno familiarità con il significato della terminologia scientifica e statistica utilizzata. È forse qui che il problema diventa soprattutto giornalistico. Una trasformazione alla volta può sembrare trascurabile. Alla fine, però, possiamo ritrovarci a discutere di uno studio diverso da quello realmente pubblicato.
Ed è un peccato, perché il sondaggio globale contiene parecchio materiale interessante senza bisogno di forzarlo. Quello che lo studio non può dirci è quanto questa popolazione coincida con l’intera psichedelia italiana. Non sappiamo quanto siano rappresentati gli utilizzatori occasionali non collegati alle reti psichedeliche, le culture rave e dei free party, chi utilizza MDMA esclusivamente in contesti ricreativi, gli utilizzatori storici delle generazioni precedenti, chi ha abbandonato queste sostanze da molti anni, chi non frequenta associazioni o canali dedicati e chi semplicemente non interpreta le proprie esperienze attraverso categorie come crescita personale, spiritualità o integrazione.
Non sappiamo neppure se alcune di queste popolazioni siano realmente sottorappresentate e, nel caso, in quale misura. Sarebbe un errore sostituire a una generalizzazione non dimostrata una generalizzazione di segno opposto. Sappiamo però che il metodo utilizzato non permette di stabilirlo. Ed è forse proprio questo il modo più utile di leggere il lavoro. Il titolo parla di Patterns of Psychedelic Use in Italy. Gli autori, nelle conclusioni, definiscono più precisamente ciò che hanno studiato: una “highly engaged Italian-affiliated psychedelic community”.
Il Global Psychedelic Survey non è quindi (anche) una fotografia della psichedelia in Italia. È una fotografia molto dettagliata di una sua parte: contemporanea, attiva e fortemente coinvolta.
Il chiarimento degli autori aggiunge un elemento importante: questa fotografia non pretende di essere l’ultima. Al contrario, nelle loro intenzioni dovrebbe contribuire a rendere visibile un fenomeno abbastanza da spingere istituzioni sanitarie e ricerca pubblica a produrre immagini molto più ampie e rappresentative.
Vale quindi la pena di osservarne le risultanze. Ma una buona fotografia diventa ancora più informativa quando sappiamo dove è stata posizionata la macchina fotografica, quale obiettivo è stato utilizzato e cosa può essere rimasto fuori dall’inquadratura. È anche per questo che consigliamo di leggere il paper originale. Non per cercare errori nascosti, né per contrapporre una nostra interpretazione a quella degli autori, ma per distinguere ciò che lo studio effettivamente mostra da quello che noi — o chi ne riporta i risultati — possiamo essere tentati di fargli dire.
Riferimenti
Buonarroti M., Dal Bianco B., Lo Jacono A., Fesce F., Jelmoni A., Cicchi L., Anastasi A., Rossi E., D’Alonzo M., Gelao A., Bartoli C., Syed O.A., Nicholas C., Luke D., Greenway K., Gloeckler S., De La Salle S., Bernstein K., Feduccia A., Lehmann A., Aday J.S., Lake S., Kruger D., Lucas P., Patterns of Psychedelic Use in Italy: Insights from the Global Psychedelic Survey, Clinical Neuropsychopharmacology and Addiction, 2026, 2(3), 12. DOI: 10.53941/cna.2026.100012.
Nota editoriale
Per la preparazione di questo articolo MindMedia.it ne ha sottoposto preventivamente lalettura critica agli autori dello studio, offrendo loro la possibilità di precisare o contestualizzare i punti discussi. Matteo Buonarroti ha risposto fornendo i chiarimenti integrati nel testo.
Questa analisi riguarda la lettura metodologica, alcune scelte di costruzione del questionario e la comunicazione dei risultati dello studio. Non mette in discussione l’attendibilità delle risposte dei partecipanti né la correttezza degli autori. Selezione del campione, definizione operativa delle categorie, autoriferimento, memoria retrospettiva e possibilità di generalizzare i risultati sono questioni ordinarie nella ricerca osservazionale e diventano particolarmente rilevanti quando i dati vengono comunicati al di fuori del loro contesto originale.
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