Ozora Festival: cosa succede quando una comunità diventa una città?

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Quello di Ozora è uno dei principali festival europei di musica psytrance, arti visionarie e cultura psichedelica. Fin dal 2004 nell’omonima zona rurale dell’Ungheria (nei pressi del villaggio di Dádpuszta) convergono decine di migliaia di persone che per circa 10 giorni danno vita a un’eclettica comunità autonoma, con l’annessa infrastruttura di servizi, campeggi, strutture sanitarie e spazi artistici di vario tipo.

L’edizione 2026 – prevista dal 24 luglio al 4 agosto, biglietto a 360 euro – è stata chiusa con due giorni di anticipo dopo la morte di due partecipanti. Una donna ungherese di 39 anni è stata colpita da arresto cardiaco probabilmente per via delle temperature molto elevate. Un cittadino statunitense di 45 anni è invece precipitato da una struttura nei pressi del palco principale: secondo le prime ricostruzioni della polizia, si sarebbe trattato di un gesto volontario.

In seguito ai due episodi, gli organizzatori hanno interrotto anticipatamente il programma generale. Mentre procedono gli accertamenti medico-legali sui due decessi, sembra esclusa come causa l’intossicazione legata a qualche sostanza. Tuttavia ciò impone una riflessione generale e invita ad allargare lo sguardo.

Quando un evento pubblico raggiunge queste dimensioni, i rischi non riguardano soltanto il consumo di sostanze, che pure potrebbero rappresentare un facile capro espiatorio.  Entrano in gioco il caldo e il quadro ambientale, le condizioni fisiche e psicologiche dei partecipanti, la sicurezza delle strutture, la gestione dei flussi, la capacità dei servizi sanitari e la rapidità con cui viene riconosciuta un’emergenza. Si tratta di (auto)gestire nient’altro che una piccola città sui generis.

Ozora

Problematiche queste che da anni interessano, non casualmente, perfino il capostipite di questi eventi, Burning Man, che si svolge annualmente nel deserto di Black Rock City (Nevada, USA) fin dal 1990. Basti citare le aperte vicissitudini nel gruppo gestionale, l’annullamento di due edizioni per il Covid-19 e la mega-alluvione del 2023 che ha portato a vari incidenti e a un decesso. Da qui una certa disgregazione della community (nel 2019 ha superato le 78.000 presenze), con l’annessa riduzione degli incassi e problemi finanziari. Soprattutto, ciò ha messo in luce le crescenti difficoltà nel sostenere la complessità dell’evento. Lo conferma il fatto che, nell’edizione di questo fine agosto (dove i biglietti partono da 740 dollari a persona) mancherà del tutto il tendone di Zendo Project – ne abbiamo parlato in un articolo in due parti dedicato alla sostenibilità dei servizi di cura e di riduzione del danno.

Anche il Kappa FuturFestival di Torino, pur con un’identità molto diversa, rivela quanto i grandi eventi musicali dipendano ormai da reti professionali di sicurezza, assistenza sanitaria, prevenzione e riduzione del rischio – come abbiamo dettagliato in un ampio report di inizio luglio.

Ozora, Burning Man e Kappa non sono certo esperienze equivalenti. Il primo conserva una forte impronta psichedelica e comunitaria; il secondo ha costruito una cultura autonoma fondata su creatività e partecipazione; il terzo appartiene apertamente all’industria internazionale dell’intrattenimento. Raggiunta una certa scala, tuttavia, devono tutti affrontare problemi simili. Con un simile livello di presenze, di reme che la crisi di un festival può dipendere dal caldo, dalla scarsità dei servizi, dalla gestione della folla, dalle scelte organizzative o dalla pressione economica, senza essere riconducibile a una sola causa.

La crescita modifica anche la natura degli eventi. La sperimentazione artistica genera pubblico; il pubblico attira investimenti; l’esperienza culturale diventa anche prodotto. Aumentano i costi, il valore del marchio e la dipendenza dagli incassi. Persino i festival nati con un’identità “alternativa” finiscono per assumere un tono commerciale e devono affidarsi a strutture professionali sempre più complesse. Le morti di Ozora non indicano da sole quale sia il punto di rottura. Mostrano però quanto sia difficile continuare a pensare questi eventi soltanto come raduni musicali o comunitari. Quando decine di migliaia di persone si raccolgono nello stesso luogo per più giorni, che cosa diventa davvero quello che definiamo un “festival”?

 

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